C’è stato un tempo — e non stiamo parlando del Medioevo, ma del 1957 — in cui le fake news sapevano sorprendere, divertire, perfino ispirare. Nessun algoritmo, nessuna tastiera compulsata da uno sconosciuto in pigiama, nessuna catena su WhatsApp con emoji minacciose. Solo l’eleganza di uno scherzo fatto come si deve.
Accadde infatti che, il 1° aprile di quell’anno, la BBC mandò in onda un servizio solenne e credibilissimo in cui si mostrava una famiglia del Canton Ticino intenta alla raccolta… di spaghetti. Sì, spaghetti. Pendenti da alberi, dondolanti tra i rami come festoni di una sagra paesana. Il giornalista, con l’aria autorevole tipica dell’emittente britannica, spiegava come l’inverno particolarmente mite e la vittoria contro il famigerato “punte blu” avessero favorito un raccolto eccezionale di pasta.
Il servizio era un pesce d’aprile, ma il pubblico non lo capì. Decine di telefonate in redazione chiesero lumi su come coltivare la preziosa pianta spaghetti. La risposta fu lapidaria e britannicamente ironica: “Mettete uno spaghetto in una scatoletta di salsa al pomodoro e sperate per il meglio”.
Che nostalgia di quando le bufale erano artigianali, quasi poetiche.
Oggi, invece, le fake news hanno perso il gusto dell’invenzione brillante. Non fanno più sorridere, ma seminano sfiducia e confusione. Dilagano titoli come “La terra è piatta e governata da un’élite di lucertole vegane”, o “Bere candeggina allunga la vita (ma solo se la mescoli con bicarbonato e una preghiera maya)”.. E il bello è che c’è chi ci crede davvero.
La differenza è sottile ma cruciale: le fake news di un tempo giocavano con la realtà. Quelle di oggi la travolgono, spesso con effetti collaterali piuttosto indigesti.
Forse è il momento di riscoprire l’arte della burla gentile, dell’assurdo intelligente. Di tornare ad un mondo in cui le bugie, almeno, sapevano di pasta fatta in casa.
Maria Bernasconi

