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Immigrazione italiana 1970-1990

63. La seconda generazione e l’integrazione scolastica (2)

Nell’articolo precedente si è accennato alle cosiddette «classi speciali», un capitolo della storia dell’integrazione della seconda generazione che merita qualche considerazione di approfondimento. Lo merita soprattutto per evitare che la questione delle «classi speciali», spesso associata confusamente a quella dei «bambini clandestini» o «nascosti», insieme a una non tanto malcelata critica superficiale del sistema scolastico svizzero, rischi di far ritenere i figli degli immigrati del secondo dopoguerra una generazione persa. Lo merita anche per mettere in luce che proprio grazie all’integrazione scolastica e alla successiva formazione professionale la seconda generazione è riuscita a superare molti degli aspetti negativi che caratterizzavano l’immigrazione fino agli anni Settanta e Ottanta.

Importanza dell’integrazione scolastica

Nella prima metà degli anni Sessanta, l’Italia aveva ancora bisogno di favorire l’emigrazione perché la piena occupazione sembrava al momento irrealizzabile, ma si rendeva conto che nei Paesi d’immigrazione le esigenze nei confronti degli immigrati stavano cambiando. Man mano che i «vecchi» immigrati giungevano all’età della pensione non venivano più sostituiti con lavoratori con le stesse caratteristiche, ma con personale meglio preparato e in grado di adeguarsi facilmente alle nuove esigenze tecnologiche. Per questo, durante il negoziato per il nuovo accordo di emigrazione/immigrazione del 1964, l’Italia chiese e ottenne dalla Svizzera garanzie perché i figli degli immigrati italiani fossero inseriti nella scuola svizzera per potersi creare le basi per l’integrazione linguistica, scolastica, culturale e professionale nella società e nell’economia in trasformazione.

L’Italia aveva visto giusto, mentre le istituzioni svizzere e italiane attive nel settore non furono in grado di diffondere tra gli immigrati la consapevolezza che il destino dei propri figli, soprattutto se fossero rimasti in Svizzera, sarebbe dipeso in larga misura dal loro livello d’integrazione. Se la maggior parte degli immigrati non era probabilmente in grado di conoscere e valutare i complicati rapporti tra conoscenze linguistiche, successo scolastico, scelta professionale (talvolta complicata e difficile per gli stessi svizzeri), apprendistato, integrazione professionale, integrazione sociale, ecc. le istituzioni italiane avrebbero dovuto capire e spiegare questi legami in modo da aiutare i genitori immigrati a fare le scelte giuste in funzione del bene certo o probabile dei loro figli.

Va inoltre ricordato che a livello europeo, in tutti i Paesi d’emigrazione e d’immigrazione, negli anni Sessanta si cominciava a considerare importante il problema della scolarizzazione dei figli degli immigrati. Per questo fu facile tra l’Italia e la Svizzera trovare un’intesa su questo tema (frequenza della scuola pubblica svizzera e corsi di lingua e cultura italiane), prima ancora che il Consiglio d’Europa (di cui facevano già parte sia l’Italia che la Svizzera) nel 1970 raccomandasse con una risoluzione l’integrazione dei bambini stranieri nelle scuole locali.

Non va infine dimenticato che dal 1970, dopo la bocciatura della più pericolosa iniziativa antistranieri, la Confederazione è sempre più convinta che il rischio d’inforestierimento tende a diminuire quanto maggiore è l’integrazione. Pertanto per i figli degli immigrati essa doveva cominciare quanto prima possibile attraverso la frequenza della scuola svizzera, limitando la frequenza di altre scuole private solo a casi particolari.

Le «classi speciali»

Date queste premesse, potrebbe sembrare che dagli anni Settanta, grazie all’intesa italo-svizzera, il problema fosse se non risolto almeno ben incardinato. Invece non lo era affatto. I problemi da superare erano talmente tanti che non bastarono per parecchio tempo gli accordi e le buone intenzioni. Basti pensare che i bambini da inserire nelle diverse classi della scuola svizzera avevano ben poco in comune: oltre all’età, erano diversi la provenienza, le esperienze prescolastiche vissute, le conoscenze linguistiche, l’ambiente sociale, le condizioni familiari, i progetti di vita dei genitori per sé e per i loro figli, ecc.

Data l’insicurezza sul futuro in cui vivevano moltissimi immigrati sul finire degli anni Sessanta, molti figli di immigrati italiani avevano iniziato la scuola obbligatoria in Italia, altri, in previsione di un prossimo rientro erano stati iscritti nelle scuole private italiane (gestite in gran parte dalle Missioni cattoliche), altri ancora erano stati collocati nei vari istituti privati al di qua o al di là del confine italo-svizzero. Tra i bambini rimasti in famiglia fino all’inizio dell’età scolastica molti non avevano frequentato l’asilo ed erano quindi privi di esperienze di socializzazione con i coetanei svizzeri.

