Yalla! Per chi non conosce l’arabo, questa parola ha un suono magico, quasi incantato, un’energia che sprigiona forza e movimento. In realtà, yalla significa “forza”, “andiamo”, “dai”. Fadi la ripete spesso nel suo monodramma Clarinet. Ma a cosa vuole incoraggiarci o spronarci, esattamente?
Fadi Alghoul è un attore, regista e musicista palestinese che ha compreso il potere trasformativo dell’arte e restituisce, attraverso di essa, il proprio dolore e le perdite — materiali ed emotive — di un bambino, e di quell’infanzia che continua a vivere dentro l’adulto che è diventato.
Che cos’è un monodramma?
È un’opera teatrale in cui un solo attore interpreta l’intera storia, dando voce ai pensieri e alle emozioni di un personaggio. Si tratta di una forma di teatro estremamente intensa e personale, capace di creare una profonda connessione con il pubblico.
Fadi sceglie questo linguaggio per trasmettere, in diverse sfumature dell’arabo e con un forte coinvolgimento emotivo, ciò che ha vissuto in prima persona durante la guerra del Libano del 1982.
Con Clarinet lo spettatore rivive, attraverso di lui, le esperienze atroci e disumane di quel conflitto.
Ricordiamo che la situazione dei palestinesi durante la guerra del Libano del 1982 fu estremamente difficile. Molti di loro, già rifugiati in Libano dopo essere stati espulsi dalle proprie case in Palestina nel 1948, vissero nuovamente l’orrore della violenza. Durante il conflitto, i campi profughi palestinesi di Sabra e Shatila furono presi di mira dalle forze israeliane e dalle milizie libanesi, causando numerosissime vittime, gravi distruzioni materiali e traumi emotivi che perdurano ancora oggi. Il massacro di Sabra e Shatila, avvenuto nel settembre del 1982, resta infatti uno degli episodi più tragici di quel conflitto.
Che relazione c’è tra Clarinet e tutto questo?
Attraverso il suo monodramma, recitato interamente in lingua araba, Fadi rivendica il dovere collettivo di non dimenticare. Invita a riflettere sui conflitti, sulle loro origini, ma soprattutto sulle loro conseguenze e sui falsi trattati di pace che spesso ne seguono.
La rappresentazione teatrale richiede la partecipazione attiva e l’attenzione del pubblico. Sullo sfondo del palcoscenico viene proiettata la traduzione in italiano di ciò che Fadi racconta e fa rivivere. In una di queste frasi si legge:
“Clarinetto, ho imparato subito il nome… mitraglia, Clarinetto…”
Un clarinetto, strumento musicale dal quale sembra sprigionarsi il coraggio di affrontare e superare la vita. Il pubblico, condividendo con Fadi questo dramma, sviluppa empatia, ma si rende anche conto della propria impotenza di fronte alla realtà.
In questa dimensione emotiva e profondamente attuale, non basta un paravento protettivo: occorre esporsi, mettersi in gioco. Questa opportunità è stata offerta con sensibilità dal Teatro Paravento di Locarno, dove Fadi si è esibito di recente in un’unica, intensa serata.
Poiché l’inglese sta diventando sempre più la lingua universale del dialogo, noi de L’ECO desideriamo unirci a questa tendenza, pubblicando l’intervista integrale a Fadi Alghoul.
In 2025, what remains of the 1982 Fadi within you
The same childlike curiosity to understand the world, even after everything that has changed.
Has Clarinet allowed you to process the Lebanon war and the current one?
Yes, the clarinet helps me express memory and conflict in a personal and human way, beyond political language.
It’s daring to create a monodrama in Arabic for a non-Arabic audience. What linguistic, artistic, and psychological message do you want to convey?
I wanted to show that the Arabic language remains alive even in exile — a symbol that carries both identity and meaning.
What would your monodrama be like if the audience heard the translation instead of reading it on screen?
It would become a sound experience. The visual aspect might fade, but the rhythm and emotion of the language would remain.
Where do you live now?
I move between several places, but I live wherever I can work and create freely.
Graziella Putrino


