Massimo Sorci e Ottomila dal divano sono i protagonisti dell’intervista realizzata da Luisa Pavesio, un dialogo che attraversa montagna, scrittura, tempo e sogni.
La montagna non è soltanto una meta da raggiungere, ma un luogo dell’anima, uno spazio in cui misurarsi con i propri limiti, il tempo e i sogni. È da questa prospettiva che prende forma Ottomila dal divano, il libro di Massimo Sorci, giornalista professionista, addetto stampa di Palazzo Ducale Fondazione per la Cultura di Genova e autore che intreccia esperienza personale, riflessione filosofica e passione per l’alpinismo in un racconto originale e coinvolgente.
In questa intervista Sorci racconta la genesi del libro, il significato della montagna come simbolo di crescita e di resilienza, il rapporto con il tempo che passa e con i sogni che cambiano forma senza spegnersi. Ne nasce una conversazione ricca di spunti, capace di parlare non solo agli amanti delle vette, ma a chiunque si sia trovato, almeno una volta, a interrogarsi sul senso del proprio cammino.
Entriamo ora nel vivo della conversazione. Di seguito l’intervista integrale.
Massimo Sorci fra stampa, arte e libri – Intervista
Giornalista professionista, vive da quasi trent’anni a Genova. Ha una moglie, due figli e lavora come addetto stampa a Palazzo Ducale Fondazione per la Cultura. Se gli capitasse di rinascere gli piacerebbe essere, dice, sir Ernest Shakleton, ma – nel frattempo – si accontenta di esplorare territori molto meno impegnativi tra Appennini e Alpi. Una parte di questi – non tutti – sono finiti in Ottomila dal divano (Stefano Termanini Editore). Ha scritto anche Facciamo che andiamo (Liberodiscrivere Editore).
Chi più in alto sale, più in alto vede, e più a lungo sogna ( Walter Bonatti, attribuzione)
Ho letto con attenzione il tuo libro, molto originale, il cui titolo “Ottomila dal divano” si chiarisce solo quando si avanza nella lettura. Cosa ti ha indotto a scriverlo, e perché proprio ora?
Era da un po’ che avevo in testa l’idea di scrivere di montagna. La scrittura, almeno per me, è un modo di ragionare “fermo” e io avevo voglia di fissare posti, sensazioni, incontri in un racconto che, accanto a questa dimensione, desse l’idea che non esiste conoscenza senza il fare. Dovevo solo trovare un pretesto, una storia. E la storia me la sono cercata in prima persona, “facendo” più di 116mila metri di dislivello in un anno solare con tutto il corpo, mente, polmoni e muscoli. Perché ora? Ma, forse perché, come spiego all’inizio del libro, si vede l’orizzonte un po’ fermo e si cerca di spostarlo più in là. L’esito è stato sorprendente.
L’io narrante, che poi sei tu, alterna pagine dedicate ai grandi scalatori delle altissime cime – gli ottomila, appunto – ai paesaggi domestici, particolarmente liguri. Protagonista la montagna, realtà e simbolo, cima da raggiungere e prova da superare, “un anticipo di paradiso”, perché “chi più in alto sale, più in alto vede, e più a lungo sogna”. Quale importanza e significato ha avuto – e ha ancora – la montagna nella tua vita?
L’esito sorprendente, di cui dicevo prima, è proprio questa idea di montagna come “anticipo di paradiso”. Alla fine di questo anno mi sono reso conto che non contava spostare l’orizzonte più avanti, ma gustarsi la sensazione di dilatazione del tempo e dello spazio – e quindi di beatitudine – che la montagna sa darti. Qualche amico che va per mare mi ha detto che questa sensazione si prova anche navigando. Quanto alla frase di Bonatti si presta a un equivoco: a volte non serve salire più in alto per sognare. Certo, bisogna mettersi in gioco, porre l’asticella più in alto delle proprie possibilità, ma bisogna avere coscienza che non tutto si può raggiungere… nonostante ciò non si deve smettere di pensare a un altrove.
Il libro è in qualche modo circolare. Dalle grandi vette vissute dal divano di casa tua alle cime più modeste di una Liguria dove sei arrivato vent’anni fa, fino alla nativa Umbria e ritorno, in una sorta di autobiografia ideale dove la montagna pare un sogno mancato, il simbolo di una vita mai vissuta…Sei d’accordo con questa interpretazione?
In parte. Il libro si concentra su ciò che si può ancora fare in questa vita, qui e ora. Hai presente la favola della volpe e l’uva? Beh, Esopo parla di una volpe che rinuncia a raggiungere il grappolo raccontando a sé stessa che non ha fame. Proviamo a pensare a una volpe che, invece, sceglie un grappolo più abbordabile e si dà da fare per acchiapparlo. Non se la racconta… fa. E nel momento in cui “fa” è felice, non recrimina, non prende in giro se stessa e gli altri.
