Stefania da Lamon

Sono nata nel 1941 nel borgo isolato di Lamon chiamato “Valnuvola” che si trova sul pendio di un bosco fitto e fresco. Ai miei tempi c’erano più o meno cento abitanti. Oggi sono rimaste le case che di tanto in tanto vengono abitate se non sono andate già in rovina.

Tutti emigrati in Australia o negli Stati Uniti. Io sono invece venuta in Svizzera. Mio zio Guglielmo emigrò in Australia con alcuni amici e finirono nelle miniere. Lì morì nel tentativo di salvare i suoi compaesani durante una frana avvenuta in miniera. La cugina della nonna con i figli andarono a Brest durante le due guerre mondiali, in Francia, a prendere il battello per espatriare negli Stati Uniti. Arrivati a Brest si persero.

Attraversarono l’oceano lei con la figlia su un battello ed il figlio su un altro. Non si incontrarono mai più. Avrà avuto 12 o 13 anni povero ragazzo. Una sua nipote tanti anni dopo è ritornata in Italia per riscoprire le proprie radici. Per fortuna che la cugina Annetta visse anche in America e potè fare da traduttrice e quindi raccontarci la storia. Sembra un film. Quel ragazzo ne ha fatta poi di strada e diventò, dopo tanti lavoretti, pensa un po’… direttore di un importante giornale americano.

I miei nonni commerciavano in Friuli fino a Trieste a piedi con un carro ambulante trainato da un cavallo. Mio pa­dre nacque nel 1910 a Motta di Livenza (TV) in una stalla proprio come Gesù Bambino. Più tardi quando ero ancora bambina ci sono andata anch’io perché a quell’epoca si partiva tutti, tutta la famiglia in viaggio.

C’era lo zio Leone e lo zio Augustino, fratelli di mio padre. Io ero bambina e mi ricordo che c’era anche mio cugino Antonio che lo zio una volta lo rincorse perché qualcuno voleva proprio portarselo via. Sarà stato intorno al 1950. Mi ricordo che la gente era molto cordiale dopo la guerra malgrado ci fosse molta povertà. Nei paesi del Friuli c’era tantissima solidarietà tra la popolazione. Sono nata mentre mio padre era in guerra su qualche fronte tra l’Albania e la Grecia. Dopo l’armistizio italiano nel 1943 preferì essere internato in un campo di detenzione che continuare la guerra con i soldati tedeschi.

Fu internato in diversi campi tra i quali il famigerato campo di Treblinka in Polonia. Per potere mangiare cercava bucce di patate nelle immondizie con il rischio di essere scoperto dai sorveglianti tedeschi. Lavorava nelle industrie tedesche e le percosse erano tante. Furono i Russi a liberarlo. Ritornò in Italia a piedi e arrivato in paese lo accolsero suonando le campane annunciando al paese che un proprio figlio era riuscito a ritornare vivo dalla guerra.

Per la scelta di patire tutte le angherie e per non essersi messo con i nazisti ricevette la Croce al Merito di Guerra. Mia madre fu obbligata ad andare nel 1946 in Svizzera per aiutare la famiglia e mi lasciò che avevo 5 anni. Prima però affrontò le fatiche delle mondariso nel Vercellese e prima ancora a Genova, il lavoro di cuoca. Si racconta che un certo Pfister, il padrone di una fabbrica Svizzera, si fosse rivolto personalmente in paese per arruolare operai disposti a partire per la Svizzera. I padroni svizzeri allora velavorare da loro.

Mia madre e altre tre ragazze si misero a disposizione e partirono per la Svizzera. Io e mio padre non potevamo partire insieme a lei perché c’era la legge sull’ interdizione del congiungimento dei familiari. Nel 1956 la raggiunse mio padre e io rimasi sola a Fonzaso nel collegio fino al 1957. Mia madre era in Svizzera e mio padre girava in bicicletta come venditore ambulante nel Friuli tra Cividale, Pordenone e Udine. Io ero da mia zia Veronica o nel collegio delle suore Maria Bambina a Lamon. Lì eravamo una decina di bambine di Valnuvola. Soffrivamo molto la lontananza dei genitori.

