Sunlit dirt path winding toward a hilltown with a tall church tower, framed by a massive foreground tree and distant mountains.

Quando le radici rifioriscono: da Chambéry al Friuli, un viaggio nella memoria

Viaggio alle radici in Friuli significa tornare nei luoghi dai quali tutto ebbe inizio. A volte le radici rifioriscono. Anche dopo decenni, anche quando l’emigrazione, la distanza e il trascorrere del tempo sembrano aver reciso quasi completamente il legame con la terra d’origine.

È quello che sta accadendo a Chambéry, in Savoia, dove un gruppo di friulani di seconda generazione ha deciso di riportare in vita il Fogolâr Furlan, rimasto inattivo dopo la scomparsa di Gino Mirolo, per molti anni punto di riferimento della comunità.

A raccogliere il testimone sono stati Georges Calligaro e un piccolo gruppo di amici, accomunati dal desiderio di non lasciare disperdere una storia che appartiene alle loro famiglie e, più in generale, alla grande vicenda dell’emigrazione italiana in Francia.

Un piccolo pezzo di Friuli a Chambéry

In una città dove non esiste più il Consolato italiano, il Fogolâr è diventato, simbolicamente, una sorta di piccolo consolato del Friuli: un luogo nel quale incontrarsi, conservare la memoria e soprattutto permettere alle nuove generazioni di riscoprire le proprie origini.

Tra le iniziative più significative ci sono i viaggi alle radici, organizzati per accompagnare i discendenti degli emigrati nei paesi dai quali partirono genitori e nonni.

Nella primavera del 2026 il Fogolâr Furlan di Chambéry ha organizzato il suo terzo viaggio in Friuli. Dodici soci provenienti da Chambéry, Lione e Grenoble hanno attraversato una terra che per alcuni era familiare e per altri quasi sconosciuta.

Una giornata, come già avvenuto negli anni precedenti, è stata dedicata alle famiglie rimaste in Friuli: parenti lontani, legami sopravvissuti al tempo, ricordi da recuperare.

Perché un viaggio alle radici non è soltanto turismo. È soprattutto un viaggio nella propria storia.

Un viaggio alle radici in Friuli, da Gemona al Troi delle Memorie

Il percorso ha toccato alcuni dei luoghi più significativi del Friuli.

A Gemona, cinquant’anni dopo il terremoto del 1976, i partecipanti hanno incontrato il simbolo di una comunità capace di ricostruirsi dopo la tragedia.

A San Daniele, invece, è arrivato un momento decisamente più conviviale: una grande “prosciuttata” che ha riunito 39 persone, tra friulani di Francia e friulani d’Italia.

Poi la salita verso Sammardenchia di Tarcento e la passeggiata lungo il Troi delle Memorie, il sentiero costellato da oltre cento bassorilievi in terracotta che raccontano la vita quotidiana, le feste e le leggende di queste terre.

Un luogo particolarmente significativo per chi porta dentro di sé la storia dell’emigrazione: quei racconti appartengono infatti anche ai paesi che, nel corso del Novecento, videro partire migliaia di uomini e donne verso la Francia, la Svizzera e molti altri Paesi.

Il viaggio è proseguito attraverso Pordenone, Valvasone, Monte Lussari, i laghi di Fusine, Tolmezzo, Illegio e Gorizia, arrivando anche al castello di Predjama, in Slovenia.

Ma il momento più intenso non era scritto nel programma turistico.

Foto di gruppo dei partecipanti al viaggio alle radici in Friuli organizzato dal Fogolâr Furlan di Chambéry
Il gruppo del Fogolâr Furlan di Chambéry

Alvise, Silvano e un incontro dopo oltre settant’anni

Tra i partecipanti c’era Alvise Di Bin, oggi membro attivo del nuovo Fogolâr Furlan di Chambéry.

Alvise lasciò Plasencis e il Friuli nel 1949, quando non aveva ancora sette anni. Aveva appena cominciato ad andare a scuola in Italia quando la sua famiglia emigrò in Francia.

Lì ricominciò tutto da capo.

Con il passare degli anni si integrò completamente nella società francese, diventò commercialista e costruì la propria vita. Il Friuli rimase soprattutto la terra dei genitori e delle vacanze trascorse nel paese natale.

Per oltre settant’anni quella prima scuola e quei compagni d’infanzia sembravano appartenere a un mondo ormai lontanissimo.

Poi è accaduto qualcosa di inatteso.

Tutto comincia da un pianista

Alcuni mesi prima del viaggio, gli amici del Fogolâr della Guascogna avevano segnalato l’arrivo ad Auch del pianista friulano Sebastian Di Bin, impegnato in un concerto di beneficenza a favore di Lou, una bambina di 11 anni affetta da una rara malattia agli occhi.

Anche il Fogolâr di Chambéry aveva deciso di sostenere l’iniziativa.

Alvise, incuriosito da quel cognome uguale al suo, cominciò a informarsi sulle origini del musicista.

E scoprì una prima coincidenza: anche Sebastian proveniva da Plasencis.

Ma non era tutto.

Il padre del pianista, Silvano Di Bin, era stato un suo compagno di scuola prima della partenza di Alvise per la Francia nel lontano 1949.

Due bambini che avevano condiviso un’aula si erano persi di vista per oltre settant’anni.

E improvvisamente si erano ritrovati.

La sera in cui il tempo si è fermato

Durante il viaggio in Friuli è stato naturalmente organizzato l’incontro.

Sebastian ha regalato ad Alvise anche un piccolo recital privato, mentre Silvano e sua moglie Chantal hanno accolto il gruppo, accompagnandolo alla scoperta dell’atelier e delle opere dell’artista.

È stata una serata fatta di musica, arte, ricordi e racconti.

Ma soprattutto di due vite che, dopo essersi separate quando erano ancora bambini, si sono nuovamente incrociate.

Alvise e Silvano si sono promessi di non perdersi più.

Le radici, dopo oltre settant’anni, erano rifiorite.

Quando il viaggio diventa qualcosa di più

È forse questo il significato più profondo dei viaggi organizzati dal Fogolâr Furlan di Chambéry.

Non semplicemente tornare nei luoghi dai quali partirono genitori e nonni, ma ricostruire una parte della propria identità.

L’emigrazione ha disperso famiglie e comunità in tutta Europa e nel mondo. Con il trascorrere delle generazioni molti legami inevitabilmente si indeboliscono. I dialetti si dimenticano, i parenti diventano nomi lontani, i paesi d’origine luoghi conosciuti soltanto attraverso vecchie fotografie e racconti familiari.

Eppure qualche radice rimane.

A volte basta un viaggio, un cognome, una fotografia o persino l’incontro casuale con un pianista per riportarla alla luce.

La rinascita del Fogolâr Furlan di Chambéry racconta proprio questo: la memoria dell’emigrazione non appartiene soltanto al passato. Può ancora diventare incontro, scoperta e appartenenza.

E magari l’esempio di Chambéry potrà incoraggiare altri figli e nipoti dell’emigrazione italiana a cercare, un giorno, la strada verso il paese dal quale tutto ebbe inizio.

Danilo Vezzio, dal racconto di Georges e Alvise.


Storie di emigrazione, incontri e legami che attraversano i confini: continua a seguirle nella nostra rubrica Comunità italiana.

Sostieni L’ECO – L’informazione ha bisogno anche di te

 

Condividi questo articolo su:

Articoli correlati

SEGUICI SUI NOSTRI SOCIAL