No. Noi giornalisti non possiamo limitarci a essere semplicemente “obiettivi” di fronte a una tragedia così disumana. Una tragedia forse, in parte, annunciata, se si considerano precedenti storici simili: festeggiamenti in luoghi poco adeguati, con l’uso diffuso di candele e alcol.
Sono una madre e una giornalista. Scrivere in questo momento mi spezza il cuore, ma sento, umanamente e professionalmente, il dovere di farlo.
La notte di Capodanno a Crans-Montana, nel Vallese, è stata una notte d’inferno. Un cosiddetto flashover nel rinomato locale “Le Constellation” ha trasformato il saluto al 2026 in un susseguirsi di lutti e commiati, che hanno colpito duramente tante famiglie.
Il dolore delle famiglie coinvolte è anche il dolore di tutta la nostra redazione.
Come giornalista, più riascolto ed esamino il materiale che circola, sia ufficiosamente sia ufficialmente, più cresce in me una rabbia profonda.
Mi chiedo: c’è davvero solo la “fatalità” dietro questo inferno in cui, secondo l’attuale bilancio, avrebbero perso la vita ben quaranta ragazze e ragazzi in tenerissima età — dai tredici anni in su — e in cui i feriti sarebbero oltre centquindici?
Ho usato, in apertura di questo articolo, l’espressione “tragedia preannunciata”. E continuo a ritenerla appropriata. Stiamo parlando di Crans-Montana, una località tra le più frequentate dai più ricchi del pianeta. Fatico a comprendere come possa esistere un locale che presenti già come biglietto da visita spettacoli con bottiglie di champagne e candele accese, senza che dei professionisti del settore abbiano mai seriamente valutato i rischi.
E qui non mi riferisco soltanto ai proprietari del locale: eventualmente la responsabilità potrebbe riguardare anche chi ha rilasciato permessi e autorizzazioni, qualora questi non fossero stati pienamente conformi alle norme di sicurezza vigenti, senza che si sia tratto alcun insegnamento dai drammi simili del passato.
La lista dei “drammi annunciati” sarebbe, ahimè, lunga. E sono quasi sempre adulti — muniti di licenze di gestione, autorizzazioni e responsabilità formali — che, invece di dare l’esempio, finiscono per provocarli. Il tutto a scapito dei più giovani, spesso minorenni, come nel caso di Crans-Montana. Gli esperti parlano dell’ipotesi di un “flashover”.
Ebbene, è possibile che a gestori esperti di questo tipo di eventi non sia mai passato per la mente il pericolo rappresentato da fontanelle e candele accese in un locale gremito, fortemente esposto al rischio di flashover?
Come è stato possibile autorizzare — e da parte di chi — l’uso delle cosiddette candele scintillanti, pratica peraltro molto diffusa nei locali frequentati soprattutto da giovani, all’interno di una sala come quella del “Le Constellation”, notoriamente costruita in gran parte in legno, a cominciare proprio dal soffitto?
Perché nessuno dei soggetti formalmente responsabili avrebbe, apparentemente, mai sollevato obiezioni sulla pericolosità di una pratica evidentemente poco sicura e sulle conseguenze potenzialmente fatali che si stavano creando in un ambiente seminterrato?
Da madre e da giornalista mi chiedo infine: che cosa ci facevano anche ragazzi di appena tredici anni in quel contesto, e chi — se qualcuno — ha realmente controllato gli accessi e la somministrazione di alcol?
Domenica sera 4 gennaio 2026, il vicepremier e ministro degli Esteri Antonio Tajani ha dichiarato al Tg2 che «le vittime italiane sono sei, tutte accertate». Pur essendo una comunicazione istituzionale e necessaria, la frase pesa come un macigno. Non parla di numeri: parla di vite spezzate nel pieno della loro giovinezza.
Anche l’Ambasciatore Gian Lorenzo Cornado si è recato a Crans-Montana, dove, con grande sensibilità, ha espresso la propria vicinanza alle famiglie delle vittime e ha coordinato l’assistenza ai cittadini italiani coinvolti, rimanendo costantemente a disposizione.
La prima vittima italiana accertata della strage a Crans Montana, si chiamava Chiara Costanzo. Aveva solo 16 anni. Un’età che sprizza di vita, del primo grande amore, di nuove amicizie, di viaggi, di tante risate per un nonnulla, dei sogni impossibili. Ora, restano solo punti interrogativi. Resta una famiglia devastata da un dolore inumano, in un insopportabile vuoto affettivo. Dopo di lei, è il triste annuncio della vita spezzata di Emanuele Galeppini. Avrebbe compiuto 17 anni il prossimo 21 gennaio. E ancora Achille Barosi, Giovanni Tamburi, Riccardo Minghetti e Sofia Prosperi (italo-svizzera).
Né come stampa né come madri possiamo restare in silenzio di fronte a tragedie che si ripetono e a drammi annunciati. Abbiamo il dovere di raccontare, di interrogare e di chiedere responsabilità.
Allo stesso tempo, senza rinunciare alla parola, siamo chiamati a un atteggiamento di profondo rispetto verso le vittime e le loro famiglie, fatto anche di raccoglimento e di preghiera, nel tentativo, pur limitato, di farci prossimi al loro dolore.
Domenica 4 gennaio, alle ore 10, a Crans-Montana è stata celebrata una messa in suffragio delle vittime e dei loro familiari.
Tra i familiari delle vittime, al dolore paralizzante si sta affiancando un sentimento sempre più forte di legittima indignazione. «Vogliamo giustizia. Lo dobbiamo ai nostri figli», hanno già dichiarato molti genitori — non solo italofoni — accorsi in tempi rapidissimi da ogni luogo, nei diversi ospedali svizzeri e nel centro di accoglienza di Crans-Montana, nel disperato tentativo di ritrovare i propri cari, spesso, purtroppo, invano.
In momenti di questa portata, l’Italia non è soltanto un Paese o un’entità geografica ben definita. L’Italia è una Comunità che si estende in tutto il mondo e che si ferma. Impotente, ma intenta a stringersi, a portare conforto senza clamore, senza polemiche. Con rispetto. Con cura. Si accompagna, si abbraccia, con le parole, con umanità e con umiltà.
Ricordare le vittime significa, in questo momento, non lasciarle scivolare via nel flusso delle notizie, né “usarle” per fare cronaca. Significa riconoscere che ogni vita — sottolineo, ogni vita — merita di essere chiamata per nome. Anche se resta la tentazione di ridurre la tragedia a un titolo che venda o faccia profitto.
Avrebbero potuto essere i nostri figli, i nostri nipoti, i compagni di scuola dei nostri ragazzi e delle nostre ragazze. Eticamente e umanamente, in effetti, lo sono.
Il Presidente della Confederazione Svizzera, Guy Parmelin, ha dichiarato per venerdì, 09 gennaio, il lutto nazionale.
Graziella Putrino

