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Immigrazione italiana 1970-1990


62. La seconda generazione e l’integrazione scolastica

Nell’articolo precedente si diceva che all’inizio del periodo in esame (1970-1990) la Svizzera era impreparata a gestire il fenomeno della seconda generazione (anche solo di quella italiana, allora comunque preponderante). Se ne dava una spiegazione apparentemente plausibile: quel fenomeno non era stato previsto perché la politica immigratoria svizzera riguardava essenzialmente lavoratori stranieri «ospitati temporaneamente» (Gastarbeiter), per lo più giovani e senza figli, che dopo un soggiorno di qualche stagione o anno sarebbero ritornati al loro Paese di provenienza. Dalla seconda metà degli anni Sessanta, invece, non lo si poteva più ignorare e la Svizzera dovette cercare soluzioni appropriate e coerenti con la nuova politica immigratoria di stabilizzazione che aveva avviato. Fu un’impresa tutt’altro che semplice.

Fu l’Italia a sollevare il problema

Durante la lunga trattativa sfociata nell’Accordo di emigrazione/immigrazione del 1964, fu la delegazione italiana a sollevare il problema della seconda generazione, che del resto stava diventando di assoluta evidenza. Bastava osservare la progressione delle nascite di italiani negli ospedali svizzeri nei primi cinque anni del decennio (6503 nel 1960, 9130 nel 1961, 12.306 nel 1962, 14.835 nel 1963, 16.835 nel 1964). I dati ancora più significativi degli anni successivi avrebbero confermato la tendenza. Inoltre, in base alle facilitazioni previste nell’Accordo per i ricongiungimenti familiari, c’era da aspettarsi nell’arco di pochi anni l’arrivo massiccio di migliaia di bambini minorenni rimasti in Italia. Per questi bambini sarebbe stato dunque ineludibile il problema della scolarizzazione.

La delegazione italiana sollevò il problema anche alla luce della nuova politica immigratoria svizzera orientata alla stabilizzazione e all’integrazione della popolazione straniera residente. E poiché anche le autorità politiche italiane erano dell’opinione che la scolarizzare dei figli dei connazionali emigrati dovesse avvenire nelle scuole locali dei Paesi d’immigrazione, la richiesta dei negoziatori italiani che si favorisse l’inserimento dei bambini italiani nelle scuole svizzere sembrò quanto mai opportuna.

Contrariamente ad altre richieste italiane, questa trovò nella delegazione svizzera una pronta accoglienza, pur osservando che, essendo la materia scolastica di competenza cantonale, la Confederazione poteva solo raccomandare ai Cantoni l’adozione di «provvedimenti intesi a facilitare l’inserimento dei figli dei lavoratori italiani nelle scuole pubbliche svizzere». Non fu difficile per la Confederazione fare questa raccomandazione perché i Cantoni erano tutti ben disposti ad accogliere i nuovi arrivati.

Difficoltà iniziali

L’accordo delle due parti del negoziato non significava ancora la soluzione del problema, ma stava ad indicare due presupposti fondamentali per avviarla: la consapevolezza della Svizzera che qualunque politica d’integrazione dei giovani immigrati non poteva trascurare in alcun modo la scolarizzazione dei piccoli stranieri nelle strutture scolastiche locali e la consapevolezza dell’Italia che si dovesse superare la contrapposizione tra scuola privata italiana e scuola pubblica svizzera, in nome del bene certo o probabile dei bambini.

Quando si passa dai principi alla loro concretizzazione è inevitabile che s’incontrino delle difficoltà. Anche in questo caso non mancarono tanto nel campo svizzero quanto nel campo italiano. Sia la Svizzera che l’Italia dovevano infatti operare scelte radicali, che si sarebbero scontrate con difficoltà oggettive (soprattutto d’infrastrutture e di personale), incomprensioni e soprattutto col rischio di non fare nulla per non esacerbare gli animi e rompere gli equilibri esistenti.

Difficoltà per la Svizzera

Per le autorità federali si trattava soprattutto di motivare i Cantoni ad affrontare la scolarizzazione dei piccoli stranieri con grande senso di responsabilità, non solo adeguando o creando le infrastrutture prescolastiche e scolastiche necessarie (asili nido, scuole, palestre, ecc.), ma anche garantendo ai nuovi scolari il sostegno psicologico e pedagogico di cui avrebbero avuto sicuramente bisogno.

