Inseguite e andate senza indugio ovunque vediate la locandina del Teatro Paravento che annuncia “Lo Spirito di Locarno”, se non siete stati tra i fortunati che hanno avuto la possibilità di assistere allo spettacolo a Locarno, da giovedì a domenica scorsi. Se poi vi trovate nella posizione di poter offrire a questa troupe straordinaria spazio logistico e supporto finanziario per le loro esibizioni, invitateli: in cambio riceverete un vero e proprio patrimonio storico, portato in scena da attrici e attori che, in certi momenti, non si limitano a recitare una parte, ma ci fanno vivere la Storia in prima persona.
Andiamo con ordine: in occasione della commemorazione del centenario del Patto di Locarno (1925-2025), la città ha invitato diversi gruppi a presentare progetti artistici legati a quei fatti storici. Tra le proposte, è stato selezionato il progetto del regista cileno Miguel Cienfuegos. E meno male! Cienfuegos, oltre a essere stato uno dei primi allievi della Scuola Dimitri, vanta un curriculum da attore di tutto rispetto e si distingue anche come sceneggiatore e regista. Ha vissuto esperienze di grande intensità, come il Golpe cileno, che hanno segnato profondamente il suo percorso. Queste esperienze, insieme alle sue competenze artistiche, lo hanno portato a diventare uno dei fondatori del Teatro Paravento di Locarno e il suo responsabile artistico.
La sceneggiatura di “Lo Spirito di Locarno” è opera di Miguel Cienfuegos. Sceneggiatore e regista di grande calibro e intuito, sa dirigere la compagnia con precisione, lasciando al contempo a ciascun attore lo spazio e la responsabilità del proprio ruolo, permettendo così a ciascuno di dare un’impronta personale alla propria interpretazione scenica.
Con impazienza e grande curiosità, ho assistito alla première di giovedì 9 ottobre. Dopo i saluti del Vicesindaco di Locarno, Claudio Franscella — il Sindaco, invece, era in febbrile attesa nei pressi della sala parto con la consorte —, che ha invitato la platea a ricordare come il Patto di Locarno “resti un simbolo ideale di dialogo e di speranza, e che il concetto di PACE rifletta una volontà collettiva”, il pubblico si è ritrovato, letteralmente e fisicamente, all’interno di una locanda locale composta da quattro tavoli e un bar.
Due musicisti, quasi usciti dalla Belle Époque, Esther Rietschin e Mauro Garbani, intonano “Non ti ricordi quel mese di aprile, quel lungo treno che andava ai confini…” (Monte Canino). La musica e i canti di quell’epoca, accompagnati dai diversi strumenti, ci rallegrano, ci commuovono e ci fanno ballare per tutta la durata dello spettacolo, trasportandoci indietro nel tempo in una realtà in cui nessuno dei presenti c’era, ma che stranamente sentiamo come nostra.
Il genio di Cienfuegos nel ripercorrere cento anni di Storia in un’unica scena – una riproduzione del teatro alla Molière – unito alla straordinaria capacità di ciascuna attrice e di ciascun attore di passare dalla narrazione alla recitazione, per poi compiere improvvisi salti introspettivi, arricchisce il pubblico, che a sua volta finisce per sentirsi parte dello spettacolo.
Ma perché non bisogna assolutamente perdersi questo spettacolo?
Anzitutto perché, in appena tre minuti, ci immergiamo in un autentico bagno di Storia, senza aver dovuto sfogliare nemmeno un libro. Inoltre, le diverse arti vi procedono a braccetto, in particolare la letteratura: ricercati e perfettamente azzeccati sono i passaggi tratti dal libro di Stefan Zweig Il mondo di ieri.
La leggerezza dell’attore che brilla proprio nel suo essere “non-attore” la ritroviamo in Marco Capodieci, capace di vestire e svestire con naturalezza diversi personaggi: dall’allora sindaco di Locarno, Giovan Battista Rusca, fino a un irresistibile Aristide Briand, il Ministro degli Affari Esteri francese e figura chiave dei negoziati. Tra una battuta e un tono più serio, il suo Briand riesce persino a illustrarci, con ironia, l’importanza del formaggio Camembert.
Aber: Achtung, signore e signori!
Un Gustav Stresemann incarnato da un tedesco che più tedesco non si può: l’impressionante Davide Gagliardi. Solo in una costellazione di attori come questa si può assistere a una tale interpretazione.
Ma senza la verve di una talentuosissima Debora Palmieri e la solida esperienza di Luisa Ferroni, veterana del Teatro Paravento, i molteplici flashback, i momenti di interazione con il pubblico e il filo rosso della trama non potrebbero esistere.
Assistiamo così all’inseguimento ironico delle notizie da parte dei giornalisti e alle pungenti frecciatine durante i banchetti dei Ministri.
Perfino la domanda sull’assenza — poi presenza — del Duce viene alleggerita con intelligenza e ironia, nonostante la gravità del contesto storico e politico.
Il perfetto intreccio e sovrapporsi di stili e tecniche diverse, padroneggiato con assoluta maestria, amplifica la memoria sensoriale ed emotiva dello spettatore. La troupe, vestita con gusto dalla costumista Deborah Erin Parini, offre al pubblico una performance autentica, un vero nec plus ultra!
Uno spettacolo davvero imperdibile — e da “prenotare” assolutamente dopo le prossime repliche a Lugano!
Graziella Putrino

