Jovanotti posa davanti al logo del Montreux Jazz Festival prima del concerto all'Auditorium Stravinski in occasione del 60° anniversario della manifestazione.

Montreux Jazz Festival, 60 anni di emozioni tra Jovanotti e i manifesti che hanno fatto storia

MONTREUX Jazz Festival – A poco più di una settimana dalla chiusura del MJF, la magia di questo 60° anniversario ci trasporta ancora nell’etere.

Le luci si sono spente, i palchi smontati, ma Montreux vibra ancora. Sessanta anni di jazz hanno lasciato una traccia che non si cancella con l’ultima nota: è nel lago, nelle strade, nella voce della gente che racconta: «Io c’ero».

Emoziona. Tutto il festival vive di micro e macro emozioni, come ci ricorda Mathieu Jaton, CEO del MJF, durante la conferenza stampa di chiusura. Parla della passione e della dedizione che tutto il suo team mette perché il festival diventi il successo che è. Nel dirlo non trattiene le lacrime.

E noi giornalisti presenti ci commuoviamo con lui, applaudendolo e ringraziando chi si è adoperato, davanti e dietro le quinte, anche per noi.

Tra Montreux e Locarno, la musica non si ferma

Mentre il MJF spegneva le candeline dei suoi 60 anni a Montreux, a due ore di treno il Moon & Stars proseguiva senza sosta. Niente pause. Stessa estate svizzera, stesso pubblico che fa il pendolare tra un lago e l’altro.

A tenere insieme Riviera e Verbano ci pensa Lewis Capaldi: sold out il 14 luglio all’Auditorium Stravinski, bis infuocato il 15 luglio in Piazza Grande. Due sere, due bagni di folla. Una sfida a colpi di note.

Jovanotti protagonista allo Stravinski

Il 16 luglio, dopo 27 anni, si entra in uno Stravinski stracolmo per accogliere Jovanotti. Quattromila posti per i 60 anni del Montreux Jazz Festival. E non poteva mancare.

Ci si potrebbe domandare se Sal Da Vinci, che ha aperto il 9 luglio il Moon & Stars, e Jovanotti si siano messi d’accordo su cosa “s-filare” sul palco: entrambi entrano in scena con un vestito bianco immacolato.

Poi Sal Da Vinci, su Giulia, si sfila la giacca e la lancia verso i musicisti, mentre si dedica anima e corpo al balletto sensuale con la ballerina che danza con lui.

Jovanotti fa lo stesso, ma con una grande differenza: si sfila la giacca, la lancia all’assistente di scena e si mette a ballare con le sue coriste, presentandole: «Una come Mamma Africa». «L’altra come la mia maestra di ballo». E le ringrazia, le esalta, le mette al centro della scena.

La folla si incendia fin dalle prime note. «Io penso positivo» diventa subito un coro, con tredici musicisti sul palco tra Africa e America del Sud.

Un concerto tra musica e messaggi

Tornando sul palco, arriva a sorpresa l’omaggio a Toto Cutugno: «Io sono un italiano. Un italiano vero.» Un brano che in Svizzera, dopo Crans-Montana, ha riacceso fuochi diplomatici e politici ancora ardenti tra Svizzera e Italia. Jovanotti lo canta, lo rivendica e lo trasforma in un inno condiviso. Italiano vero, senza filtri.

E la diplomazia non finisce qui. Dopo aver intravisto alcuni argentini tra il pubblico, Jovanotti introduce anche il tema dei Mondiali di calcio. Si prende dapprima qualche fischio. Poi, da vero diplomatico, esprime comprensione per l’esclusione della Svizzera. Applausi. E subito dopo rincara la dose: tifa apertamente per l’Argentina. Lo Stravinski esplode. Fischi e risate. Proprio come piace a lui.

Quel grande tifo per l’Argentina è rimasto nell’etere e nelle vibrazioni della sua musica. Purtroppo Messi non lascia il campo e i Mondiali con la vittoria e la soddisfazione che avrebbe voluto.

Jovanotti non lascia niente al caso. I 60 anni del MJF con i suoi. Le sue intercalazioni geopolitiche, quando si gira a metà concerto e dice: «Ogni tanto mi giro per vedere se ci sono ancora». Un’allusione a Trump e agli Stati che vuole comprare? Forse. Con lui il dubbio resta voluto.

Jovanotti non è semplicemente musica. È dissonanza. Bella musica. Voluta.

«A me mi in italiano non si dice, ma lo prendo perché fa rima». Si aspetta la rima. Non c’è. E l’intento è proprio quello: far riflettere sulle dissonanze che creiamo, pur sapendo che stonano. Che, al limite, potrebbero fare male a qualcuno e anche a noi, di riflesso.

In una sala nata per il jazz e ora pronta ad accogliere pop, rap e pensiero, Jovanotti regala a Montreux la sua lezione: la musica può far ballare, far discutere e far ridere. Soprattutto quando compie 60 anni.

Lewis Capaldi durante il concerto all'Auditorium Stravinski del Montreux Jazz Festival 2026.
Lewis Capaldi

I manifesti che sono diventati opere d’arte

Ma i 60 anni si festeggiano anche fuori dalle abituali scene.

Quest’anno la direttrice artistica del Montreux Jazz Artists Foundation, Stéphanie-Aloysia Moretti, ha portato la memoria del festival al Montreux Palace.

L’esposizione era allestita in una delle sue sale storiche, con il titolo “Putting Montreux on the Map, comment la musique a changé la destination d’une ville”.

«J’ai une vie liée au festival depuis l’âge de 20 ans», racconta Moretti. E si vede.

In mostra una carrellata dei manifesti che più hanno fatto discutere: da quelli volutamente “assimilati alla nazione” per evitare polemiche, alle nane colorate di Niki de Saint Phalle, una per ogni nazione, proprio per disinnescare possibili accuse di razzismo.

E poi Tinguely con la sua Montreux Detroit del 1982. È stato lui a trasformare il manifesto da semplice mezzo di comunicazione in opera d’arte: pezzi rari, numerati da 1 a 50.

Moretti svela anche gli aneddoti: i furti dei manifesti. All’epoca venivano rubati solo per il gusto di averli nella propria stanza da letto, per l’adrenalina di averla scampata bella. Oggi, nel 2026, quel manifesto rubato vale una fortuna.

La ciliegina sulla torta resta senz’altro il manifesto originale di Keith Haring del 1983, quello che, rubato allora, oggi vale una cifra indicibile.

Sessant’anni di storia, con lo sguardo al futuro

Ma 60 anni di Montreux Jazz Festival significano anche essere trampolino di lancio per una nuova generazione che sorprende. E proprio la giovane età dei suoi protagonisti incanta e fa sperare in una continuità di voci da scoprire e risentire nei prossimi festival, come la canadese Charlotte Cardin, il rapper afro-svizzero Makala o Danny Ocean, per citarne alcuni.

Le lacrime di Jaton restano lacrime di immensa gioia, ma anche di commozione, per aver lasciato anche quest’anno ricordi indelebili.

Graziella Putrino


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