Mario Roggero. Da qualche giorno il suo nome è tornato al centro del dibattito pubblico dopo che la Cassazione ha reso definitiva la condanna a 14 anni e 9 mesi di carcere per il gioielliere di Grinzane Cavour che, nell’aprile del 2021, inseguì i rapinatori che avevano appena assaltato il suo negozio, uccidendone due e ferendone un terzo. Per i giudici non si è trattato di legittima difesa: il pericolo era ormai cessato quando vennero esplosi i colpi mortali.
La sentenza è definitiva. Sul piano giuridico c’è poco altro da aggiungere.
Sul piano umano e sociale, invece, resta una domanda che l’Italia non può continuare a evitare.
Perché così tante persone si identificano con Mario Roggero?
Sarebbe troppo facile rispondere che viviamo in un Paese che inneggia alla vendetta. Sarebbe una lettura superficiale e probabilmente sbagliata.
Molti cittadini non applaudono la morte di due uomini. Esprimono piuttosto una paura. La paura di trovarsi un giorno nella stessa situazione: vedere la propria attività, costruita con sacrifici, violata; sentirsi minacciati; convincersi che, una volta passata la paura, resteranno comunque soli.
È questa solitudine a preoccupare.
Uno Stato di diritto non può accettare che un cittadino insegua chi fugge e decida della sua sorte. Se lo facesse, la giustizia lascerebbe il posto alla vendetta, e la convivenza civile finirebbe per sgretolarsi. Su questo il diritto è chiaro.
Ma uno Stato di diritto ha anche un altro dovere: fare in modo che nessun cittadino senta il bisogno di sostituirsi allo Stato.
Quando le vittime hanno la percezione che la giustizia sia lenta, che le pene siano incerte, che chi delinque torni troppo facilmente in libertà, il rapporto di fiducia si incrina. Ed è in quella frattura che nascono casi come quello di Mario Roggero.
La Cassazione ha applicato la legge. Era suo dovere farlo.
La politica, però, dovrebbe chiedersi perché questa sentenza abbia suscitato tanta amarezza anche tra persone che credono nello Stato e nella legalità.
Perché il problema non è soltanto Mario Roggero.
Il problema è un Paese in cui una parte crescente dei cittadini teme di non essere sufficientemente protetta. Un Paese in cui la sicurezza viene spesso percepita come un diritto teorico più che reale.
Non serve trasformare Roggero in un eroe. Non serve neppure dipingerlo come un semplice criminale.
Serve piuttosto affrontare la domanda che il suo caso ci consegna.
Se tanti italiani arrivano a comprendere un gesto che la legge considera un reato, forse non è la legge ad aver perso il suo significato.
Forse è lo Stato ad aver perso, almeno agli occhi di molti cittadini, quella credibilità che dovrebbe rendergli inutile qualsiasi desiderio di farsi giustizia da soli.
Ed è questa, probabilmente, la sentenza più inquietante.
Maria Bernasconi
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