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Le grandi speculazioni finanziarie (Prima parte)

Caro lettore, oggi cominciamo una breve serie dedicata alle grandi speculazioni finanziarie del passato, per analizzare in un secondo tempo le speculazioni borsistiche dei nostri giorni. È mia opinione, infatti, che solo chi conosce la storia e il funzionamento dei mercati possa navigare sui mercati finanziari moderni con sicurezza e successo. E chi non vorrebbe avere successo in borsa? Continuate a leggere, ne sentirete delle belle!

"Oggi un contadino ha acquistato un singolo bulbo del raro tulipano chiamato Viceré pagando per esso: 8 maiali grassi, 4 buoi grassi, 12 pecore grasse, 24 tonnellate di grano, 48 tonnellate di segale, 2 botti di vino, 4 barili di birra, 2 tonnellate di burro, 1000 libbre di formaggio, una coppa d’argento, un abito e un letto completo per un totale di 2500 fiorini, una cifra equivalente al reddito annuo dei più ricchi mercanti  dell’epoca."

Sembra uno scherzo, non trovate? Invece è successo veramente! Questa astronomica quotazione di un bulbo di tulipano risale al gennaio 1637 in Olanda; l’Olanda si sta in quel periodo affermando come centro della nuova economia capitalistica. È il culmine della "febbre dei tulipani", la prima grande speculazione finanziaria dell’età moderna. I tulipani erano lo status-symbol dell’oligarchia olandese, dal 1635 erano domandati e acquistati a prezzi sempre più elevati: all’inizio si scambiavano bulbi ma da un certo punto in poi cominciarono ad essere contrattati titoli su bulbi futuri, quelli cioè non ancora prodotti. I protagonisti del mercato dei tulipani non erano più contadini e proprietari di giardini ma operatori che compravano e vendevano solo per ottenere un guadagno finanziario senza alcun interesse per i fiori. Finchè il primo martedì di febbraio 1637 una partita di tulipani in vendita a prezzo “accettabile” (relativamente ai prezzi del momento) rimase invenduta: fu il segnale del crollo delle quotazioni; chi era uscito in tempo dalla “tulipomania” aveva fatto immense fortune, i più si ritrovarono con in mano bulbi o pezzi di carta acquistati a prezzi astronomici e ora di nessun valore.

La febbre dei tulipani è stata solo la prima di numerose storie di speculazione finanziaria sui prodotti e sui titoli più diversi con le conseguenti ondate di euforia e panico che accompagnano ogni speculazione. Può costituire però un esempio utile a capire cosa significhi occuparsi di finanza nel XIX secolo, nel periodo del “laissez-faire” e del “gold standard”. La finanza nell’800 era un gioco d’azzardo che con le sue luccicanti ed immense risorse mobilizzate e poste a rischio attraverso il gioco di borsa, poteva rappresentare la fortuna o la rovina degli speculatori borsistici. La speculazione era la dimensione fondamentale che caratterizzava l’operare economico della cosmopolita ed aristocratica “haute finance” formata dalle più grandi e importanti famiglie di banchieri d’affari: l’alta finanza assumeva il ruolo di "usuraio del mondo" ovunque vi fosse necessità di capitali per finanziare la costruzione di una ferrovia o di un canale, lo sviluppo industriale o anche soltanto il debito pubblico di una nazione. L’alta finanza si fece nell’800 garante fondamentale della cultura economica del “laissez-faire”, unica in grado di assicurare la tenuta del sistema finanziario mondiale: gold standard e libera circolazione del capitale e delle merci erano gli unici principi fissi per preservare l’elite degli affari dall’instabilità economica di un ambiente perennemente incerto quale era il mercato della borsa. Dietro l’apparente spontaneità del mercato, dietro la cosiddetta "mano invisibile del mercato", in realtà si celava un dispositivo di concertazione privata, informale, tra i maggiori attori finanziari per regolare gli eccessi di una competizione altrimenti incontrollabile. Con il potere rappresentato dalla sua immensa ricchezza e l’appoggio delle istituzioni statali finanziate, l’haute finance poteva disporre le regole del gioco in un’arena di interessi altrimenti non gestibili e riusciva a imporre come valore universalmente accettato l’ideale del “gentleman finanziere”, l’ideale cioè di un gruppo aristocratico ed elitario che cercava di mantenersi ristretto. Al disordine e all’incertezza del mondo della borsa si contrapponeva una classe gerarchica forte e autoritaria rafforzata dall’integrazione nelle classi dirigenti. L’alta finanza si fece soggetto regolatore di un mercato, quello finanziario, solo apparentemente perfettamente concorrenziale ma in realtà quasi monopolistico e gestito da poche grandi famiglie d’affari non direttamente in concorrenza tra loro sui singoli affari o investimenti. Le grandi famiglie della haute finance avevano di fatto informalmente pattuito un accordo di spartizione delle regioni di influenza e vedevano la concorrenza più come una gare a distanza nell’allargamento di tali rispettive aree piuttosto che in confronti diretti che avrebbero danneggiato la stabilità del sistema monetario internazionale. L’alta finanza in virtù della sua incredibile ricchezza e potere diventò uno dei governatori più potenti seppur invisibile del mondo.

Alla prossima settimana per il seguito della storia!

Peter Ferri

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