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Immigrazione italiana 1991 – 2000 – Gli italiani e la politica (prima parte)

Negli articoli precedenti sono stati evidenziati numerosi cambiamenti intervenuti nella collettività italiana residente in Svizzera in seguito al riorientamento della politica federale riguardante gli stranieri (a partire dagli anni Settanta del secolo scorso), ma anche alla trasformazione in gran parte naturale (incremento della seconda generazione nonostante un saldo migratorio negativo) dei residenti italiani. Le manifestazioni più vistose e significative dei cambiamenti sono state l’intensificarsi dell’integrazione (linguistica, scolastica, professionale e sociale) e l’aumento delle naturalizzazioni. Una delle conseguenze di questa trasformazione è stata anche il diverso atteggiamento degli italiani verso la politica, quella italiana e quella svizzera. Essa merita qualche riflessione, relativamente al periodo in esame (1990-2000) e poco oltre, soprattutto per conoscere meglio la nuova realtà che questi cambiamenti hanno prodotto e di cui si parla ancora poco.

Gli italiani immigrati e la politica

Gli italiani immigrati in Svizzera non sono mai stati molto interessati né alla politica italiana né a quella svizzera. La politica attiva è stata fin dall’Ottocento appannaggio di gruppi ristretti di persone ben schierate in senso partitico. Per oltre cent’anni gli immigrati sono stati per lo più strumentalizzati da gruppi ristretti di persone fortemente politicizzate. Ci sono stati periodi in cui a dominare furono i socialisti (fino alla prima guerra mondiale, cfr. il «Cooperativo» di Zurigo), poi i fascisti, tra le due guerre mondiali, poi comunisti e socialisti, legati ai fuorusciti del periodo fascista e alla costituzione di associazioni chiaramente orientate politicamente come le Colonie Libere Italiane, alcuni patronati, alcune sedi ACLI (Associazioni cristiane dei lavoratori italiani), oltre a vere e proprie sezioni dei principali partiti italiani. Gli immigrati italiani sono diventati soggetti politici attivi solo lentamente e di recente.

In generale gli immigrati italiani politicizzati (prima generazione) sono stati sempre molto critici sia verso l’Italia (considerata più matrigna che patria) che verso la Svizzera (ritenuta sfruttatrice e poco accogliente). I più attivi nelle proteste e nelle rivendicazioni nei confronti dell’Italia sono stati i partiti di sinistra (comunisti e socialisti) perché, stando all’opposizione (specialmente nei primi decenni del dopoguerra), potevano evidenziare senza remore le lacune e i difetti della politica emigratoria italiana a direzione democristiana.

L’atteggiamento «politico» degli italiani in Svizzera a cavallo del terzo millennio (quindi soprattutto seconda generazione e nuovi immigrati) è stato invece in larga misura di totale disinteresse verso la politica italiana e di tiepido sebbene crescente interesse verso la politica svizzera. Il disinteresse era dovuto soprattutto alla mancanza di rapporti conoscitivi e partecipativi diretti con la politica italiana, ma anche alle difficoltà identificative della seconda generazione. Del resto è comprensibile che i giovani italiani non potessero sentirsi a loro agio quando venivano identificati come Tschingge (come i loro genitori) senza per questo sentirsi più svizzeri, pur ritenendo comunque che il loro ambiente più naturale fosse quello svizzero.

Disinteresse verso la politica in generale

In genere, tuttavia, agli immigrati italiani (prima generazione) la politica interessava poco, non tanto per disinteresse, quanto perché convinti che il punto di vista degli emigrati contasse poco o niente nelle stanze dove si prendevano le decisioni anche su di loro. Solo i comunisti riuscivano a motivarne una parte, tanto è vero che molti treni organizzati per portare dalla Svizzera gli italiani a votare in Italia erano «rossi», anche se trasportavano pure numerosi democristiani. Molti tuttavia salivano su quei treni speciali solo per le agevolazioni di viaggio concesse agli elettori provenienti dall’estero.

Rispetto alla seconda generazione, tuttavia, gli italiani della prima generazione, anche se delegavano volentieri l’attività politica ai (quasi) professionisti, s’interessavano a ciò che succedeva in Italia, perché si consideravano italiani provvisoriamente all’estero (tant’è che non sentivano il bisogno d’integrarsi né d’imparare la lingua locale, soprattutto quando si trattava del tedesco). La politica attiva non rientrava tuttavia nei loro interessi e non pensavano nemmeno di doversene interessare, ritenendo che tanto le loro rivendicazioni non sarebbero state prese in considerazione, neppure quando erano in gioco interessi vitali come quelli al centro degli accordi sull’emigrazione/immigrazione, sulla sicurezza sociale, sulla scuola o sulla formazione professionale.

