Libertà, uguaglianza, fratellanza: un ideale che resiste al tempo?

“Libertà, Uguaglianza, Fratellanza”. Tre paroline che fanno un figurone incise sui monumenti e scritte a caratteri cubitali nei libri di storia. Sono nate durante la Rivoluzione francese, quando il popolo, stanco di inchinarsi davanti ai reali col parrucco, decise che forse era ora di cambiare aria. E slogan.

A chi sia venuta per primo l’idea di questo trio vincente non si sa con certezza, ma Robespierre ne fu uno dei principali testimonial: credeva che tutti gli uomini (maschi, va detto) dovessero votare e che la schiavitù fosse una cosa del passato. Visionario, senz’altro. Ma anche molto deciso, come si sa.

Ora, se analizziamo le tre parole, ci accorgiamo che non sono tutte uguali (che ironia). “Fratellanza” è quella simpatica cugina che arriva con buoni propositi e abbracci, ma poi sparisce quando c’è da pagare il conto. “Libertà” suona bene, ma spesso è la libertà dei più forti di fare quello che vogliono. E l’“uguaglianza”? Eh, lì casca l’asino. Perché parlare di uguaglianza significa parlare di soldi, potere, privilegi. In parole povere: chi ha che cosa, e chi no.

Nel Settecento c’erano i re per diritto divino. Oggi, invece, ci sono i miliardari per diritto… di algoritmo. E così abbiamo sostituito la nobiltà di sangue con quella del conto in banca. Ma almeno prima c’era Dio a dare una mano a giustificare le disuguaglianze, ora invece tocca arrangiarsi con qualche vago discorso meritocratico.

E poi c’è il grande paradosso democratico. Se davvero è il popolo a comandare, e il popolo è fatto in gran parte di persone “normali”, perché a decidere sembrano sempre gli stessi dieci, con le stesse dieci ville? Ogni tanto si prova a ribaltare la situazione: i poveri vanno al potere, ma spesso finiscono per diventare ex-poveri molto, molto benestanti. La rivoluzione? Un ascensore sociale con vista attico.

Negli ultimi anni, il divario tra chi ha troppo e chi ha niente non solo è aumentato, ma è diventato quasi sfacciato. I super-ricchi non si nascondono più. Anzi, li vediamo in TV, nei podcast, al governo. Negli USA, l’epoca di Trump ci ha mostrato una nuova moda: il governo dei miliardari. Elon Musk e compagnia bella sembrano voler dimostrare che non serve più nemmeno fingere. Hanno i soldi. Hanno il potere. Hanno anche Twitter (pardon, X).

E allora, una domanda sorge spontanea: possiamo ancora permetterci di credere nell’uguaglianza? O è diventata un’idea un po’ vintage, come il telefono fisso o la posta cartacea?

Forse sì, forse no. Ma una cosa è certa: finché ci sarà chi continuerà a farsi domande, a scrivere, a discutere anche con un po’ di ironia, quel vecchio sogno rivoluzionario non sarà del tutto svanito. E LECO, nel suo piccolo, continuerà a ricordarci che se non possiamo cambiare il mondo… almeno possiamo riderci sopra. E rifletterci meglio.

Maria Bernasconi

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