Turismo delle radici e Ovidio Marras sono al centro dell’apertura delle quattro Giornate sul Turismo delle Radici organizzate dal Comites di Basilea il 24, 25, 26 e 27 settembre 2026, iniziate con la proiezione del film di Riccardo Milani La vita va così.
Per quattro giorni il Comites di Basilea presenta studi accademici, rievoca storie di memoria, di terra, di connessione e di radici affettive.
E si parte proprio da La vita va così, la storia di Ovidio Marras.
Teulada (SU), Sud Sardegna. Un dito su una carta geografica. «Qui». Capo Malfatano, tra Tuerredda e Malfatano. Una delle più belle baie del Mediterraneo. Arriva la SITAS – Società iniziative agricole sarde. Dietro: importanti gruppi dell’imprenditoria nazionale. Il progetto prevede un grande complesso turistico.In mezzo un furriadroxu e 12 ettari. Un uomo con la quarta elementare, camicia a quadri. Dignità intatta. Principi saldi: Ovidio Marras.
Cos’è un furriadroxu e cos’è il Sulcis Iglesiente?
Il furriadroxu è l’insediamento agropastorale monofamiliare del Sulcis Iglesiente, nell’estremo sud-ovest della Sardegna. Non è una casa, non è un ovile. È tutte e due: pietra a secco, tetto di canne e ginepro, una stanza per la famiglia, una per gli animali, l’aia davanti, la cisterna. Non ha recinzione.
Chi era Ovidio Marras?
Ovidio Marras nasce a Teulada nel 1930, terzo di cinque figli di una famiglia di pastori-contadini del Sulcis. Quarta elementare, poi lavoro a 10 anni con le pecore. Non è mai emigrato, non ha mai voluto andare a Carbonia in miniera.Sposato con Maria, due figli – Francesca e Gianni – allevati nel furriadroxu di Malfatano senza luce fino al 1975, acqua di cisterna. 12 ettari ereditati dal padre nel 1968, mucche bruno-maremmane, capre, orto, 200 olivi.
Uomo schivo, poche parole. A chi gli portava le carte da firmare, diceva: «Io non so leggere le carte, so leggere il cielo».Quando arriva lo scontro con la SITAS, Ovidio potrebbe vendere e sistemare i figli per tre generazioni. Dice no.
Proteggeva una genealogia di radici. Non 12 ettari. Secoli di fatica della sua famiglia su quella pietra.
La cronaca giuridica
Non è espropriazione per pubblica utilità. È un progetto privato e Ovidio non vuole cedere la sua terra. «I soldi volano, la terra resta», questo è il suo principio. Un uomo che emana saggezza. Quella genetica. In fusione con la natura.
La cronaca emotiva
È qui che la vicenda reale e il racconto cinematografico si intrecciano. Il film di Riccardo Milani restituisce le pressioni, l’isolamento e la resistenza del suo protagonista attraverso scene e personaggi che accompagnano lo spettatore dentro la storia.
Chi lo recinta abusivamente e prepotentemente?La SITAS.
Nel 2010 viene modificato lo stradello che conduce al furriadroxu della famiglia Marras e vengono installati nuovi cancelli senza consegnare a Ovidio le chiavi. Denuncia. Primo atto di resistenza.
Chi gli mette il paese contro? L’indotto promesso, i posti di lavoro, la promessa dello sviluppo.Nel film il paese si divide. Ovidio diventa per alcuni l’uomo che blocca il futuro.
Chi si gioca la carta della Chiesa e gli manda il Vescovo con il suo seguito? Nel racconto cinematografico arriva anche l’appello al «bene comune».
La risposta è semplice:
«Il bene comune è la terra».
E il film racconta anche pressioni che arrivano fino agli affetti più vicini, nel tentativo di convincere la famiglia a far cedere Ovidio. Con lui c’è anche Putus. Marrone, pastore fonnese. Cane fedele.
Putus e Italia Nostra
Nella realtà Ovidio ha raccontato che gliel’hanno avvelenato vicino al cancello.Nel film di Milani Putus non è avvelenato. È fatto scomparire. Gli lasciano il collare nero appeso a un ramo come messaggio minaccioso.
È il momento in cui Mariano, interpretato da Aldo Baglio, il capo cantiere palermitano, si fa licenziare impressionato dalla fermezza del pastore.
Lasciamo Putus. Nel film, in modo strano, moderno, quasi magico, torna.
Ovidio da solo non ce l’avrebbe fatta. Chi lo aiuta è Italia Nostra, l’Associazione Nazionale per la Tutela del Patrimonio Storico, Artistico e Naturale della Nazione.