Ancora in un’ottica autobiografica, l’ufficio in cui vivi la maggior parte della tua giornata, secondo il tuo citato Henry David Thoreau, avrebbe dovuto già portare te – come altri – al suicidio. Esiste un così forte contrasto fra i tuoi sogni giovanili e la tua realtà di oggi?
Direi di no. Il richiamo alla frase di Thoreau è chiaramente ironico, un po’ come tutto il libro, a partire dal titolo. I sogni giovanili sono qualche volta, non sempre per fortuna, frutto di modelli sociali che mutano a seconda delle epoche storiche. Ora, per esempio, va molto di moda l’idea della fuga: la vicenda della “famiglia nel bosco”,che ha occupato le cronache qualche mese fa, è emblematica. La bellezza – e la scommessa – è saper mantenere viva la pulsione dei vent’anni, senza trasformarsi in macchiette. In fondo è come per la storia della volpe di Esopo. Non è un accontentarsi: è cercare di vivere bene qui e ora.
Il tuo libro è interpretabile come metafora della vita, dove il sogno – le altissime montagne dell’Oriente da scalare- e la realtà (i tuoi viaggi, il tuo ufficio, la tua casa) si intrecciano e si sovrappongono. In questo senso, la citazione dal Don Quijote di Cervantes del cavaliere quasi cinquantenne che si avvia a combattere i mulini a vento è particolarmente suggestiva. Perché in fondo, anche Quijote alla fine deve arrendersi alla realtà…È questo il tuo messaggio?
Non è una resa, come dicevo prima. È l’esatto opposto: è resistenza. Ecco se devo trovare un messaggio, anche se la parola “messaggio” mi fa sempre un po’ sorridere, direi che è proprio questo: trovare un motivo per resistere, per rimanere intatti, nonostante tutto. C’è una frase che Calvino fa dire al protagonista de La giornata di uno scrutatore, frase che riporto nel libro e che cito un po’ a memoria: chi non è un balordo deve continuare a fare quanto si può, giorno per giorno. Ecco, credo che non ci si possa “arrendere” alla realtà per il semplice motivo che anche noi siamo “realtà”… sarebbe arrendersi a sé stessi. Come fanno i “balordi”.
Il tuo testo oscilla fra citazioni colte – da Anassimandro a Restoro d’Arezzo e Cervantes – e un registro quotidiano che pare intenzionato ad alleggerire la lettura, come quando si parla della “cipolla di Heidegger con retrogusto di soffritto”… Da dove nasce questa commistione linguistica? Esiste un modello letterario?
Nessun modello. Sono un lettore pressoché onnivoro. La formazione politica e filosofica ogni tanto esce fuori, ma cerco di diluirla in immagini che mi auguro non siano fuorvianti. Nel libro ho citato soprattutto le imprese di grandi dell’alpinismo, che in alcuni casi, sono anche valenti scrittori. A parte i libri di Reinhold Messner, Annapurna di Maurice Herzog e È il buio sul ghiacciaio di Hermann Buhl sono testi pregevoli. Ma ce ne sono molti altri.
Il tempo è l’altro tema. Un tempo “a cipolla”, una matrioska al cui interno si cela la giornata h.24, ma che man mano si va verso la superficie rivela altre dimensioni, anche sentimentali, ben più estese, di quello che definisci il “caravanserraglio della vita”. E mentre tu viaggi fra citazioni, ricordi e vita quotidiana, il tempo scorre anche per il tuo fisico. Perché la linea d’ombra non basta spostarla in avanti, dici. Cosa ne diresti ai nostri lettori?
Non basta spostarla in avanti. Anzi, non serve spostarla in avanti. Bisogna disinnescarla. Dimenticarsela. L’innesco del libro era il tentativo di cercare una linea d’ombra più lontana. E invece la scoperta fatta in questo anno di scarpinate è proprio questa: il blocco dell’orizzonte. Un blocco che ha prodotto un tempo, uno spazio e un sé non dico infiniti, ma sorprendentemente amplificati.
Hai altri progetti letterari in cantiere?
Sì, entro quest’anno uscirà un divertissement avente come oggetto alcuni sketch e brevi dialoghi captati sulle linee urbane di trasporto pubblico: uno spaccato sociale e politico in chiave ironica che, però, dice molto di cosa siamo diventati, purtroppo. E poi sto pensando a un romanzo con la montagna sempre come protagonista. Ho già in testa alcuni personaggi… io stavolta non ci sarò. Almeno non in prima persona, diciamo.
Luisa Pavesio
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