Crescere tra più culture senza dover scegliere
La tua famiglia ha radici in diverse culture: italiana, svizzera e congolese. Hai mai sentito il bisogno di “scegliere” un’identità prevalente o hai sempre vissuto questa pluralità come una ricchezza?
Che bella domanda! Diciamo che come svizzera mi sono sempre sentita molto italiana e come italiana mi sono sempre sentita molto italiana, ma allo stesso tempo molto svizzera. Sembra una sciocchezza, ma, come mi chiese una volta il mio amico Hamdi «sei svizzera, ma non sei veramente svizzera, sei italiana, ma non ci hai mai vissuto, sei africana e non ci sei mai andata… come ci si sente?». Molte volte l’effetto è proprio quello di sentirsi spaesati, perché si hanno tante radici e un ventaglio culturale così ampio che poi si fa fatica a fare in modo che tutto combaci. Però non ho mai sentito di dover scegliere tra una o l’altra cultura: in ognuna ritrovo delle parti di me che mi rappresentano e mi completano e questa per me è una grande ricchezza!
Come hanno influenzato la tua crescita le storie della tua famiglia?
Quando ero piccola ascoltavo sempre le storie dei miei nonni e ancora oggi mia nonna mi racconta tutti i sacrifici che hanno dovuto fare, loro, emigranti italiani della seconda metà degli anni ’50, di mia mamma nata a Berna da genitori italiani, degli asili italiani delle suore… Delle visite mediche per poter lavorare e dei parenti che venivano a lavorare anche loro nelle fabbriche… Sono storie che conosco a memoria e che continuerei ad ascoltare cento – che dico!, mille! – volte al giorno: quelle dei libri di mio nonno per imparare il tedesco, del suo lavoro in fonderia, della nonna che sviluppava negativi e costruiva i mobili. In ognuna di queste storie c’è un pezzo di me che ancora non c’era e un altro a cui ho dato un luogo, piano piano, all’interno di questo grande puzzle che sono.
Sicuramente ascoltare le loro storie, così come anche quella di mio papà, arrivato in Svizzera da Kinshasa, nella Repubblica Democratica del Congo, ha sviluppato in me molte cose: la compassione, il senso di giustizia, così come uno sguardo attento verso ogni persona e verso il mondo, lo stare dalla parte delle persone considerate “ultime”…
Quando hai capito che la scrittura sarebbe stata parte della tua vita?
Da subito. Quando ero piccola ero abituata a sentire storie e così sono diventate parte della mia vita. Prima le ascoltavo, poi ho cominciato a leggerle e poi a scriverle. Quando ero in terza o quarta elementare scrissi un biglietto a forma di albero di Natale che recitava “A Natale ho deciso, voglio solo un sorriso, che mi faccia compagnia e porti a tutti l’allegria”. Da lì non ho più smesso di scrivere: filastrocche, racconti, le recensioni e gli articoli di giornale e infine la poesia.
Ti senti più legata alla scena letteraria svizzera o italiana?
È difficile dirlo. Diciamo che mi sento parte della scena letteraria svizzera, ma del panorama editoriale italiano. Io ho pubblicato in Italia, la mia prima raccolta ha avuto come editore Ensemble, una casa editrice indipendente di Roma, poi ho lavorato con Samuele Editore per l’antologia Dal sottovuoto. Poesie assetate d’aria e poi ho collaborato per alcuni progetti letterari sempre in giro per l’Italia. Allo stesso tempo in Svizzera ho partecipato a dei progetti di traduzione, a festival dove ho trovato un mio riconoscimento come parte di questa scena letteraria.
Poi c’è un altro aspetto particolare che è quello per cui è difficile connotare i poeti svizzeri, soprattutto quando si scrive in italiano: facciamo parte dei poeti italiani? Dei poeti della Svizzera italiana? O, nel mio caso, essendo anche congolese per metà, che cosa sono? Poeta della diaspora no, italiana nemmeno perché sono anche svizzera… e quindi alla fine sono una poeta svizzera di origini italiane e congolesi.
Qual è il tuo piatto preferito?
Mi piace molto destreggiarmi in cucina, alla ricerca di nuovi gusti e nuove ricette da esplorare… Però, se parliamo di piatti preferiti, eh, la scelta è ardua! Così a sentimento direi che la parmigiana e la lasagna sono sul podio, così come altri piatti legati alle diverse tradizioni che formano la mia famiglia… Amo il platano, per esempio, così come la polenta, bella, tagliata a fette, diventa super versatile…
Come immagini il tuo futuro in ambito letterario?
Caspita, devo dire che cerco sempre di non immaginarlo, ma solo per non avere aspettative e vivere tutto come un regalo. Quando si entra a far parte di un ambito come può essere quello letterario, spesso si hanno – o si subiscono – aspettative altissime e questo può portare a misurarsi continuamente con gli altri e a non vivere bene.
Io devo dire che con la Cometa sto facendo un bellissimo viaggio dopo quasi sei anni dalla sua pubblicazione: è arrivata in Australia, in Brasile, è stata tradotta parzialmente in cinque lingue e continua a darmi grandissime soddisfazioni e gioia. È successo tutto per caso, oltretutto avendo avuto un inizio un po’ rocambolesco, essendo che sarebbe dovuta uscire a settembre del 2018, poi però – perché avevo avuto un momento d’ansia da uscita – ho dato il mio OK definitivo per la stampa solo ad aprire dell’anno dopo e infatti il libro è uscito a maggio del 2019. Essendo che l’uscita era stata annunciata mesi prima, si era “già” perso interesse per il libro, che infatti era introvabile e con gli invii internazionali la situazione era stata tanto disastrosa da dover andare io al Salone del Libro a Torino per ritirarne alcune copie da distribuire nelle librerie in Ticino, fino a che la situazione non si fosse sistemata… Oltretutto ho fatto una sola presentazione a dicembre del 2019 e tutte le altre sono saltate con l’arrivo della Pandemia… quindi non sembrava essere un inizio confortante e invece ad aprile del 2020 uscivano le prime traduzioni delle mie poesie in inglese, a Melbourne, dopo che una giovane traduttrice italo-autraliana – che ora è una delle mie amiche più care al mondo – aveva letto le mie poesie su Facebook: e da lì è iniziato tutto.
In primavera – questa è un’anteprima che solo voi conoscete in questo momento! – uscirà un libro intervista dal titolo “Controverse. Scrivere in diaspora, poetiche del divenire”, edito da Capovolte edizioni, che conterrà parte della mia storia.
Alla fine, è davvero tutta grazia e splendore!
Qual è, invece, il tuo sogno nel cassetto?
Quando ero piccola avrei detto: ballerina o scrittrice. Le punte le ho appese al chiodo da anni, anche se il mio sogno di ballare è sempre lì, ma ormai lo coltivo poco e nel poco tempo libero. “Scrittrice” è stato esaudito.
Ora tra i miei sogni ci sono imparare un sacco di lingue e viaggiare, perché per ora, come diceva il mio amico Stefano “conosco il mondo solo grazie a Google Street View”.

