Ricostruzione illustrata della ristrutturazione della prima sede del CISAP a Berna nel 1965, realizzata dai volontari della Colonia Libera Italiana prima dell'avvio dei corsi di formazione professionale.

Anni Sessanta, decennio fondamentale: L’ECO e CISAP (11a parte)

La prima sede del CISAP rappresenta uno dei capitoli più significativi della storia dell’emigrazione italiana in Svizzera. In questa nuova puntata della serie di Giovanni Longu scopriamo come, grazie all’impegno di volontari, istituzioni e associazioni, un edificio quasi abbandonato si trasformò nel primo centro di formazione professionale destinato agli emigrati italiani.

In questa nuova puntata della serie firmata da Giovanni Longu, entriamo nel vivo della nascita del Centro, tra cantieri improvvisati, volontari instancabili, difficoltà economiche e scelte che avrebbero segnato il futuro dell’istituzione. Una storia che dimostra come entusiasmo, spirito di servizio e collaborazione possano trasformare un progetto ambizioso in una realtà concreta.

Questo articolo fa parte della serie “Anni SessantaAnni Sessanta – Emigrazione italiana in Svizzera”


Parte 11

Tra i problemi cruciali che il Gruppo promotore del CISAP dovette affrontare in vista dei primi corsi che sarebbero iniziati nell’aprile del 1966 ce n’erano pure altri non meno complessi e difficili. Per esempio: la preparazione della sede, la selezione degli insegnanti, il reclutamento dei corsisti, il consolidamento del gruppo dei promotori, la ricerca di finanziamenti, i rapporti con l’immigrazione organizzata, ecc. Mi sembra utile accennarvi perché la loro soluzione ha dell’incredibile. Dar vita a un’istituzione come il CISAP, in quelle condizioni di partenza, difficilmente sarebbe stato possibile in qualsiasi altro tempo. Se a quel gruppo di utopisti (così mi piace definirli) fu possibile, lo si deve soprattutto alle loro idee, all’entusiasmo nel volerle realizzare, alla generosità della loro azione, ma anche al sostegno del console d’Italia a Berna dott. Antonio Mancini, all’incoraggiamento delle autorità svizzere competenti, alla collaborazione del sindacato FLMO e di alcune espressioni padronali, al supporto dell’associazione da cui proveniva in massima parte il gruppo promotore.

Prima sede del CISAP a Berna, ricavata in una villetta ristrutturata dai volontari della Colonia Libera Italiana nel 1965, dove ebbero inizio i primi corsi di formazione professionale per gli emigrati italiani.La prima sede del CISAP

Prima di accennare ai problemi organizzativi e finanziari e all’inizio delle attività formative, merita ricordare che già da alcuni anni la Colonia Libera Italiana (CLI) di Berna teneva brevi corsi di formazione professionale e Giorgio Cenni, responsabile della Commissione culturale della CLI che li organizzava, ne andava fiero a tal punto da fargli ritenere urgente e necessario un vero e proprio centro di formazione dove organizzare i vari corsi senza dover ricorrere come fino ad allora a sale e salette, non sempre disponibili, in alcuni ristoranti del quartiere bernese di Breitenrain.

Poiché le scarse finanze della Colonia non consentivano la locazione di un edificio idoneo, con disponibilità di locali utilizzabili come aule per le lezioni teoriche e officine per le esercitazioni pratiche (così s’immaginavano i futuri corsi), si optò per una villetta che offriva alcune stanze e il seminterrato in stato di quasi abbandono, ma adattabili. I lavori di ristrutturazione per ricavarne aule decorose e officine per i macchinari indispensabili sarebbero stati a carico della CLI, che riuscì effettivamente a raggiungere gli obiettivi entro il 31 dicembre 1965. Per pagare il materiale necessario si ricorreva talvolta all’autotassazione e alle collette.

Uno dei primi collaboratori del Centro, Giuseppe Gonnella, rievocherà qualche anno più tardi i lavori di ristrutturazione ai quali parteciperanno non meno di una dozzina di persone, quasi tutte soci della CLI: «Siamo partiti con alcuni locali in un vecchio scantinato, desolanti e scadenti, ma che noi abbiamo resi accoglienti e funzionali. Abbiamo dovuto rifare tutto, dal pavimento al soffitto, dall’intonaco alla pittura delle pareti e degli infissi: un lavoro enorme che ci impegnava nelle ore libere e l’unica soddisfazione era quella di osservare compiaciuti ogni metro quadrato di restauro ultimato». Una sera, quando ci si apprestava a chiudere la faticosa giornata, emerse una grossa macchia di umidità in un muro e si decise di eliminarla. «Con alcune forchette decidemmo di ‘grattare’ la parete, il più possibile» Venne preparata la malta e si terminò col colore («mentre due spalmavano la malta sul muro con le mani, il terzo ripassava sopra il colore».

Poiché le officine erano ancora vuote, la posizione dei macchinari era tracciata col gesso. La sede comunque era in larga misura pronta e la CLI di Berna avrebbe potuto rivendicare tra qualche mese a livello nazionale il primo Centro di Addestramento Professionale Italiano in Svizzera. Qualche anno più tardi, Giorgio Cenni, protagonista indiscusso di questa impresa, sentirà il dovere morale di ringraziare soprattutto cinque partecipanti: Dante Zola, presidente della Colonia, Giuseppe Gonnella, Carlo Rosa, Alessandro Collutti e Franco Pesce, allora segretario della CLI.

Quando, come nelle belle favole, il risultato finale sembrava soddisfare tutti, sorse tra i soci della CLI di Berna una contestazione non di poco conto quando fu proposto di intitolare il Centro a uno dei fondatori delle CLI in Svizzera: Ennio Carloni. Essendo una creazione della Colonia sarebbe stato ragionevole, secondo i sostenitori di quella proposta, guidati dal segretario Franco Pesce, dedicargli il nuovo Centro, tanto più che l’affittuario risultava la CLI e questa aveva dovuto prendersi a carico gran parte delle spese materiali della ristrutturazione.

In realtà il problema era molto più ampio perché i contrari alla subordinazione del Centro alla Colonia, guidati da Giorgio Cenni, ritenevano che non fosse giudizioso far dipendere scelte di tipo tecnico-professionale da un’organizzazione che per sua natura aveva altre finalità, rischiando di escluderne altre più utili. Ad incoraggiamento di questa tesi era giunta voce a Cenni e ad altri che gli svizzeri, dichiaratamente anticomunisti, mai e poi mai avrebbero sostenuto finanziariamente un ente dipendente da un’associazione dominata dai comunisti.

Di fronte a quella «voce», che trovava conferma nella pratica di quegli anni delle schedature, dei controlli e delle espulsioni anche di attivisti delle CLI, fu lo stesso Console Mancini che promosse dapprima l’incontro ad alto livello del 26 gennaio 1966 (cfr. articolo precedente) e successivamente altri incontri per definire l’organizzazione e le regole fondamentali (collaborazione con le autorità italiane e svizzere e col sindacato) da seguire. (Segue)

Giovanni Longu


Per chi desidera approfondire la storia dell’emigrazione italiana nel mondo, è disponibile un ampio percorso documentale sul sito del Museo Nazionale dell’Emigrazione Italiana.

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