Sessant’anni dopo Mattmark: ricordo, silenzi e colpe rimosse

Sabato 30 agosto è stata ricordata la tragedia di Mattmark, la più grave catastrofe sul lavoro mai avvenuta in Svizzera, che costò la vita a 88 persone, di cui 56 lavoratori italiani.
Per non limitarsi alla cronaca, L’ECO ospita volentieri il contributo di Giovanni Longu, già apparso sul suo blog personale, che offre uno sguardo critico e approfondito su responsabilità spesso dimenticate e sulla lunga rimozione di questa pagina di storia dell’emigrazione italiana.

Di seguito pubblichiamo integralmente il suo testo.

Sabato 30 agosto si è commemorata la terribile disgrazia di Mattmark che provocò la morte di 88 persone, di cui 56 lavoratori italiani. È giusto ricordare, non solo per onorare e ricordare le vittime, ma anche perché 60 anni fa fu scritta a più mani una pagina tragica della storia dell’immigrazione italiana in Svizzera tenuta a lungo dimenticata. In questo articolo non riferisco i fatti già noti e su cui si è già scritto molto, né intervengo sui processi che si sono celebrati contro i presunti colpevoli, tutti assolti, sebbene a qualche ricercatore autoreferenziale quelle sentenze continuino ad apparire ingiustificate. Mi limiterò solo a poche precisazioni e a sollevare il tema sempre taciuto delle responsabilità plurime, anche italiane, di cui non si parla (quasi) mai, perché indirette e sistematicamente rimosse nelle commemorazioni ufficiali.

Fu una «disgrazia naturale» forse evitabile!

Comincio col ripetere (come ho già fatto altre volte), che la «verità giudiziaria» ha assolto definitivamente tutti i presunti responsabili della disgrazia perché il crollo di quel micidiale pezzo del ghiacciaio Allalin, sopra Mattmark, nel Vallese (Svizzera), era imprevedibile e la decisione di collocarvi sotto uno dei cantieri principali non fu dettata da speculazione o azzardo, ma era stata considerata idonea anche dagli esperti locali. Che quel ghiacciaio facesse paura a molti, perché ogni tanto qualche pezzo si staccava e precipitava a valle fragorosamente, in sede processuale fu ritenuto vero ma non sufficiente per ritenere i responsabili del cantiere colpevoli di omicidio colposo e di negligenza nei confronti della sicurezza degli operai.

Di fronte alla non-colpevolezza dei dirigenti del cantiere, alcuni esponenti dell’associazionismo italiano hanno messo sotto accusa le aziende appaltatrici ree di frenesia nel voler portare a termine il lavoro prima dell’inverno, di avidità di guadagno, di sfruttamento dei lavoratori, di eccessivo risparmio a scapito della prevenzione, ecc. Si è scritto che gli operai addetti alla realizzazione della diga erano sfruttati e costretti (!) a lavorare anche 15-16 ore al giorno, domenica e festivi, dimenticando di ricordare che a (quasi) tutti facevano comodo gli straordinari, tant’è che moltissimi lavoratori avevano «salari pari o superiori al guadagno massimo assicurato».

Credo che siano applicabili anche alla tragedia di Mattmark le parole della presidente della Confederazione Karin Keller-Sutter, pronunciate in una circostanza simile: «Non potevamo evitare la catastrofe, ma dobbiamo essere grati di vivere in un Paese che è in grado di gestire queste crisi». In effetti, dopo la catastrofe di Mattmark i soccorsi furono immediati e a differenza di alcuni rappresentanti della sinistra italiana che pretendevano subito «giustizia» nei confronti dei responsabili del cantiere, fu fatto tutto il possibile per recuperare i morti, assistere i sopravvissuti, accogliere i famigliari delle vittime, assegnare con straordinaria rapidità le rendite dell’ente assicurativo SUVA ai superstiti.

In campo italiano si continuava a discutere, si organizzavano convegni, s’invocavano misure straordinarie, si sollecitava l’intervento del governo, si chiedevano maggiori protezioni sul lavoro, ecc. ma spesso tutto assumeva «una funzione puramente propagandistica con ben definiti scopi politici» (L’ECO del 9.2.1967). Pesava pure la contrapposizione tra svizzeri e stranieri, anche se la tragedia di Mattmark aveva accomunato nel dolore gli uni e gli altri e invano qualcuno sollecitava la responsabilità degli italiani immigrati a «unirci e confonderci con loro armoniosamente» perché «dipende da noi soltanto il futuro dei nostri figli e di noi stessi» (L’ECO del 2.2.1967).