Benché tutti i Cantoni si fossero dichiarati ben disposti in linea di principio ad affrontare i nuovi compiti, era prevedibile che avrebbero incontrato nella fase realizzativa non poche né facili difficoltà, soprattutto a livello psicologico e pedagogico. I bambini stranieri provenivano generalmente da ambienti sociali poco scolarizzati, molti di essi non avevano frequentato nemmeno un anno di asilo nelle strutture svizzere, altri arrivavano direttamente dall’Italia e quasi tutti erano privi di un supporto familiare valido che li aiutasse a superare indenni le prime difficoltà di una scuola esigente e fortemente selettiva. Il personale insegnante non era però formato adeguatamente per affrontare queste problematiche e agevolare l’inserimento in una scuola tipicamente svizzera bambini di provenienza, cultura e preparazione diverse. Né si poteva prepararlo in breve tempo.

Difficoltà per l’Italia

Per le autorità italiane si trattava anzitutto di aiutare con argomenti convincenti molti immigrati indecisi a scegliere tra le scuole private italiane (gestite soprattutto dalle Missioni cattoliche italiane) e le scuole pubbliche svizzere in funzione del bene certo o probabile del bambino. Chi ha vissuto quell’epoca ricorda certamente le interminabili discussioni sull’argomento, il dramma di molte famiglie nella difficile scelta soprattutto quando in prospettiva c’era un rientro in Italia non immediato, le paure di quei genitori che temevano di perdere persino l’affetto dei propri figli se fosse venuta meno la facilità di comunicare con loro in italiano una volta soggiogati dalla lingua e dal mondo della scuola svizzera, per non parlare delle frustrazioni di molti genitori di non sentirsi in grado di aiutare i figli nelle prestazioni scolastiche.

Le autorità italiane c’erano ed erano pronte a sostenere molte iniziative, soprattutto dopo l’adozione da parte del Parlamento italiano della famosa legge 153 del 1971 sulle «iniziative scolastiche, di assistenza scolastica e di formazione e perfezionamento professionali da attuare all'estero a favore dei lavoratori italiani e loro congiunti». Ma anche con la legge e i cospicui finanziamenti collegati non s’illudevano che bastassero a garantire subito a tutti gli scolari italiani seri corsi di lingua e cultura italiana. Infatti occorreva coordinare i tempi e i luoghi con le autorità scolastiche svizzere, superare le polemiche riguardanti le scuole private, stabilire un coordinamento centrale dei corsi e degli insegnanti, motivare i genitori a mandare i figli a questi corsi, anche se talvolta a scapito del tempo libero o di altre lezioni della scuola svizzera, ecc.

Interventi mirati

La Confederazione era convinta della necessità d’inserire i bambini stranieri nella scuola svizzera e già in occasione del Messaggio alle Camere federali per la ratifica dell’Accordo del 1964 con l’Italia aveva sostenuto la necessità che i Cantoni adeguassero le strutture scolastiche alle nuove esigenze. Non potendo interferire nelle questioni prettamente scolastiche perché di competenza cantonale, le autorità federali intervenivano sulla politica generale che mirava a rendere l’integrazione dei giovani stranieri necessaria e possibile, cominciando dall’inserimento dei bambini stranieri nella scuola svizzera.

Attraverso gli studi e le ricerche della Commissione federale consultiva per il problema degli stranieri (CFS), istituita nel 1970, il Consiglio federale acquisiva preziose informazioni sullo stato dell’integrazione, sulle difficoltà che s’incontravano sul territorio e sulle possibili soluzioni. Per questo la CFS intratteneva stretti rapporti con tutte le istituzioni pubbliche (Cantoni, Comuni, Chiese, ecc.) e con alcune istituzioni cittadine (Consigli, Commissioni di stranieri, Centri di contatto e simili) sorte appositamente per favorire il contatto tra svizzeri e stranieri e indirettamente l’integrazione. Dal 1974 la CFS consultava regolarmente anche una rappresentanza qualificata delle organizzazioni degli stranieri al fine di coinvolgerle in questo ampio progetto d’integrazione.

A loro volta, i Cantoni, principali responsabili della scolarità obbligatoria, s’impegnarono in molti modi per agevolare l’inserimento dei bambini stranieri. Alcuni servizi scolastici locali offrirono ai giovani stranieri senza dimestichezza con la lingua tedesca lezioni supplementari di tedesco. Ciononostante, i risultati raggiunti negli anni Settanta sono stati insufficienti e si dovrà attendere ancora a lungo prima di ottenere quelli soddisfacenti.

Tuttavia, va dato atto alle autorità scolastiche svizzere di aver cercato in vari modi di favorire l’inserimento sereno degli allievi stranieri, ma non si può negare che alcune soluzioni (per esempio l’istituzione di «classi speciali») non siano state preparate, concordate e comunicate adeguatamente (come risulterà meglio dal prossimo articolo). (Segue)

Giovanni Longu

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