Verso il Sole diventa, nello sguardo di Graziella Putrino, anche un viaggio nella memoria dell’emigrazione. L’autrice ritrova nelle lingue che si intrecciano, nella 500, nelle valigie, nei ricordi e nelle differenze culturali immagini capaci di risvegliare l’esperienza di tanti italiani che hanno lasciato il loro Paese. Quella che segue è dunque una lettura personale ed emotiva dello spettacolo, nella quale ciò che accade sul palco incontra ciò che ciascuno porta con sé.
A Verscio c’è un teatro di pietra dove le parole pesano più dei gesti. In Verso il Sole Nina Dimitri, Silvana Gargiulo e Nicole Knuth non raccontano l’emigrazione: la respirano. Sul palco ci sono due valigie e una 500 sgangherata, come la nostalgia dei ricordi: emblema d’italianità. E c’è un mantra che ti entra dentro e non esce più: Schnuufe und akzeptiere. Respira e accetta. L’ha inventato Silvana, ed è la fotografia di tutti i rospi che ogni emigrato ha mandato giù in silenzio, pur di credere che da qualche parte ci fosse un sole migliore.
Lingue che si incontrano e si confondono
Qui le lingue si mescolano. Nina è svizzera-italiana, Silvana è milanese di nascita e di famiglia napoletana, Nicole arriva da Zurigo. Parlano italiano, tedesco, francese e, a volte, tutte e tre le lingue insieme, in un cortocircuito che è la nostra vita vera. Perché chi è emigrato lo sa: a casa parli dialetto, al lavoro tedesco standard, con gli amici mescoli tutto e alla fine ti chiedi quale di queste voci sei davvero.
Il pubblico ride perché riconosce quegli equivoci linguistici che, vivendo tra lingue diverse, sono capitati un po’ a tutti. Mentre Nicole recita con solennità Stufen di Hesse, Silvana sente essen e precipita nel suo mondo affettivo italiano, dove mangiare non è nutrire il corpo ma la memoria: è la domenica, è la lite e la pace a tavola, è l’amore che si serve nel piatto. In un attimo la poesia tedesca diventa ragù e nessuno si scandalizza, perché è così che funziona quando vivi tra due mondi.
E poi il viaggio tra lingue e culture incrocia Hesse, il gigante di Montagnola. Per Silvana l’Italia è tutto: i poeti, gli scrittori, i cantautori. È la culla della cultura universale. L’Italia fu anche per Hesse una terra desiderata e amata, che lo scrittore visitò più volte. Un luogo capace di alimentare quell’immaginario che, proprio come accade a tanti emigrati, continua a vivere dentro di noi anche quando siamo lontani.
Una 500, il TCS e una voce al telefono
E qui lo spettacolo si fa puro sole ed evidenzia i comportamenti di culture e mentalità diverse: la 500 ha un guasto. Nicole vuole chiamare il TCS. Silvana si oppone. Lei è determinata e convinta di sapere aggiustare il guasto alla sua 500. Ma, di nascosto, Nicole compone il numero del TCS. E scatta la scintilla.
Nicole racconta di essersi innamorata perdutamente della voce calda di “Gianni” del TCS. Senza averlo mai visto. Solo una voce al telefono. E per lei tutta la cultura, tutta l’Italia, tutta la nostalgia si riducono a quel timbro. Non importa se lo pronunci “Tschianni” con l’accento svizzero-tedesco o se riesci a dire “Gianni” perfetto. Il cuore è già andato. Sono le vibrazioni che penetrano. È una voce senza volto, ma piena di sole.
Ed è questa la metafora più vera di Verso il Sole: non è il luogo, è la sonorità che ti salva. È il calore di una voce che ti fa sentire a casa anche quando sei lontanissima.
Quando la 500 diventa memoria
E poi ci sono gli odori. Quelli che cerchi disperatamente quando sei lontano e provi a riprodurre con ostinazione ridicola e commovente. Il basilico nel sugo che non sa mai come quello di casa. La canzone che metti a tutto volume per sentire ancora la voce di chi non c’è più fisicamente ma ti abita.
Ed è allora che quella 500 sul palco diventa molto di più: infanzia, nonna sul sedile posteriore, finestrino aperto, i pomodori che diventano magicamente salsa per tutto l’anno e profumo di sugo che ti segue per strada. Sono le radici a cui ti aggrappi anche quando il vento ti spinge altrove, perché senza radici si vola via.
Verso il Sole fa ridere, eccome. Fa ridere perché il disastro linguistico è quotidiano, perché confondere le parole davanti a un funzionario è un rito di passaggio. Ma subito dopo ti lascia un nodo alla gola, perché dietro ogni battuta c’è fatica.
Ed è qui che, nello sguardo di chi ha vissuto l’emigrazione, nasce una domanda: chi è il colpevole di tutti questi disagi? Non la vita. Non il destino. Sono i sistemi. Quelli burocratici che ti riducono a numero, quelli che ti chiedono di Schnuufe und akzeptiere pur di darti una possibilità, quelli che ti fanno sentire straniero anche quando parli bene la loro lingua.
Da Verscio all’Argentina di Alfonsina Storni
E quando Nina canta in spagnolo, lo spettacolo cambia ancora registro. La voce si allunga, si fa dolce e tagliente, e ti riporta ad Alfonsina Storni. Anche lei ticinese, nata a Sala Capriasca nel 1892, partita bambina “verso il sole” dell’Argentina. Anche lei sdoppiata tra due lingue, due case, due identità.
Poetessa che ha scritto di donne, amore e solitudine con una rabbia che non aveva ancora avuto voce. Voy a dormir, la sua ultima poesia, fu inviata al quotidiano argentino La Nación poco prima della sua morte a Mar del Plata.
Le canzoni di Nina in spagnolo hanno lo stesso sale: sono memoria, sono emigrazione, sono Ticino che canta a Buenos Aires e torna a Verscio.
Nina, Silvana e Nicole non recitano. Abitano. Con il corpo, con la musica, con il silenzio di chi sa cosa vuol dire partire e non tornare mai uguale. A Verscio, nella casa di Dimitri, questo spettacolo trova il suo posto naturale: senza maschere, senza retorica, solo verità.
Alla fine, la 500 simbolica è ancora lì, parcheggiata. Dentro ci sono le valigie dei ricordi di 60 anni fa. Le sofferenze. Gli affetti. Non possiamo cambiare una virgola: Schnuufe und akzeptiere!
Graziella Putrino
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