Loredana Furno Scaglione nella sala prove di danza

Intervista a Loredana Furno: una vita sulle punte tra Scala, Regio e grandi palcoscenici

Loredana Furno è una delle figure più autorevoli della danza italiana.Ci sono vite che sembrano scritte come un balletto: fatte di talento, sacrificio, disciplina e incontri straordinari. Quella di Loredana Furno Scaglione attraversa alcuni dei capitoli più importanti della danza italiana e internazionale. In questa intervista si racconta con semplicità, ripercorrendo ricordi, emozioni e una passione che continua ancora oggi a guidare ogni suo passo.


Ballerina e coreografa, organizzatrice e imprenditrice, è nata a Torino, dove tuttora risiede. Entrata nel 1962 nel corpo di ballo del Teatro alla Scala di Milano, fu in seguito per 15 anni prima ballerina del Regio di Torino, alla cui inaugurazione prese parte nel 1973 con I Vespri siciliani (coreografia di Serge Lifar e regia di Maria Callas). Ha danzato nei principali teatri italiani e internazionali ed ha fondato il Balletto Teatro di Torino, oggi guidato dalla figlia Viola Scaglione, anche lei danzatrice. Fra i numerosi premi, il “Viotti”, il “Positano” (per I sette peccati capitali di Weill-Brecht al Regio di Torino accanto a Milva), il “Noce d’oro” e il “Caravella d’oro”. È stata nominata Cavaliere dell’Ordine al Merito della Repubblica Italiana nel 2023 e ha diretto e dirige numerosi festival e rassegne di danza.

Lei ha una lunga carriera di étoile. Come è iniziata la Sua avventura nella danza?

Per puro caso. Mia mamma, che era una grande appassionata di musica, mi aveva portato per Natale a vedere “Scarpette rosse”, e a me era venuto il capriccio di possedere un paio di scarpette rosse simili a quelle del film. All’epoca però non era come oggi, non si poteva, per esempio, ordinare qualunque cosa su Internet. Ma siccome il nostro dirimpettaio a Torino era direttore di scena del Teatro, mi portò dal ciabattino della Scuola del Regio e mi procurò le scarpette. Mentre le provavo, vedendo che le mie proporzioni fisiche erano adatte alla danza, propose a mia mamma di farmi studiare alla Scuola del Regio, che fra l’altro era gratuita. Fu così che cominciai… Una specie di fiaba.

Cosa direbbe a una giovane che volesse intraprendere questa carriera?

Giovani allieve ne ho tante. All’inizio le bambine arrivano un po’ scapigliate, ed è necessario formarle in primo luogo come persone, abituandole alla disciplina e all’ordine, fondamentali nella danza. Poi, se c’è la passione si va avanti. Quando ero giovane studiavo scuola e danza tutto l’anno, e in estate il mio primo pensiero era perfezionarmi, come quando andai a Montecarlo.

Oggi fa anche l’insegnante? Ho letto dei Suoi stages ad Acqui Terme.

Sì, l’insegnamento è stato sempre importante nella mia vita. Su questo ho un episodio da raccontare. Da bambina, appena uscivo da scuola, correvo a delle spiaggette di sabbia davanti a casa mia, in corso Moncalieri. Al tempo si faceva il bagno nel Po… Lì c’era un tronco d’albero, e io lo usavo come sbarra per insegnare quello che avevo imparato a un gruppo di sette-otto bambine e bambini come me. E il bello è che imparavano!

Quando avevo una ventina d’anni, con l’ARCI di Torino – ero una specie di pasionaria del PCI, andavo alla Festa dell’Unità di Torino per i Cantacronache, un collettivo musicale al cui progetto contribuiva anche Italo Calvino – ho fondato la mia prima scuola, cui ne seguirono altre a Chieri e Venaria. A seconda delle località, ci insegnavamo io o le colleghe del Regio.

Col tempo è diventata anche organizzatrice e imprenditrice.

Anche organizzare mi è sempre piaciuto, è per quello che il Sovrintendente del Regio mi ha chiesto di diventare socia del Nuovo, che fa parte della complicata storia del teatro lirico di Torino, dove il Nuovo ha dovuto supplire all’assenza del Regio durante i 28 anni della sua ricostruzione. La produzione de I Vespri siciliani, coreografia di Lifar, inaugurò la riapertura del Regio. E poi le rassegne di Vignale, di Acqui e molte altre ancora che ho fondato e diretto.

Chi sostiene la rassegna acquese?

In primo luogo lo Stato, col Ministero dei Beni Culturali, poi la Regione e il Comune, sono questi i sostenitori fondamentali. Ad Acqui però quest’anno il Comune ha problemi e per qualche spesa dovremo supplire noi. Spero comunque che il Comune riesca, nonostante le difficoltà, a continuare a sostenerci.

È soddisfatta dell’esito?

Credo che il pubblico del Teatro Verdi potrebbe aumentare rafforzando la pubblicità. Si tratta di una rassegna di danza contemporanea che porta ad Acqui 24 compagnie, quindi di sicuro richiamo turistico (non solo per il pubblico, ma anche perché compagnie e partecipanti agli stages alloggiano tutti in città). Certo trenta manifesti per Acqui sono pochi, e quest’anno abbiamo avuto la concorrenza di “Vignale in danza”, festival che ho fondato e diretto per molti anni.

Trattandosi di due località così vicine, forse sarebbe stato meglio evitare di organizzare nello stesso periodo, o magari si poteva collaborare a livello pubblicitario. Sono molto legata al Festival di Vignale, gli auguro il miglior successo. Però sono sempre convinta dell’idea che avevo prospettato all’allora Presidente della Regione Piemonte Mercedes Bresso, cioè che sia necessario fondare un centro di danza del Monferrato unendo le varie realtà del territorio. Purtroppo all’idea non è stato dato seguito.

