Il tribunale dei social media rappresentato da una persona sommersa da commenti e giudizi online.

Benvenuti nel tribunale dei social: qui la sentenza arriva prima dei fatti

Tribunale dei social media. Ormai funziona così. Accade un fatto di cronaca, compare un video di pochi secondi, qualcuno pubblica una fotografia o una frase ad effetto e il processo può iniziare. Anzi, per essere precisi, il processo è già finito. Perché la sentenza è stata emessa ancora prima che qualcuno abbia avuto il tempo di capire cosa sia realmente accaduto.

Se il tribunale dei social fosse un vero tribunale, probabilmente sarebbe il più rapido del mondo. Altro che anni di indagini, udienze, testimonianze e perizie. Qui bastano pochi minuti. La giuria è sempre pronta. I giudici sono milioni. E gli avvocati della difesa, di solito, non vengono nemmeno ammessi.

“Colpevole!” E il caso è chiuso

La scena si ripete ormai con una regolarità impressionante. Succede qualcosa. Dopo cinque minuti c’è già chi ha ricostruito l’intera vicenda, individuato il movente, scoperto i complici, trovato il colpevole e deciso anche quale dovrebbe essere la pena. Gli investigatori? Stanno ancora raccogliendo gli elementi. I magistrati? Devono ancora leggere il primo rapporto. Ma sui social il fascicolo è già stato archiviato. Con tanto di condanna definitiva.

Gli esperti di tutto

C’è poi un fenomeno curioso. Le stesse persone che ieri erano virologi, oggi sono magistrati. Domani diventeranno esperti di balistica, dopodomani psicologi, quindi costituzionalisti, economisti e allenatori della Nazionale. Una preparazione enciclopedica che farebbe invidia alle migliori università del mondo. Peccato che, nella maggior parte dei casi, tutto si basi su un titolo letto di fretta o su un video di venti secondi.

Le prove? Sono un dettaglio

Una volta le prove erano fondamentali. Oggi basta uno screenshot. Meglio ancora se sfocato. Oppure un video accuratamente tagliato nel punto in cui avrebbe iniziato a spiegare davvero i fatti. Il contesto diventa un optional. La verifica una perdita di tempo. L’importante è essere i primi a condividere.

Ma qui non c’è proprio nulla da ridere

Fin qui possiamo anche sorridere. Poi però ci fermiamo un attimo a riflettere. Perché dietro ogni nome dato in pasto ai social c’è una persona vera. E insieme a quella persona ci sono una moglie o un marito, dei figli, dei genitori, fratelli, amici, colleghi. Mentre migliaia di perfetti sconosciuti si improvvisano giudici, c’è chi vive giorni, settimane, mesi o addirittura anni di autentico inferno. Insulti. Minacce. Auguri di morte. Offese rivolte anche ai familiari. Fotografie condivise ovunque. Profili presi d’assalto.

Una gogna pubblica che, in alcuni casi, diventa una vera e propria caccia all’uomo digitale. E tutto questo quando, magari, le indagini sono appena iniziate. Oppure quando quella persona, alla fine, si rivelerà completamente estranea ai fatti. Perché la rettifica arriva quasi sempre troppo tardi. L’accusa fa il giro del mondo. La smentita spesso non esce nemmeno dal quartiere. E il marchio resta. Su Internet, purtroppo, la memoria è lunghissima.

Anche i giornalisti devono fare un esame di coscienza

Sarebbe troppo facile attribuire ogni responsabilità ai social network. La verità è che anche una parte della stampa, negli ultimi anni, ha contribuito ad alimentare questo clima. La corsa ad arrivare per primi. I titoli costruiti per attirare clic. Le indiscrezioni trasformate in certezze. Le trasmissioni televisive che per giorni celebrano processi paralleli, con opinionisti pronti a emettere sentenze ben prima di un giudice.

Quando il giornalismo rinuncia alla prudenza e preferisce lo spettacolo, il passo verso la gogna mediatica diventa brevissimo. E sui social quel meccanismo si moltiplica all’infinito.

Chi fa informazione ha una responsabilità enorme. Ogni parola pesa. Ogni titolo può influenzare migliaia di persone. Ogni notizia pubblicata senza le necessarie verifiche può trasformarsi in un’arma. Essere i primi serve a poco se poi si è costretti a rincorrere la verità.

Prima di premere “Invia”

Nessuno vuole impedire alle persone di avere un’opinione. Discutere è giusto. Confrontarsi è sano. Anche indignarsi, davanti a fatti gravi, è naturale. Ma c’è una differenza enorme tra esprimere un’opinione e partecipare a un linciaggio mediatico. La giustizia ha bisogno di prove. I social, troppo spesso, si accontentano dei sospetti. Basterebbe davvero poco. Leggere un articolo fino in fondo. Verificare la fonte. Aspettare che chi ha il compito di indagare possa farlo serenamente.

Perché un giorno, dall’altra parte dello schermo, potremmo esserci noi. O una persona che amiamo. E allora capiremo che dietro un nome, una fotografia o un profilo social non c’è un personaggio da giudicare in pochi secondi: c’è una vita. E quella vita merita rispetto. Sempre!

Maria Bernasconi


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