Risolvere tutte queste e simili disparità divenne per le strutture scolastiche svizzere un compito non indifferente, perché, se il mandato era chiaro, ossia inserire gli stranieri nella scuola svizzera, non lo erano altrettanto i tempi, le condizioni, i modi, gli aiuti di sostegno. Per anni si andò avanti per tentativi, finché divenne evidente che non aveva senso inserire in un corso regolare allievi che non avevano alcuna possibilità di seguire proficuamente il programma scolastico normale.

Fu per queste ragioni e nell’interesse dei bambini che vennero proposte e organizzate classi «speciali» per stranieri. L’obiettivo non era quello di scolarizzarli separatamente dagli svizzeri o da altri connazionali (generalmente figli di italiani domiciliati e integrati), ma di prepararli per essere reinseriti nei corsi regolari appena fossero stati in grado di seguire regolarmente le lezioni. Non sempre, tuttavia, lo scopo fu compreso, forse perché non ben precisato.

Erano evitabili le «classi speciali»?

Soprattutto negli anni Settanta queste «classi speciali» furono aspramente criticate in alcuni ambienti associazionistici sia perché frequentate da un numero ritenuto abnorme di bambini italiani e sia perché ritenute penalizzanti per il loro futuro. Già l’assegnazione a queste classi appariva talvolta una sorta di condanna senza appello di bambini del tutto «normali», salvo l’handicap linguistico. L’associazione delle Colonie Libere ne chiedeva la soppressione considerandole «classi-ghetto». Alcuni genitori ritenevano inoltre che l’aver frequentato una classe speciale preconizzasse per i loro figli l’esito finale della scuola obbligatoria al grado più basso e una preclusione di scelte professionali (apprendistati) di alto livello.

Chi scrive ha partecipato all’epoca a numerose discussioni anche pubbliche su questo tema e può confermare sia la ragionevolezza delle reazioni negative di molti genitori e sia la difficoltà per le istituzioni scolastiche svizzere di trovare soluzioni migliori senza stravolgere l’obbligo generale, nell’interesse dei bambini e della società: tutti devono frequentare la scuola pubblica, tutti devono poter accedere al mondo delle conoscenze e tutti devono essere valutati secondo le prestazioni fornite. Anche nella consapevolezza che quanto avvenuto si sarebbe potuto svolgere in altri modi, è difficile ritenere che la «classi speciali» per allievi stranieri fossero del tutto evitabili e ciononostante si potessero ottenere gli stessi o addirittura migliori risultati.

Si poteva fare meglio?

Certamente. Gli errori nell’impostazione, nella gestione e nel controllo di queste misure concepite «eccezionalmente» e per un tempo limitato sono infatti innegabili. E’ certamente mancata un’adeguata informazione. Benché le «classi speciali» per stranieri non fossero «scuole speciali» e avessero una durata limitata (di norma uno-due anni) e una finalità precisa, quella d’integrare meglio i bambini nelle classi normali, si è lasciato che molti genitori interessati interpretassero quella soluzione temporanea come una sorta di verdetto definitivo. Raramente, nelle discussioni pubbliche tra italiani, si spiegava in maniera chiara la natura e lo scopo di queste classi, mai si presentavano in modo convincente i vantaggi della loro frequenza.

Negli ambienti italiani si preferiva sovente la critica, talvolta spietata, del sistema scolastico svizzero ritenendolo troppo selettivo e discriminatorio, piuttosto che cercare di spiegarlo, analizzando i fatti e cercando eventualmente soluzioni alternative. Alcune associazioni con ampio seguito tra gli immigrati erano talmente orientate alla politicizzazione del tema da trascurare la loro responsabilità di sostenere e incoraggiare una maggiore partecipazione delle istituzioni e delle stesse associazioni alla gestione e al controllo delle classi speciali e in genere del sistema scolastico svizzero.

Con una maggiore partecipazione delle istituzioni e delle associazioni, fra l’altro auspicata dalle autorità scolastiche svizzere, è assai probabile che molte incomprensioni e molti pregiudizi sarebbero svaniti e, ciò che è più importante, molti più giovani italiani avrebbero incontrato nella scuola, nell’apprendistato e nella vita professionale meno difficoltà e maggior successo, facilitando la loro integrazione scolastica, professionale e sociale. (Fine)

Giovanni Longu

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