Il fatto che per la giustizia svizzera e per l’opinione pubblica la disgrazia di Mattmark sia stata una «catastrofe naturale» non significa che nessuno ne sia stato corresponsabile. Lo furono certamente le aziende appaltatrici, le istanze preposte al controllo e alle autorizzazioni, i sindacati, i patronati, le autorità svizzere e italiane almeno per carenza di sorveglianza e d’informazione, lo furono gli accordi bilaterali che pretesero poco in materia di formazione e prevenzione, lo fu almeno in parte anche il sistema migratorio perché s’investiva troppo poco nella preparazione e poco nel frenare l’ansia del guadagno, ecc. Con un miglioramento generalizzato in tutti questi ambiti forse la tragedia si sarebbe potuta evitare.

Perché la tragedia di Mattmark è stata a lungo dimenticata?

Se lo sono chiesto in molti e ancora viene ripetuto in alcuni scritti commemorativi. La domanda è pertinente perché effettivamente nei primi anni dopo la disgrazia nessuno saliva a Mattmark (se non a scopi turistici) e teneva discorsi commemorativi. La risposta non è ovviamente semplice, ma si può tentare di formularla, lasciando al lettore di verificarne la plausibilità.

Va comunque precisato subito che non sono stati né Toni Ricciardi né le autorità diplomatiche e consolari italiane (l’allora ambasciatore Marchiori non si trovava nemmeno in sede e a Sion c’era solo un viceconsole con pochi impiegati) a far riemergere il ricordo della tragedia di Mattmark. A dare il segnale che la tragedia di Mattmark andava studiata, compresa e commemorata fu l’on. Mirko Tremaglia, ministro per gli Italiani nel mondo, in occasione della commemorazione del 40° anniversario della tragedia di Mattmark il 3 e 4 settembre 2005.

Ma il ritardo nelle commemorazioni di Mattmark e di altre disgrazie simili fu dovuto a mio parere anche a un senso di colpa delle autorità italiane. Lo evocarono implicitamente anche le parole di Mirko Tremaglia nel 2005 quando ricordò che «migliaia di italiani furono costretti dalla necessità e dalla povertà a lasciare la loro patria, la loro famiglia, i loro cari per cercare all’estero migliori condizioni di vita, spesso accettando i lavori più umili, più pericolosi, che altri non volevano fare perché il rischio era troppo alto». Avrebbe potuto anche aggiungere che nei primi decenni del dopoguerra l’Italia favoriva l’emigrazione, investiva pochissimo nella preparazione e nell’accompagnamento, tant’è che gli immigrati si sentivano molto spesso del tutto «abbandonati».

Si deve però aggiungere che ci fu certamente anche un’altra ragione ed è che proprio in quegli anni stava montando la xenofobia e dev’essersi ritenuto (da parte delle autorità e delle organizzazioni italiane) che non fosse opportuno insistere sulle difficoltà, sulle limitazioni e sul sangue versato dagli italiani perché la risposta degli xenofobi sarebbe stata immediata e tagliente: gli italiani non erano costretti a venire, erano liberi di andarsene, erano loro che dovevano adeguarsi al sistema svizzero e non il contrario. Del resto le numerose espulsioni di quegli anni parlavano chiaro: la propaganda «comunista» era vietata e sembrava, agli occhi degli svizzeri, annidarsi in ogni raggruppamento di persone.

Le autorità italiane ne erano consapevoli e invitavano costantemente alla prudenza e alla moderazione. E poi, se si volesse dar ragione all’ambasciatore svizzero a Roma Philippe Zutter (1904-1984), «gli italiani dimenticano presto, non sono rancorosi», tant’è che era sicuro che le relazioni tra i due Paesi si sarebbero riprese «rapidamente»… come infatti avvenne.


Questo intervento è stato originariamente pubblicato sul blog personale di Giovanni Longu e viene qui ripreso, nell’ottica di valorizzare riflessioni e memorie condivise dalla comunità italiana in Svizzera.

 

 

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