Speriamo che la decadenza termale di Acqui non trascini con sé le tante iniziative…

Acqui è cambiata molto. Io alloggio all’Hotel Rondò, davanti alla piscina che fu la più grande d’Europa, ma non funziona più. Sono rimaste solo le rane…

Come è nata la rassegna acquese?

Nell’83, a luglio, in platea a vedermi danzare c’era il Presidente delle Terme di Acqui, Scarzola, che alla fine dello spettacolo venne a propormi di organizzare un Festival di danza. Il primo Festival è dell’84.

Sono molto orgogliosa non solo della rassegna, che è di danza contemporanea, quindi un po’ di élite, ma anche del Premio alla carriera che assegniamo a ballerini famosi. Negli anni abbiamo premiato tutti i migliori, da Carla Fracci a Roberto Bolle.

Quest’anno sono stati premiati Luigi Bonino, che lavora sui capolavori di Roland Petit (è venuto qui prima di andare a San Pietroburgo per Notre Dame de Paris) e Susanna Egri, con cui mi sono perfezionata. Nel 1986, solo per citare un anno a caso – sono tutti nomi importanti – hanno ricevuto il premio Alessandra Martines e Frédéric Olivieri, direttore della Scuola del Teatro alla Scala di Milano.

Ha appena nominato San Pietroburgo, una delle città simbolo della danza nel mondo con la scuola del Kirov. Pensa che la scuola russa sia cambiata?

No, è una lunga tradizione che continua. I russi vanno a teatro perché amano la danza, ci vanno anche vestiti da casa… E applaudono a scena aperta. Il nostro pubblico è più formale.

Loredana Furno Scaglione in una performance di danza contemporaneaLa Sua carriera è molto lunga, non pretendo una sintesi… Cosa ricorda però come una pietra miliare? Lei è stata sempre una danzatrice con una netta vocazione drammatica…

La vocazione a fare la “danzatrice interprete” di ruoli drammatici mi è venuta anche da un marito regista RAI, Massimo Scaglione, e certi ruoli, come quello di Amalia Guglielminetti in Amo le rose che non colsi o di Cleopatra, li ho molto amati. Penso che la tecnica, i famosi 32 fouettés, non basti. Li so fare, ma mi piace anche fare altro.

Fra le tante cose che ho danzato, provo ancora una grande emozione quando penso al giorno in cui, dal mattino alla sera, ho accettato di sostituire Carla Fracci ne La figlia di Iorio al Petruzzelli di Bari. Carla era una donna forte, non si ammalava mai, ma quel giorno aveva la febbre a quaranta. Io l’avevo sostituita nel lavoro con la compagnia perché in quel periodo era sempre su e giù da New York, e conoscevo anche la parte, che però non era la mia (io facevo Ornella). Comunque lo spettacolo andò molto bene, e ne ho ancora un ricordo vivissimo.

Un altro ricordo incancellabile è la produzione di Giselle per Rudolf Nureyev, al Teatro Rendano di Cosenza.

Che ricordo ha di Nureyev?

Era tutto cuore, appassionato, per quello a volte faceva scelte che non erano il meglio per la sua carriera. All’epoca era già malato, e lo diceva. Con me il rapporto è stato sempre positivo, lui si interessava di tutto, seguiva ogni dettaglio.

Non voleva video, solo foto, forse non si sentiva più sicuro. Però è sempre rimasto un temperamentale. A un certo punto, nel secondo atto, aveva visto una lucina rossa in platea; così è sceso, ha spaccato la telecamera, poi è risalito e ha continuato a ballare. Ma, come dicevo, il pubblico sentiva la sua passione, e lo amava anche per quello.

Ho letto che Nureyev non amava danzare con Carla Fracci.

Sì, è vero. Neppure a Carla piaceva danzare con lui, forse erano due personalità troppo forti. Lui amava di più Liliana Cosi, per esempio. A parte il sodalizio con Margot Fonteyn, che fu poi colei che gli aprì la strada in Occidente, quando era appena fuggito dalla Russia.

Da Nureyev a Bolle, un idolo italiano, anzi piemontese.

Bolle è stato mio allievo. Lui è di Casale, anche se viveva a Crescentino, in provincia di Vercelli. Quando aveva nove, forse dieci anni, gli proposi di fare l’audizione alla Scala, lo vedevo molto dotato. Lo presero e da lì iniziò la sua grande carriera.

Bolle mi pare a volte un po’ freddo, molto tecnico. Anche se ultimamente lo vedo più maturo, forse si rende conto che col tempo diventa più importante l’anima del corpo…

Credo stia anche pensando al futuro. Per esempio, ha studiato recitazione, potrebbe diventare un conduttore. O magari il suo futuro è quello di direttore della Scuola della Scala, anche se è un ruolo difficile, istituzionale.

Roberto ha certamente una grande visibilità mediatica, sia come grande danzatore sia grazie a iniziative come “Ballo in Bianco”, con i workshop gratuiti per le bambine allieve di scuole di danza. Stanno anche dalle 7 del mattino ad aspettare sotto il sole cocente…

Alle mie allieve, però, preferisco presentarlo, e mi piacerebbe organizzare con lui uno stage più dedicato, esclusivo, con un contatto più da vicino… Pensando, ovviamente, alla possibilità di giovarsi di un’occasione unica di apprendimento.

Luisa Pavesio


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