La cittadina di Locarno, in Svizzera, sul Lago Maggiore, gode di un microclima particolare che la rende una meta turistica di prim’ordine a livello nazionale e internazionale. Oggi, la sua notorietà è legata soprattutto al Festival internazionale del cinema di Locarno, la più importante manifestazione cinematografica svizzera e una fra le più importanti d’Europa, Locarno era già molto rinomata agli inizi del secolo scorso, quando fu scelta come sede di una conferenza di pace. Si trattava in particolare di garantire il confine renano tra la Francia, il Belgio e la Germania, stabilito dal Trattato di pace di Versailles dopo la prima guerra mondiale (1914-1918). La Conferenza di Locarno di cent’anni fa viene qui rievocata perché rappresentò per l’Europa una grande speranza, trasformatasi pochi anni più tardi in una cocente delusione, da cui non sembrava potersi facilmente riavere.
Dal Trattato di Versailles alla Conferenza di Locarno
Col Trattato di Versailles, firmato il 28 giugno 1919 da 44 Stati, i vincitori della guerra decisero di far pagare cara ai tedeschi l’immane tragedia che avevano provocato ai popoli europei. Esso infatti obbligava la Germania a cedere territori al Belgio, alla Cecoslovacchia e alla Polonia, imponeva ingenti riparazioni di guerra, lo smantellamento dell’impero coloniale tedesco, la demilitarizzazione della Renania, la riduzione massiccia dell’esercito, della marina e dell’aviazione, il divieto di aggressione e l’obbligo di ricorrere all’arbitrato pacifico in caso di controversie. Si sapeva però che il punto più fragile sarebbe stato il confine del Reno tra Francia, Belgio e Germania, per cui su di esso si concentrarono le preoccupazioni maggiori dei partecipanti alla Conferenza di pace di Locarno, che si tenne dal 5 al 16 ottobre 1925.
Finalizzata a preservare gli Stati europei dal flagello della guerra, regolare pacificamente eventuali controversie e garantire soprattutto il confine renano, tra i delegati dei vari Paesi interessati (Belgio, Francia, Germania, Gran Bretagna, Italia, Cecoslovacchia e Polonia) sembrò regnare fin dall’inizio uno spirito positivo (l’«ésprit de Locarno») e un certo ottimismo. Alla conclusione dei lavori, con la firma di un Patto di garanzia per la frontiera del Reno e quattro trattati di arbitrato, tutti sembravano ritenere che la «pace del Reno» avrebbe garantito «la pace d’Europa» e tutti speravano di ripristinare in Europa una pace stabile. Persino la Germania, che aveva subito il diktat più pesante, era ottimista: accettava il nuovo confine renano, garantito da Gran Bretagna e Italia (potenze garanti), e s’impegnava con la Polonia e la Cecoslovacchia a regolare secondo il diritto internazionale le eventuali divergenze.
L’ottimismo dei delegati sembrava giustificato perché tra loro regnava effettivamente un’atmosfera distesa, positiva e produttiva e tutti speravano che con la Conferenza di Locarno si aprisse in Europa «un’era di efficiente pacificazione» e «un periodo nuovo, fondato sul principio dell’uguaglianza dei vinti con i vincitori e sul funzionamento dei patti d’arbitrato sotto l’egida della Società delle Nazioni», che era stata appositamente creata col Trattato di Versailles, con sede a Ginevra.
La Conferenza sembrava segnare in effetti una pietra miliare nella storia della pace e della civiltà umana perché forse per la prima volta al rappresentante di un Paese vinto e schiacciato, il ministro degli esteri tedesco Gustav Stresemann (1878-1929), fu concesso di partecipare attivamente ai lavori della conferenza alla pari degli altri rappresentanti. Alla conclusione della Conferenza, riconoscente, dichiarava non solo di «accettare» di firmare i trattati «in piena lealtà», ma aggiungeva che «con sincera gioia» la Germania si augurava una pace stabile e il riavvicinamento dei popoli e dei governi, nella convinzione che «solo la pace e la collaborazione possono assicurare l’avvenire e lo sviluppo dei popoli».
Alle parole di Stresemann si associarono il delegato francese Aristide Briand (1862-1932) e quello britannico Austen Chamberlain (1861-1937), sottolineando l’importanza per la pace della «cooperazione dei popoli europei», nella convinzione che si dovesse «lavorare in comune in tutti i campi per la realizzazione di un’Europa pacifica, fedele a tutto ciò che rappresenta il suo passato di civiltà e di nobiltà». Anche Benito Mussolini (1883-1945) non esitò a considerare la Conferenza «un avvenimento memorabile, destinato ad affratellare i popoli».
Dall’ottimismo alla cocente delusione
L’azione seria e fiduciosa di Stresemann, Briand e Chatobriand e specialmente l’impegno di Stresemann per la riconciliazione tra i popoli europei e per l’ingresso della Germania nella Società delle Nazioni furono giustamente premiati con l’assegnazione ai tre politici del Premio Nobel per la Pace. Si deve anche riconoscere che nel 1926, con l’entrata in vigore del Patto di Locarno e l’ingresso della Germania nella Società delle Nazioni, cominciò in Europa un intenso periodo di distensione e collaborazione. Lo spirito di Locarno sembrava aleggiare tra le nazioni e niente lasciava presagire l’immane tragedia che le avrebbe colpite nuovamente.
«Quasi tutta l’Europa – ha scritto Sergio Romano – tirò un sospiro di sollievo ed ebbe la sensazione che cominciasse finalmente nella storia del mondo, undici anni dopo lo scoppio della Grande guerra, un capitolo nuovo». Illusione!
Dieci anni più tardi, però, apparve chiaramente a tutti che lo spirito di Locarno si era dileguato. Lo dimostrava Hitler, da poco al potere in Germania, che il 7 marzo 1936 denunciò gli Accordi sottoscritti e occupò militarmente la Renania; ma lo dimostrò anche Mussolini, che sognava anch’egli l’impero e le colonie. E da allora fu solo una lunga e intensa preparazione della seconda guerra mondiale, la più grave catastrofe dell’umanità.
Ma anche dopo di essa lo spirito di Locarno, sotto nuove forme e incarnato in nuovi personaggi, ricominciò ad aleggiate e prende forma nella nuova Europa che anche se non ben definita comincia ad intravedersi.
Giovanni Longu
Nella foto: Gustav Stresemann, Chamberlain, Briand.