Nei primi decenni del dopoguerra molti italiani sostenitori dei governi (a lungo a guida democristiana) si astenevano dall’attività politica perché erano convinti che lo Stato italiano s’impegnasse seriamente a tutelare il lavoro italiano all’estero (come prescrive l’art. 35 della Costituzione), tanto è vero che in tutti i governi c’era sempre qualche ministro o sottosegretario incaricato di questa tutela. Non ne erano invece convinti gli oppositori, che non risparmiavano critiche, manifestazioni e rivendicazioni né al governo né ai suoi rappresentanti in Svizzera, avvalendosi delle forze d’opposizione di sinistra, ben rappresentate nel parlamento, nei sindacati, nei patronati e nell’associazionismo.

Attivismo delle sinistre

Da questa specie di torpore politico gli emigrati adulti venivano scossi di tanto in tanto specialmente dai partiti di sinistra in occasione di votazioni o elezioni in Italia. Per queste votazioni si cercava di mobilitare il maggior numero di italiani perché il loro voto sembrava determinante (com’è stato effettivamente in qualche occasione) per poter modificare la loro condizione di emigrati. In genere, tuttavia, i partiti della sinistra erano i più attivi tutto l’anno.

Con la diffusione dell’attività politica, specialmente negli anni Ottanta e Novanta, i partiti politici assunsero grande importanza e finirono per imporre i loro punti di vista anche all’associazionismo, specialmente in occasione delle elezioni dei Comites (Comitati degli italiani all’estero) e del CGIE (Consiglio generale degli italiani all’estero), influenzando anche le associazioni nazionali e regionali, i patronati e gli enti di formazione professionale.

Allora si parlò persino di eccesso di politicizzazione, perché l’attenzione quasi esclusiva alla politica italiana sottraeva energie preziose allo sforzo che avrebbe potuto essere indirizzato alla soluzione di vecchi e nuovi problemi d’integrazione, di formazione scolastica (indirizzo e gestione dei corsi di lingua e cultura) e professionale (orientamento, assistenza), di sostegno e sviluppo dell’italianità (in collaborazione con tutti gli italofoni), di potenziamento di organismi consultivi misti, ecc. Per di più, la dipendenza dalla politica italiana introduceva nel sistema associazionistico svizzero una conflittualità fino ad allora sconosciuta in Svizzera, che agiva negativamente soprattutto sull’elemento giovanile  tanto da  farlo quasi scomparire completamente dalle associazioni tradizionali ritenute ormai superate.

Diritto di voto degli italiani all’estero

Negli anni Novanta, quando cadde il divieto dell’attività politica degli stranieri e quando divenne possibile per i cittadini italiani conservare la cittadinanza italiana anche se acquisivano quella svizzera, ai politici italiani in Svizzera si presentò una specie di alternativa: occuparsi maggiormente delle questioni risolvibili dall’Italia o perseguire obiettivi risolvibili in ambito svizzero? Osservando l’intensità dell’impegno profuso la risposta più spontanea è che fu scelta in generale la prima opzione.

Merita al riguardo ricordare anzitutto alcuni fatti.

Sul finire del secolo fu molto sentito e dibattuto il problema del voto degli italiani residenti all’estero, considerato non solo un diritto sacrosanto degli italiani all’estero, ma anche giustificato perché faceva ipotizzare che molti più italiani avrebbero partecipato alle elezioni politiche e amministrative o alle votazioni referendarie senza dover rientrare in Italia per votare.

Com’è noto, quel diritto venne riconosciuto con una legge costituzionale nel 2001, ma gran parte di quelle speranze svanì già alla prima occasione capitata per esercitarlo (referendum del giugno 2003) perché molti plichi non furono consegnati (in quanto muniti di indirizzi incompleti o inesistenti) e la partecipazione fu piuttosto modesta. Anche nelle successive votazioni la partecipazione fu piuttosto bassa, generando fra l’altro polemiche interminabili sul sistema elettorale, sull’organizzazione, sulla segretezza del voto (per nulla garantita), ecc.

Si finì per discutere persino della validità del voto all’estero in quelle condizioni e se non fosse stato preferibile dedicare maggiori sforzi, per esempio, all’ottenimento del diritto di voto per le amministrative svizzere e in genere al diritto-dovere degli immigrati alla partecipazione a tutti quegli organismi che hanno nella vita reale una forte influenza (commissioni scolastiche, commissioni di quartiere, commissioni degli stranieri, commissioni di genitori, commissioni sindacali, commissioni ecclesiali, commissioni culturali, ecc. ecc.). (Segue)

Di Giovanni Longu

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