Non avevo proprio avuto la possibilità di conoscerli. Ero bambina quando mia mamma partì e così non fu mai possibile instaurare un rapporto tra noi. Ero a servizio presso una famiglia benestante a Monte Berico. Servivo anche a tavola. Mi ricordo quando venivano i direttori della Olivetti perché il padrone era un ingegnere della Olivetti e pranzavano insieme. La cuoca mi voleva un gran bene e mi preparava ogni mattina di nascosto la colazione.

Il mio compito era anche quello di occuparmi del riscaldamento che allora era a carbone. Con la pala buttavo il carbone dentro le caldaie. Questo alla mattina mentre al pomeriggio pulivo la casa e passavo la cera sui pavimenti. Scuola non ce n’era. Dovevo lavorare. La famiglia aveva tre figli che studiavano. Erano molto gentili con me.

Durante la settimana ero dalle suore. Il fine settimana ritornavo in paese dalla Zia Veronica. Si andava sempre a piedi perché non c’erano né auto nè bus. C’era solo una macchina ma quella era riservata al sindaco di San Donato. A quel tempo a San Donato c’era tantissima gente e il borgo aveva un proprio sindaco.

La domenica ero dalla cugina a San Donato perché il lunedì mattina si partiva presto per raggiungere le suore a Fonzaso a piedi. Le suore erano gentili: mi insegnarono il mestiere di sarta. Certo, dovevo lavare i panni a mano con l’acqua gelida ma erano i tempi duri di una volta e non ci si faceva caso.

Mi ricordo che mia cugina Anna mi faceva delle punture ma non mi ha mai voluto dire il perché. So solo che soffrivo per la pellagra perché non c’era da mangiare. Solo polenta senza formaggio. Eravamo proprio della povera gente. Mi ricordo che un giorno mio padre, di ritorno dal Friuli in bicicletta, si fermò davanti la porta e mi osservava con le lacrime agli occhi perché non mangiavo ma masticavo solo il pane perché ce n’era talmente poco. Nel 1957 finalmente, raggiunsi i miei genitori in Svizzera. Avevo 16 anni e dovevo lavorare in nero perché ero ancora minorenne.

Lavorai nella fabbrica dove lavoravano anche i miei genitori. Mi nascondevo quando arrivano gli ispettori. Non rimaneva tempo per studiare un mestiere e nemmeno la lingua! Ci nominavano Tschinggeli un termine dispregiativo per noi italiani. Non ho avuto possibilità di studiare perché eravamo venuti a lavorare e poi non c’erano tante possibilità di scuole per noi italiani. Solo lavorare. Avevo il turno dalle 14 alle 22 e dopo anche la mattina per guadagnarmi il corredo. Il mezzogiorno andavo a casa a preparare il pranzo.

I contadini svizzeri non ci guardavano molto bene, soprattutto qui nelle campagne, perché avevano paura che gli portassimo via il pane. Vivevo in un alloggio per le ragazze italiane gestito dalle suore. C’erano tantissime persone di San Donato. Lavoravano per la filanda di Gebensdorf. Oramai sia la filanda sia la Casa dove alloggiavano è stata abbattuta. Andavo spesso a trovarle in bicicletta. Hanno fatto parecchio le suore era veramente una bella comunità.

Per fortuna c’erano molti paesani italiani e ci s’incontrava per sentirsi meno soli. In uno di questi incontri sentii provenire da un’armonica la melodia di una canzone di paese. A suonare l’armonica era un ragazzo dai capelli neri ricci e gli occhi verdi chiari. Ci conoscemmo e ci sposammo. Lui proveniva dallo stesso mio paese.

Sono passati più di cinquant’anni e siamo ancora in Svizzera, per i figli, per sentirli più vicini a noi e ora anche per i nipoti e i pronipoti.

A cura della Redazione

Condividi questo articolo su:

Articoli correlati

SEGUICI SUI NOSTRI SOCIAL