L’Inno di Mameli sotto accusa

Il maschile non marcato è davvero discriminatorio? – Polemiche sull’inclusività linguistica

Ultimamente hanno fatto molto discutere le dichiarazioni di Francamente, una cantante torinese emersa grazie a X-Factor. Secondo lei, l’Inno di Mameli, Fratelli d’Italia, non sarebbe inclusivo perché utilizza il termine “fratelli” al maschile, escludendo le donne. In sostanza, dal punto di vista del “politicamente corretto”, si tratterebbe di un inno non rappresentativo dei generi che, negli ultimi anni, abbiamo imparato a distinguere (maschile, femminile e oltre).

Non ho la presunzione di essere un linguista esperto, ma certamente conosco la nostra bella lingua italiana meglio di Francamente. E proprio per questo posso affermare che il concetto di inclusione, in questo contesto, non c’entra nulla.

Come è noto, l’italiano, così come molte lingue neolatine, non ha un vero e proprio genere neutro (a differenza di lingue come il tedesco, dove esiste il neutro das). Per questo motivo, quando si fa riferimento a gruppi misti di persone o a soggetti di genere non specificato, si utilizza il cosiddetto maschile non marcato, una regola consolidata nella grammatica italiana. Gli esempi sono numerosi:

“Ieri sera ho invitato a casa mia tutti i miei amici”. In questa frase, il termine “amici” comprende sia uomini che donne.
“Il genere umano” non indica solo gli uomini, ma l’intera umanità, comprese le donne.
“Al congresso hanno partecipato 100 medici e 100 avvocati”. È implicito che tra loro vi fossero sia uomini che donne.
“Mauro e Maria sono usciti”. Il participio passato si declina al ma-schile, anche se Maria è presente nella coppia.
“Mauro e Maria sono fratelli”. Anche qui prevale il maschile, perché grammaticalmente il termine “fratelli” ingloba entrambi i generi.

Nel linguaggio giuridico esiste persino il maschile sovraesteso, una convenzione che semplifica la scrittura normativa. Sfogliando qualunque codice di legge, troveremo termini come “il giudice”, “il testimone”, “il perito”, “il cancelliere”, “l’avvocato”. Non è una scelta discriminatoria, ma una forma di praticità adottata dal legislatore per evitare di ripetere ogni volta le varianti femminili: “il giudice o la giudice”, “il testimone o la testimone”, “l’avvocato o l’avvocata”, e così via. Tutto qui.

Nessuna polemica, solo un po’ di curiosità linguistica. Se da secoli il machile prevale in questi casi, non significa che la lingua italiana abbia ignorato le donne, ma semplicemente che si è trovata una soluzione per esprimersi in modo chiaro ed efficace.

La lingua italiana è in continua evoluzione e sarà l’uso comune a determinare se e come queste innovazioni verranno adottate. Tuttavia, è importante distinguere tra cambiamenti naturali della lingua e forzature che rischiano di compromettere la chiarezza espressiva.

Il Canto degli Italiani, conosciuto anche come Fratelli d’Italia, Inno di Mameli o Inno d’Italia, è un canto risorgimentale scritto da Goffredo Mameli e musicato da Michele Novaro nel 1847. Ed è inclusivo eccome! Il messaggio dell’inno è chiaro: l’unione e il sacrificio per la libertà. La scelta del termine Fratelli d’Italia non esclude nessuno, ma richiama un sentimento di appartenenza comune, proprio come avviene con l’uso del maschile non marcato nella lingua italiana.

Cantare l’inno, dunque, non è una questione di “correttezza politica”, ma un atto di appartenenza e riconoscimento della storia italiana. Non sarà certo un’uscita infelice e una momentanea ricerca di visibilità a scalfire la sua storia e il suo significato.

Quindi cantiamolo senza timore di essere “politicamente scorretti”. Anzi, cantiamolo insieme!

Fratelli d’Italia, l’Italia s’è desta,
dell’elmo di Scipio s’è cinta la testa.
Dov’è la Vittoria? Le porga la chioma,
ché schiava di Roma Iddio la creò.
Stringiamoci a coorte, siam pronti alla morte, l’Italia chiamò!

Di Mauro Trentini

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