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Immigrazione italiana 1991-2000 – L’integrazione professionale negli anni 90

Il decennio (1991-2000) in esame ha visto cambiare non solo la politica immigratoria svizzera (cfr. articolo precedente), ma anche alcune caratteristiche fondamentali della collettività italiana in Svizzera, divenuta sempre più stabile, consapevole e integrata. Non era più costituita prevalentemente da giovani immigrati giunti dall’Italia per motivi di lavoro, ma da domiciliati che avevano deciso di restare a tempo indeterminato in questo Paese per motivi di lavoro, familiari o per altre ragioni. Negli ultimi decenni era cresciuta numericamente (nonostante un saldo migratorio negativo, in quanto i nuovi arrivati erano sempre meno numerosi dei partenti) e qualitativamente, grazie soprattutto alla seconda generazione che aveva dato una forte spinta all’integrazione scolastica e professionale, anche se restava ancora molto da fare. Del resto era facile costatare che il binomio formazione-integrazione funzionava e cominciava a dare i suoi frutti (cfr. articolo del 18.5.2022).

Disuguaglianze in diminuzione

La seconda generazione dimostrava inequivocabilmente che l’integrazione non solo era possibile e facilitava la convivenza, consentendo il superamento dei principali pregiudizi fino ad allora molto diffusi tra svizzeri e stranieri, ma offriva realmente pari opportunità formative e professionali anche agli stranieri. Benché negli anni Novanta non tutti i problemi scolastici fossero risolti, regnava negli ambienti interessati molto ottimismo sul loro superamento, perché era facile costatare che, dopo la scuola dell’obbligo, anche gli stranieri seguivano normalmente un apprendistato regolare o proseguivano gli studi.

Segnali positivi arrivavano anche dai media quando si veniva a sapere che numerosi dirigenti d’imprese, di banche, di assicurazioni, come pure giornalisti, professori universitari e professionisti in svariati campi avevano nomi italiani, anche se magari erano solo di origine migratoria italiana o cittadini con la doppia cittadinanza italiana e svizzera o ticinesi. Non va dimenticato che da decenni ormai nomi tipicamente italiani (Bruno, Marco, Luca, Matteo, Fabio, Claudia, Silvia, Sara, Sandra, ecc.) erano diffusi anche tra gli svizzeri, come certificava ogni anno una specifica «classifica» dei nomi dei neonati stilata dall’Ufficio federale di statistica.

Del resto era sempre più difficile distinguere gli italiani con la sola nazionalità italiana dagli italo-svizzeri, dai ticinesi, dagli svizzeri, perché tutti parlavano la stessa lingua e perché gli italiani che aggiungevano alla nazionalità originaria quella svizzera erano sempre più numerosi. Se nel 1991 avevano ottenuto la cittadinanza svizzera 1802 italiani, nel 2000 la ottennero ben 6652, un record ancora imbattuto. Il Cantone di Zurigo era quello con il maggior numero di italo-svizzeri (25.005), seguito dal Ticino (24.138), Vaud (13.650), Ginevra (13.166), Berna (9.498), ecc.

Sarebbe tuttavia sbagliato affermare che i problemi degli italiani erano tutti risolti. Ce n’erano infatti ancora molti, perché il processo di avvicinamento al livello degli svizzeri non era ultimato, c’erano differenze significative a livello scolastico, nell’apprendistato, nella condizione professionale (in generale la disoccupazione colpiva più gli stranieri degli svizzeri), nella posizione professionale (in generale gli stranieri occupavano posizioni inferiori rispetto agli svizzeri) ed evidentemente in campo politico. E’ innegabile, tuttavia, che la condizione occupazionale, economica e sociale degli stranieri e specialmente degli italiani alla fine del decennio era in netto miglioramento (cfr. articolo precedente).

Integrazione professionale facilitata

Negli anni Novanta il tema della formazione professionale era meno acuto rispetto ai decenni precedenti, ma non privo di ostacoli. Non va infatti dimenticato che era ancora in vigore la vecchia legge sugli stranieri del 1931, sia pure più volte modificata, che era stata concepita soprattutto per regolamentare l’immigrazione di lavoratori allora in gran parte «manuali», per i quali l’integrazione se non veniva esclusa doveva essere almeno ostacolata. Dagli anni Settanta questa concezione era andata modificandosi radicalmente, ma non tanto da eliminare qualsiasi pregiudizio, per esempio, sulla diversità dei ruoli tra svizzeri e stranieri. Del resto, tradizionalmente un ostacolo era rappresentato dalle prestazioni scolastiche, non sempre eccellenti tra gli allievi stranieri, soprattutto a causa di un presunto minor sostegno familiare.

