Ci sono concerti che si ascoltano e concerti che si vivono. L’esibizione del Thanda Choir al Festival Stimmen di Lörrach appartiene senza dubbio alla seconda categoria. Non è stata soltanto una performance musicale, ma un’esperienza capace di coinvolgere il pubblico sul piano emotivo, culturale e umano.
Il nome stesso del festival, Stimmen – “voci” in tedesco – racchiude una filosofia precisa: offrire spazio a culture, identità e sensibilità diverse, permettendo loro di esprimersi e di essere ascoltate. In un’epoca segnata da tensioni internazionali, conflitti e crescenti chiusure identitarie, la scelta di portare sul palco le tradizioni musicali africane assume un significato che va ben oltre lo spettacolo.
Il Sudafrica sul palco del Burghof
Venerdì 19 giugno il Burghof ha accolto il Thanda Choir, formazione nata a Durban, nella provincia sudafricana del KwaZulu-Natal. Sul palco quattordici coristi – sette donne e sette uomini – vestiti di blu, colore che sembrava richiamare il cielo e l’orizzonte senza confini.
Ad accompagnare le voci c’erano strumenti semplici ma ricchi di significato: il tamburo africano, le maracas di semi che frusciavano come il vento e un tamburello a mano capace di scandire il tempo con precisione e delicatezza.
Davanti al coro si muovevano i danzatori. Attraverso il linguaggio del corpo rendevano visibile ciò che la musica suggeriva: emozioni, spiritualità, memoria. Ogni passo, ogni gesto, ogni torsione sembrava tradurre in movimento una nota, una sillaba, un respiro.
La forza delle voci africane
Il canto non era soltanto melodia. Era racconto, memoria collettiva, identità.
Le onomatopee evocavano i suoni della natura: il vento, la pioggia, il cammino degli antenati. Gli schiocchi prodotti con la bocca, i fischi utilizzati per richiamare il gruppo e i caratteristici click delle lingue africane si trasformavano in vere e proprie percussioni vocali.
Le lingue utilizzate – Zulu, Xhosa e Sesotho – erano sconosciute alla maggior parte del pubblico presente in sala. Eppure il significato arrivava ugualmente. Perché la musica possiede una capacità unica: superare le barriere linguistiche e parlare direttamente alle emozioni.
Uthando: una parola, un messaggio
Uno dei momenti più intensi della serata è stato l’esecuzione di Uthando.
Prima di iniziare il brano, il direttore del coro ha spiegato al pubblico il significato di quella parola: amore. Un amore universale, capace di unire persone, culture e popoli diversi.
Gli spettatori sono stati invitati ad alzarsi in piedi e a ripetere insieme al coro quella semplice parola. Un gesto apparentemente semplice, ma carico di significato.
Per alcuni minuti il Burghof si è trasformato in un unico coro, unito da un messaggio di rispetto, fratellanza e speranza. Un invito a costruire ponti anziché muri, ad ascoltare anziché giudicare.
Una risposta attraverso la cultura
Nessuno slogan, nessun manifesto politico. Solo voci, armonie e poliritmie capaci di riempire ogni angolo della sala.
Eppure il messaggio è arrivato forte e chiaro: la cultura può essere una risposta alle divisioni, ai pregiudizi e alle discriminazioni. Non attraverso lo scontro, ma attraverso la conoscenza reciproca.
Perché la cultura non si respinge e non si mette a tacere. La cultura si ascolta, si accoglie e si vive.
Un’esperienza che lascia il segno
Chi era presente quella sera è uscito dal teatro con qualcosa in più. Forse non trasformato completamente, ma certamente arricchito da un’esperienza che difficilmente dimenticherà.
La straordinaria performance del Thanda Choir ha ricordato a tutti che esiste un linguaggio universale capace di superare differenze, confini e appartenenze: quello dell’arte.
E il messaggio di Uthando – l’amore universale – continua a risuonare ben oltre le mura del Burghof, come un invito a ciascuno di noi a diventare portatore di dialogo, rispetto e comprensione reciproca.
Graziella Putrino
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