Legge elettorale italiani all’estero. Ci sono riforme che modificano aspetti tecnici del sistema elettorale e altre che incidono direttamente sulla qualità della democrazia. Quella approvata dalla Camera per la Circoscrizione Estero appartiene purtroppo alla seconda categoria.
Se il testo dovesse essere confermato anche dal Senato, milioni di cittadini italiani residenti all’estero vedrebbero ridursi in modo significativo la possibilità di essere realmente rappresentati in Parlamento. Non si tratta soltanto di una diversa suddivisione geografica dei collegi, ma di un cambiamento che rischia di alterare il rapporto tra elettori ed eletti.
Una rappresentanza sempre più lontana
La riduzione delle ripartizioni della Camera e la creazione di un’unica circoscrizione mondiale per il Senato rappresentano un cambio di paradigma.
Fino ad oggi il sistema, pur con tutti i suoi limiti, ha cercato di garantire una rappresentanza delle diverse realtà geografiche nelle quali vivono gli italiani all’estero. Comunità con esigenze, storie e problematiche profondamente diverse hanno potuto eleggere parlamentari che conoscevano direttamente quei territori.
Con la nuova impostazione tutto questo rischia di venire meno.
Mettere nello stesso bacino elettorale italiani residenti in Europa, Oceania, Asia, Africa e nelle Americhe significa rendere praticamente impossibile costruire una rappresentanza realmente vicina alle singole comunità.
Il rischio di cittadini di serie B
Il diritto di voto non consiste semplicemente nel ricevere una scheda elettorale.
Il voto acquista valore quando permette ai cittadini di scegliere rappresentanti capaci di conoscere il territorio che rappresentano, ascoltarne le esigenze e portarle nelle istituzioni.
Se intere comunità vengono assorbite in collegi enormi, la loro capacità di incidere inevitabilmente diminuisce.
Le comunità numericamente più piccole rischiano di diventare invisibili, mentre quelle più popolose finiranno con il determinare quasi esclusivamente gli equilibri elettorali.
È difficile non vedere in questo scenario una compressione della rappresentanza degli italiani nel mondo.
Chi conoscerà davvero quei territori?
Gli italiani residenti all’estero non costituiscono un blocco uniforme.
Chi vive in Svizzera affronta problematiche completamente diverse da chi risiede in Australia, in Sudafrica, in Argentina, negli Stati Uniti o in Giappone.
Cambiano i sistemi previdenziali, i rapporti con i consolati, le convenzioni sanitarie, la fiscalità, il mercato del lavoro, le esigenze scolastiche, le questioni legate alla cittadinanza e perfino la consistenza delle comunità italiane.
Pensare che un unico rappresentante possa conoscere e difendere con la stessa efficacia realtà tanto diverse appare, francamente, poco realistico.
Una riforma che indebolisce il legame con l’Italia
Da anni si parla della necessità di rafforzare il rapporto tra l’Italia e i suoi cittadini residenti all’estero.
Si sottolinea il loro contributo economico, culturale e sociale. Si ricordano il ruolo delle nuove mobilità, delle imprese italiane nel mondo e delle comunità storiche dell’emigrazione.
Poi, però, quando si interviene sulle regole della rappresentanza, il messaggio sembra essere esattamente opposto.
Si chiede agli italiani all’estero di continuare a partecipare alla vita democratica del Paese, ma contemporaneamente si rende più difficile per loro eleggere rappresentanti realmente espressione delle rispettive comunità.
Una scelta che preoccupa
Come redazione de L’ECO, che da quasi sessant’anni racconta la vita degli italiani residenti fuori dai confini nazionali, non possiamo nascondere la nostra preoccupazione.
La rappresentanza parlamentare degli italiani nel mondo è stata una conquista importante, ottenuta dopo decenni di battaglie civili e istituzionali.
Negli anni quella rappresentanza è già stata progressivamente ridotta attraverso il taglio del numero dei parlamentari. Oggi si compie un ulteriore passo che rischia di svuotarne anche il significato.
La democrazia non si misura soltanto contando il numero dei seggi. Si misura soprattutto nella capacità di garantire che ogni comunità possa avere una voce riconoscibile nelle istituzioni.
Per questo riteniamo che il Parlamento debba riflettere attentamente sulle conseguenze di questa riforma.
Perché gli italiani nel mondo non chiedono privilegi.
Chiedono soltanto di continuare ad essere cittadini a pieno titolo, con una rappresentanza che sia reale e non soltanto formale.
La Redazione
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