Tassa sulla salute: è questa l’espressione che nelle ultime settimane ha acceso il dibattito tra Italia e Svizzera, in particolare nelle regioni di confine dove migliaia di lavoratori attraversano quotidianamente la frontiera per lavorare in Svizzera.
La misura, sostenuta da alcune realtà politiche italiane, prevede un contributo a carico dei cosiddetti “vecchi frontalieri”, ossia coloro che lavoravano in Svizzera già prima dell’entrata in vigore del nuovo accordo fiscale tra i due Paesi.
Cos’è la tassa sulla salute
Secondo i promotori, non si tratterebbe di una vera e propria imposta, bensì di un contributo destinato a rafforzare il sistema sanitario delle province di confine italiane.
L’obiettivo dichiarato è quello di reperire nuove risorse per contrastare la carenza di personale medico e infermieristico che interessa molte strutture sanitarie lombarde e piemontesi. Negli ultimi anni numerosi professionisti della salute hanno infatti scelto di lavorare in Svizzera, attratti da condizioni salariali più vantaggiose.
Tassa sulla salute: quanto potrebbero pagare i frontalieri
Le ipotesi attualmente sul tavolo parlano di un contributo pari a circa il 3% del reddito netto.
Per un lavoratore frontaliero con uno stipendio netto di 4.000 euro mensili, il prelievo potrebbe tradursi in circa 120 euro al mese.
Si tratta di cifre che, pur variando a seconda del reddito, hanno suscitato preoccupazione tra i lavoratori interessati.
Perché il Ticino contesta la misura
Il Governo ticinese ha espresso forti perplessità sulla proposta.
Secondo una perizia giuridica commissionata dal Cantone, il contributo avrebbe tutte le caratteristiche di una vera e propria tassa e potrebbe entrare in conflitto con gli accordi fiscali sottoscritti tra Svizzera e Italia.
Per il Ticino il principio è chiaro: i frontalieri appartenenti al vecchio regime fiscale sono già soggetti alla tassazione prevista dagli accordi internazionali e l’introduzione di un ulteriore prelievo rischierebbe di modificare unilateralmente gli equilibri raggiunti.
Il nodo dei ristorni
La vicenda si intreccia anche con il tema dei ristorni, ovvero le somme che la Svizzera versa annualmente all’Italia in relazione all’attività dei lavoratori frontalieri.
Proprio per questo motivo il Consiglio di Stato ticinese sta valutando possibili contromisure nel caso in cui il contributo sanitario venisse effettivamente introdotto.
Una questione ancora aperta
Il confronto tra Berna, Bellinzona e Roma è tutt’altro che concluso.
Da una parte vi è la necessità di trovare risorse per sostenere la sanità nelle aree di confine italiane; dall’altra la volontà di rispettare gli accordi internazionali e di non gravare ulteriormente sui frontalieri.
Nelle prossime settimane saranno attesi chiarimenti politici e giuridici che potrebbero avere un impatto diretto su migliaia di lavoratori italiani impiegati in Svizzera.
Per altri approfondimenti continua a seguire la rubrica Attualità de L’ECO.

