Riforma della cittadinanza, voto all’estero, incentivi al rientro: sono questi i tre temi caldi su cui si gioca buona parte del futuro delle comunità italiane nel mondo. Ne parliamo con Giuseppe Stabile, vicesegretario generale per l’Europa del Consiglio Generale degli Italiani all’Estero (CGIE), che in questa intervista non usa giri di parole. Chiede più pragmatismo, meno lamentele, un CGIE capace di fare davvero da ponte tra gli italiani all’estero e le istituzioni. E rilancia: “Servono proposte concrete, tempi certi e un linguaggio che parli la lingua dei nostri connazionali nel mondo”
Dottor Stabile, tra i tre temi prioritari individuati dal CGIE per questo semestre figura la riforma della cittadinanza. Perché questa questione ha assunto un ruolo così centrale nel dibattito recente?
La riforma della cittadinanza ha acquisito centralità perché ci troviamo di fronte a un fenomeno sociale di vasta portata, che ha suscitato un allarme legittimo nelle istituzioni. Il Governo ha quindi deciso di intervenire con urgenza. Tuttavia, proprio perché si tratta di un tema così sensibile, è essenziale che le misure adottate siano frutto di un confronto serio e costruttivo, capace di coniugare esigenze di regolamentazione e rispetto delle specificità delle comunità italiane nel mondo.Va riconosciuto, però, che ogni misura è sempre migliorabile.
Che ruolo avrebbe potuto giocare il CGIE in questo contesto?
Se il CGIE si fosse attenuto maggiormente alla propria vocazione istituzionale di organo consultivo (più che di soggetto politico-rivendicativo), avrebbe potuto offrire un contributo più incisivo attraverso suggerimenti e raccomandazioni formulate in modo collegiale, evitando prese di posizione critiche a posteriori tramite comunicati stampa e osservazioni che rischiano di apparire come lamentele. Il CGIE non è un sindacato né un partito politico, bensì un organo consultivo dello Stato, chiamato a esprimere pareri e a rappresentare con senso di responsabilità e visione d’insieme le istanze degli italiani all’estero. Quando prevalgono il lamento o la polemica fine a sé stessa, si rischia di smarrire la propria missione istituzionale, compromettendo la percezione dell’organo tanto nei confronti del Governo quanto presso le stesse comunità italiane nel mondo.
Passiamo al secondo tema: il voto all’estero. Può spiegarci la sua posizione?
Credo che, sul fronte del voto degli italiani all’estero, è necessario avviare una riflessione approfondita non solo sull’esercizio del diritto, ma anche sul senso civico del dovere di voto. Un tempo l’astensione elettorale poteva persino comportare limitazioni temporanee di alcuni diritti civici o impedimenti all’accesso a cariche pubbliche, proprio per sottolineare l’importanza della partecipazione. Oggi, con tassi di partecipazione molto bassi nella circoscrizione estero, occorre valutare seriamente se e come l’astensionismo sistematico debba produrre effetti anche sul piano giuridico ed economico, senza però compromettere l’accessibilità al voto, che deve restare garantita.
Il terzo tema è quello degli incentivi al rientro. Che cosa manca davvero per rendere l’Italia attrattiva agli occhi dei nostri connazionali all’estero?
Manca un cambiamento profondo, quasi culturale. Non bastano solo agevolazioni fiscali o incentivi economici (che comunque debbono essere maggiormente pubblicizzati): occorre agire anche sulla percezione complessiva del Paese come luogo dove sia possibile crescere professionalmente in tempi ragionevoli, senza restare prigionieri di barriere burocratiche o di sistemi rigidi. La velocità di accesso e di scalata dell’ascensore sociale, insieme alla qualità degli ambienti di lavoro — dove il merito, l’innovazione e il benessere dei lavoratori siano realmente valorizzati — rappresentano fattori decisivi nella scelta di rientrare o di investire il proprio futuro in Italia. Questo cambio di paradigma culturale e organizzativo è fondamentale se si vuole recuperare la fiducia delle giovani generazioni italiane all’estero, spesso abituate a contesti più dinamici e aperti.
Il CGIE può giocare un ruolo in questo processo di trasformazione?
Si, il CGIE, forte del protocollo di collaborazione con il Commissario straordinario per la ricostruzione delle aree del Centro Italia colpite dal terremoto, potrebbe raccogliere feedback strutturati dalla rete degli italiani nel mondo e proporre, con metodo e tempestività, correttivi e potenziamenti agli strumenti esistenti, oltre a sollecitare le Regioni italiane a varare politiche autonome di incentivazione al rimpatrio in coerenza con gli indirizzi nazionali.
Parliamo dei giovani nati all’estero: un tema delicato, spesso trascurato. Quali azioni concrete suggerisce per rafforzare il loro legame con l’Italia?
Premesso che il tema richiede una trattazione molto articolata, ritengo in estrema sintesi che per rafforzare il legame con l’Italia dei giovani nati all’estero occorre agire su più piani. In primo luogo, incrementare le occasioni di scambio, formazione e stage tra l’Italia e le comunità all’estero, con programmi mirati e sostenuti anche da accordi con le Università, le imprese e le istituzioni locali. Fondamentale è inoltre una comunicazione moderna, sfruttando canali digitali, social media, eventi culturali e sportivi. Va anche considerato che non devono essere trascurate le politiche rivolte ai meno giovani che con il loro lavoro e sacrificio hanno sorretto il mondo e contribuito alla crescita dell’immagine dell’Italia.
Quale ruolo potrebbe giocare il CGIE in questo contesto giovanile?
Il CGIE può svolgere un ruolo di raccordo tra le diverse reti associative giovanili esistenti nel mondo, adeguate alla realtà attuale, promuovendo il protagonismo di questa nuova generazione italiana all’estero e favorendo iniziative di cittadinanza attiva che li rendano partecipi della vita culturale e civile del Paese d’origine.
Se ho ben capito, lei invita il CGIE a un maggiore pragmatismo. Cosa intende concretamente?
Sono convinto che in un tempo in cui le sfide che riguardano gli italiani all’estero richiedono risposte concrete e tempestive, non c’è più spazio per il “dolce filosofare”, per analisi astratte o riflessioni fini a sé stesse, scollegate dalla realtà dei bisogni. L’autocompiacimento della parola rischia di allontanare il CGIE dalla sua missione istituzionale e rendere inefficace il suo ruolo consultivo.
In conclusione: quale qualità dovrebbe recuperare con urgenza il CGIE per tornare a essere davvero utile?
Oggi più che mai serve attivismo, pragmatismo, capacità di sintesi e orientamento al risultato: pareri fondati su dati oggettivi, proposte precise e realizzabili, elaborate in tempi certi, affinché il Consiglio possa essere percepito come interlocutore serio e utile sia dal Governo, sia dalle comunità italiane nel mondo.
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