Postino licenziato dopo 42 anni di servizio. Già questa semplice frase dovrebbe bastare a farci riflettere. Non perché conosciamo ogni dettaglio della vicenda – quelli appartengono al rapporto tra datore di lavoro e dipendente – ma perché ci obbliga a porci una domanda che va oltre il singolo caso: che valore diamo oggi alla fedeltà, all’esperienza e a una vita interamente dedicata al proprio lavoro?
Secondo quanto riportato dalla stampa svizzera, il dipendente avrebbe continuato a consegnare i pacchi direttamente davanti alla porta degli appartamenti, nonostante le nuove direttive interne prevedessero modalità diverse. Lo avrebbe fatto pensando al servizio reso ai clienti e anche per ridurre il rischio di furti. L’azienda, invece, ha ritenuto che il comportamento fosse contrario alle disposizioni impartite e, dopo vari richiami, è arrivata al licenziamento.
Naturalmente ogni azienda ha il diritto di fissare le proprie regole e di pretendere che vengano rispettate.
Ma il punto è un altro.
Quarantadue anni possono davvero contare così poco?
Quando un lavoratore dedica oltre quattro decenni alla stessa azienda, non stiamo parlando di un semplice contratto di lavoro.
Stiamo parlando di una parte importante della sua vita. Di migliaia di giornate iniziate presto, con qualsiasi tempo. Di lettere, pacchi, sorrisi, fatiche e responsabilità. Di un servizio svolto quotidianamente a favore della collettività. È davvero possibile che tutto questo venga cancellato da una procedura disciplinare?
E la Confederazione resta a guardare
La vicenda è arrivata persino in Parlamento. Alcuni consiglieri nazionali hanno chiesto chiarimenti al Consiglio federale. La risposta è stata che la Confederazione, pur essendo proprietaria della Posta, non può intervenire nelle decisioni operative e nelle questioni di personale.
Una spiegazione formalmente corretta.
Ma lascia inevitabilmente aperta una domanda.
Se il proprietario non può chiedere conto di una decisione così delicata, chi può farlo?
Un’età che rende tutto ancora più amaro
C’è poi un altro aspetto che colpisce.
Dopo quarantadue anni alla Posta, è difficile pensare che si tratti di un giovane dipendente a inizio carriera. Verosimilmente parliamo di una persona intorno ai sessant’anni.
E allora la domanda diventa ancora più scomoda.
Davvero si può liquidare così una vita di lavoro, proprio quando ricominciare da capo diventa quasi impossibile?
Perdere il posto a quell’età non significa semplicemente cercarne un altro.
Significa dover affrontare un mercato del lavoro che spesso guarda prima alla data di nascita che all’esperienza accumulata.
Le regole sono importanti. Le persone lo sono di più!
Nessuno mette in discussione la necessità di rispettare le procedure. Ma le aziende parlano sempre più spesso di responsabilità sociale, valorizzazione delle persone e sostenibilità. Sono parole importanti. E proprio per questo dovrebbero trovare applicazione soprattutto nei casi più delicati. Perché quarantadue anni di servizio non possono trasformarsi, dall’oggi al domani, in una semplice pratica amministrativa.
Forse il licenziamento era inevitabile.
Forse no.
Noi non abbiamo gli elementi per giudicarlo. Ma abbiamo il diritto di porci una domanda che riguarda tutti, lavoratori e datori di lavoro.
Che messaggio trasmettiamo alle nuove generazioni se oltre quarant’anni di fedeltà a un’azienda possono concludersi così?
Le regole sono necessarie. Ma quando quarantadue anni di lavoro sembrano non avere più alcun peso, è legittimo chiedersi se non si sia perso di vista il valore delle persone.
Maria Bernasconi
La riflessione aiuta a capire. Continua la lettura nella rubrica Società e nella rubrica Editoriali de L’ECO



