Rosa bianca bagnata di rugiada, simbolo di lutto e rispetto per le vittime della tragedia di Crans-Montana

Quando il dolore viene strumentalizzato

La tragedia di Crans-Montana avrebbe imposto a tutti, fin da subito, un dovere fondamentale: il rispetto. Rispetto per le giovani vite spezzate, per le famiglie colpite, per un Paese intero profondamente scosso da un evento che non avrebbe mai dovuto accadere.

Accanto al rispetto, vi era, e vi è tuttora, un altro dovere che non può essere eluso: la verità.

Le responsabilità stanno emergendo con chiarezza e devono essere accertate fino in fondo. Chi ha sbagliato deve risponderne e deve farlo al più presto. Non per spirito di vendetta, ma per giustizia, per trasparenza e per rispetto verso le vittime, di qualsiasi nazionalità esse siano. Questo è ciò che ci si aspetta da uno Stato di diritto. E la Svizzera, nella sua storia, ha sempre dimostrato di saper affrontare anche i propri errori senza sottrarsi.

Ciò che ha colpito negativamente, già dal giorno successivo alla tragedia, non è stata la richiesta di chiarimenti o di responsabilità – legittima e necessaria – bensì il modo in cui una parte della stampa italiana ha scelto di raccontare quanto accaduto.

Abbiamo assistito, e assistiamo, ad una corsa scomposta all’accusa, una generalizzazione offensiva, una narrazione che ha trasformato un doveroso accertamento delle responsabilità in una condanna collettiva. Un comportamento che nulla ha a che fare con la ricerca della verità e molto con la strumentalizzazione del dolore.

Accuse rivolte verso un Paese che per primo ha pagato il prezzo più alto di questa tragedia. Una scelta grave, inopportuna e profondamente offensiva, soprattutto, nei confronti delle vittime e delle loro famiglie, alle quali è stato sottratto persino il diritto al rispetto e al raccoglimento.

I fatti devono essere accertati, non strumentalizzati. La giustizia cercata, non anticipata con processi mediatici. E il dolore non deve mai trasformarsi in terreno di scontro o in una narrazione nazionalistica.

È doveroso ricordarlo con chiarezza: le vittime di Crans-Montana (e i feriti) non avevano una sola nazionalità. Tra i giovani che hanno perso la vita vi erano svizzeri, italiani, francesi e belgi. Ridurre una tragedia che ha colpito più Paesi a una questione nazionale significa falsare la realtà e mancare di rispetto alla memoria di chi non c’è più.

Scrivo queste righe anche da italiana cresciuta in Svizzera. Proprio questo doppio legame mi ha impedito, e mi impedisce, di difendere un comportamento che ha scelto l’attacco invece della solidarietà. La critica resta legittima, l’aggressione no. E in quei giorni, come oggi, la misura sarebbe stata la forma più alta di rispetto.

C’è poi un aspetto che merita di essere ricordato. Di fronte a tragedie avvenute in Italia, anche molto gravi, la Svizzera non si è mai lanciata in accuse generalizzate contro lo Stato italiano o contro il popolo italiano. Ha sempre espresso cordoglio, vicinanza e rispetto. Uno stile che appartiene alla cultura istituzionale di questo Paese.

Anche Francia e Belgio, pur direttamente coinvolti, hanno mantenuto un atteggiamento composto e dignitoso, limitandosi a unirsi al dolore. Una scelta che ha confermato come, davanti alla morte, la sobrietà non sia debolezza, ma maturità.

Il giornalismo ha il compito di informare, di vigilare, di pretendere risposte. Ma ha anche il dovere di farlo con senso di responsabilità. Quando questo equilibrio viene meno, non si rende un servizio né alla verità né alle vittime.

Il giornalismo non è un tribunale emotivo né un’arena in cui sfogare frustrazioni, pregiudizi o ambizioni personali. Non è il luogo in cui emergere a tutti i costi. È, o dovrebbe essere, un servizio pubblico. E quando abdica a questo ruolo, quando rinuncia alla misura e all’umanità, tradisce la propria funzione.

Chi ha sbagliato deve pagare. Su questo non possono esserci ambiguità. Ma il rispetto, la dignità e la misura restano non negoziabili. Sono il minimo che una società civile deve alle vittime di questa tragedia e alla vicinanza dovuta ai loro familiari, di qualsiasi nazionalità essi siano, colpiti da un dolore immenso.

Il pensiero più silenzioso e profondo, oltre che alle vittime e ai loro familiari, va anche a tutti quei ragazzi che lottano negli ospedali contro ustioni gravissime, e che devono affrontare un percorso lungo, difficile e doloroso.

Maria Bernasconi

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