Lentamente, tuttavia, tutti gli ostacoli stavano cadendo e anche nella vita quotidiana e professionale molti svizzeri consideravano ormai gli italiani come con-cittadini, a prescindere dalla nazionalità e dalla partecipazione politica. Già la conoscenza della lingua locale eliminava sul nascere molte differenze e facilitava l’integrazione scolastica. A sua volta, questa agevolava l’orientamento professionale e la scelta di un buon apprendistato (o il proseguimento degli studi), sicché, in generale, anche gli stranieri trovavano uno sbocco professionale confacente alle loro capacità e inclinazioni.

Il censimento federale della popolazione del 2000 (dicembre) e altre analisi settoriali dell’Ufficio federale di statistica hanno confermato un alto grado d’integrazione della collettività italiana residente stabilmente in Svizzera, ancor più evidente se i dati del 2000 sono confrontati (per quanto possibile) con i dati dei censimenti e analisi precedenti.

Attività professionali degli italiani

Limitatamente all’integrazione professionale, un elemento che salta facilmente agli occhi è la grande varietà delle attività economiche svolte dagli italiani. Tradizionalmente i lavoratori italiani erano attivi in pochi rami economici. Se fino agli anni Ottanta si concentravano nella metalmeccanica, nell’edilizia, nella chimica e nel tessile, dagli anni Novanta essi cominciavano ad operare in decine di rami economici sia del secondario che del terziario. Nell’arco di trent’anni, fra il 1970 e il 2000, il ventaglio delle professioni esercitate dagli italiani si è notevolmente ampliato.

Le donne italiane sono rimaste più a lungo concentrate in pochissimi rami economici. Nel ventennio 1970-1990 erano occupate con oltre mille unità ciascuna in sole 8-9 attività, mentre nel 2000 occupavano oltre mille italiane solo quattro generi di attività. Da allora le donne italiane cominciarono a ripartirsi in decine di attività soprattutto nel settore terziario. Anche per loro l’integrazione professionale era in gran parte compiuta, anche se la maggior parte delle attività svolte era a basso livello di qualificazione. I gruppi più consistenti erano le impiegate di commercio, le venditrici, le addette alle pulizie (alberghi, ristoranti, ospedali) e ai servizi domestici (collaboratrici domestiche, portinaie e addette alla pulizia e a servizi vari).

Posizione nella professione

Un altro elemento facilmente riscontrabile e positivo, soprattutto per gli uomini, è l’alta percentuale delle attività autonome. Mentre negli anni Settanta il lavoro dipendente, per lo più non qualificato o poco qualificato, era la regola (98%), nel 2000 il lavoro autonomo tra gli italiani era è molto diffuso, forse addirittura più che tra gli svizzeri (se non venissero prese in considerazione le imprese agricole tradizionalmente a conduzione familiare). Molti italiani sono diventati autonomi e piccoli imprenditori per esempio nei rami dell’alimentazione, dell’edilizia, della manutenzione, delle riparazioni.

Nel 2000, inoltre, parecchi professionisti italiani esercitavano attività con esigenze molto elevate, come gli oltre mille ingegneri, quasi 400 informatici, 250 insegnanti universitari o in istituti superiori, oltre 150 medici, alcune centinaia tra fisici, matematici, chimici, biologi e ricercatori vari, ecc.

Integrazione e «comune prosperità»

E’ di tutta evidenza che una buona integrazione professionale sia un indicatore sicuro anche di una soddisfacente integrazione economica e sociale. Negli anni Ottanta e Novanta lo capirono molto bene anche gli stranieri, che si sono prodigati per garantirsi e garantire soprattutto alla seconda generazione una buona integrazione scolastica e professionale. Lo capirono anche numerose aziende, i sindacati e le autorità svizzere e italiane, che favorirono la formazione e l’integrazione professionale non solo nell’interesse dell’economia e della società, ma anche della soddisfazione personale e familiare dei diretti interessati.

Non c’è dubbio, del resto, che la «comune prosperità» indicata come obiettivo della Confederazione dalla Costituzione federale non può prescindere dalla prosperità dei singoli. Compresi gli stranieri che alla prosperità comune contribuivano e contribuiscono in larga misura.

Giovanni Longu

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