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Immigrazione italiana 1991-2000 – Perchè negli anni `90 la politica immigratoria svizzera è cambiata?

Chi ha avuto modo di seguire gli articoli di questa serie ha potuto costatare che la politica immigratoria svizzera negli anni Novanta era in via di rapida trasformazione rispetto ai decenni precedenti. Le ragioni vanno ricercate, come è già stato accennato, nei mutamenti interni dell’economia e della società svizzere (politica interna) e nei mutamenti esterni (accordi bilaterali tra la Svizzera e l’Unione europea). Quali sono, in sintesi, le principali ragioni del cambiamento e come ha reagito la popolazione italiana residente in Svizzera?

Trasformazione economica

Da alcuni decenni, le crisi economiche, l’aumento della disoccupazione, le innovazioni tecnologiche, le razionalizzazioni dei sistemi produttivi, il prosciugamento di alcuni mercati del lavoro estero (specialmente Italia e Spagna) e altro ancora spingevano verso una profonda trasformazione di tutte le attività economiche della Svizzera. Nella produzione e nel commercio non si cercava più la manodopera a buon mercato, ma quella più adeguata alle nuove esigenze, ossia meglio formata.

Dagli anni Ottanta, a tutti i giovani, a quelli più capaci come ai meno dotati, venivano offerte forme di qualificazioni modulari, efficaci e aperte alla formazione professionale superiore e alla formazione professionale continua. Per tener conto dei cambiamenti venne elaborata una nuova legge sulla formazione professionale (in sostituzione di quella del 1978) entrata in vigore nel 2002. Anche i giovani stranieri della seconda e terza generazione approfittarono delle nuove opportunità, tanto più che nell’ordinamento formativo e nell’opinione pubblica (anche in quella italiana particolarmente restia) la formazione professionale di base e la formazione liceale erano ormai considerate di pari grado (secondario superiore).

Gli italiani sono stati tra i maggiori beneficiari. Nella fascia d’età dai 20 ai 40 anni, i titolari di una formazione di secondo grado superiore hanno fatto registrare tra il 1970 e il 2000 una forte progressione: 1970: 13.022 su 82618 (= 15,8%), 1980: 8.483 su 39.186 (21,6%), 1990: 15.858 su 34.778 (45,6%), 2000: 14.764 su 30055 (49,1%). E’ abbastanza intuitivo che quanto più seria e solida è la formazione professionale, tanto più facile è l’integrazione e la carriera professionale. Gli italiani, specialmente quelli nati e cresciuti in Svizzera, l’hanno abbondantemente testimoniato.

Miglioramento del clima sociale

Una delle ragioni più importanti che hanno reso la politica immigratoria svizzera più accettabile dall’opinione pubblica (anche italiana), oltre che dall’economia e dagli ambienti sindacali, è stato il mutato atteggiamento della popolazione svizzera nei confronti degli stranieri, specialmente di quelli di vecchia tradizione immigratoria. Gli svizzeri erano divenuti più rispettosi e più accoglienti. In molte discussioni pubbliche riguardanti gli stranieri era frequente la premessa: esclusi gli italiani e gli spagnoli. Del resto era facile notare le differenze al confronto con i nuovi immigrati provenienti dalla Ex-Jugoslavia, dalla Turchia, dall’Albania e dai Paesi asiatici.

Naturalmente nemmeno per gli italiani le difficoltà della convivenza erano finite del tutto. Basti pensare che la categoria dei cosiddetti «working poor», ossia i lavoratori poveri a basso reddito, comprendeva soprattutto stranieri (anche italiani), persone sole con figli a carico, coppie con tre o più figli, persone con un basso grado di formazione. Gli italiani, tuttavia, evitavano sempre più di vivere una tale condizione isolandosi o nascondendosi. Del resto, la voglia di rompere qualsiasi forma di isolamento era comune, soprattutto tra i giovani, per esempio nella gestione del tempo libero, nello sport e nell’associazionismo.

Influsso dell’Unione europea

Se n’è accennato anche nell’articolo precedente, ma è bene sottolineare che gli accordi tra la Svizzera e l’Unione europea (UE) del 1999 (Bilaterali I) hanno introdotto nella politica immigratoria svizzera il principio dell’«eurocompatibilità». Per il Consiglio federale quegli accordi impegnavano la Svizzera a rendere la normativa sugli stranieri il più possibile compatibile con i principi sociali e della libera circolazione di tutti i cittadini appartenenti all’UE e all’AELS (Associazione europea di libero scambio).

Data l’importanza di quegli accordi, se ne riparlerà in altra occasione, ma si può già anticipare che è grazie ad essi che sono intervenuti nella vita soprattutto degli stranieri europei numerosi cambiamenti e avviato a soluzione problemi rimasti aperti per oltre mezzo secolo.

 

Di Giovanni Longu

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