Fondata a Roma nel 1955, Italia Nostra diventa una presenza fondamentale nella battaglia per Tuerredda. La vicenda arriva davanti alla giustizia amministrativa. Dopo il TAR Sardegna e il Consiglio di Stato, nel 2016 la Cassazione a Sezioni Unite conferma che per il progetto non potevano essere sufficienti valutazioni di impatto ambientale separate per i singoli lotti: era necessaria una valutazione unitaria dell’impatto dell’intero complesso. La battaglia giudiziaria ferma il progetto.Nel 2018 la SITAS viene dichiarata fallita dal Tribunale di Cagliari.
Golia ha perso.
Bachisio Bandinu
Antropologo sardo di Bitti, giornalista, già collaboratore del Corriere della Sera e direttore de L’Unione Sarda, Bachisio Bandinu ha raccontato anche la trasformazione della Sardegna, il rapporto tra identità, territorio e sviluppo.
Il film: “La vita va così”
Riccardo Milani – 2025, 118 minuti – gira il film anche a Teulada, sulla spiaggia di Tuerredda, che nella pellicola si chiama Bellesa Manna, oltre che a Cagliari e Pula. La vita va così apre la 20ª Festa del Cinema di Roma il 15 ottobre 2025 e arriva nelle sale il 23 ottobre.
Cast: Giuseppe Ignazio Loi, pastore vero e non attore, interpreta Efisio Mulas. Virginia Raffaele è Francesca, Diego Abatantuono è Giacomo Greatti, Aldo Baglio è Mariano, Jacopo Cullin è Gianni Mulas, Geppi Cucciari è il giudice. Carlo Cracco interpreta sé stesso.
Scena madre: le 35 pagine dell’avvocato milanese, il tradimento, il cedimento. E la calma del pastore.
Il film ottiene un’importante risposta del pubblico e porta sul grande schermo una vicenda che in Sardegna non è soltanto cinema. È anche restituzione.
La lingua: “Sa domo sua”
Nel film si sente parlare sardo. Non è un dialetto. È una lingua riconosciuta dalla Legge 482 del 1999 e considerata tra le più conservative delle lingue romanze. Domus resta domo. La frase che nel film Ovidio-Efisio dice davanti al giudice è: Sa domo sua – In domo sua. Letteralmente: «La casa sua».
Essere in domo sua assume qui un significato che va ben oltre il semplice «essere a casa»: la domo diventa il luogo dell’appartenenza, dell’identità e dell’inviolabilità. Un richiamo che trova suggestioni anche nell’antica tradizione giuridica sarda, nella quale la casa godeva di una particolare tutela.
Ovidio non difendeva 12 ettari. Proteggeva una genealogia di radici. Difendeva il suo essere in domo sua.
La tomba
Ovidio Marras è morto il 6 gennaio 2024 a 93 anni. Tomba semplice al cimitero di Teulada. «I soldi volano, la terra resta». Nel film: «Efisio Mulas 1935-2024 – Sa terra est de chie la traballat – In domo sua».
Oggi, settembre 2026, la vicenda giudiziaria della SITAS appartiene al passato, ma lo scheletro del resort continua a ricordare ciò che accadde a Capo Malfatano.
Il messaggio civile attraverso il film
Il film non è nostalgia pastorale.È una commedia civile, attualissima. Mette in scena due visioni opposte: quella economico-capitalistica del cemento che promette lavoro e quella agreste di attaccamento alla terra. Il finale non è trionfalistico. Non ci sono applausi. La comunità resta divisa e stanca. La terra è salva, ma il prezzo umano è evidente.
Milani dice: difendere ciò che conta davvero non significa uscirne indenni.
Vincere non è guadagnare, è non tradire ciò che si è.
Il Comites di Basilea e il turismo delle radici
Con il film di Milani, il Comites di Basilea ha toccato molteplici corde nei presenti, vecchi emigrati ed expat. Ha toccato la corda della memoria, della fatica, della lingua perduta e ritrovata. Ha toccato la corda più profonda: il turismo delle radici. Perché molti di noi in sala – sardi, calabresi, siciliani, veneti arrivati a Basilea negli anni Sessanta e Settanta – si sono riconosciuti in Ovidio.
Anche noi abbiamo lasciato un furriadroxu.
Anche noi sappiamo cosa vuol dire proteggere una genealogia di radici quando sei lontano. E il turismo delle radici non è andare a fare una foto in spiaggia.
È tornare in domo sua.
Prima di dare la parola al regista
Non è solo una storia sarda. È la storia di Teulada come è la storia della Val di Susa, delle Langhe, del Veneto e della laguna di Venezia, del Molise, della Sicilia, della Puglia, della Basilicata, della Calabria e di tutte le altre regioni dove la terra è stata vista come merce, come capitale e non come domo. È la storia italiana di chi dice no quando tutti dicono «vendi» o ti lasciamo morire psicologicamente.
È la Storia dei miei nonni. Di mio papà.
Lasciamo ora la parola a Riccardo Milani, il regista che si esprime così dopo la visione del film a Liestal.
Scopri altri articoli nella Rubrica Comunità Italiana de L’ECO




