Una vita nascosta, un omocidio da svelare. La lotta interiore di Mara per liberarsi dal peso d ella olpa e del passato, in un contesto di solitudine e segreti
Paola Barbato, con la sua penna intrisa di tensione psicologica, ci regala un thriller profondo e inquietante. La Torre d’Avorio racconta la storia di Mara, una donna che, dopo aver passato anni in una struttura psichiatrico-giudiziaria per il tentato omicidio di suo marito e dei suoi figli, cerca di costruire una nuova vita lontano dal suo passato.
Con la sindrome di Münchhausen per procura, una patologia che la spinge a fare del male a chi ama per poi prendersi il merito della guarigione, Mara ha cercato di cancellare ogni traccia di Mariele Pirovano, il suo vecchio io, convinta che quella donna non esista più. La sua vita nella nuova città è un esilio autoimposto, una prigione di solitudine e rifiuto del mondo esterno, dove ogni dettaglio della sua quotidianità è costruito per tenere lontano i fantasmi del passato. Ma come spesso accade nei thriller psicologici, l’apparente calma è destinata a spezzarsi.
Una piccola macchia di umidità sul soffitto la porta a salire al piano di sopra, dove scopre un cadavere. I segni dell’avvelenamento sul corpo del morto risvegliano il suo passato e, in particolare, la memoria di Mariele. Nonostante la sua rinascita come Mara, il suo passato l’ha seguita. Il romanzo è costruito in modo impeccabile, alternando momenti di suspense e riflessione interiore.
Barbato gioca abilmente con il concetto di memoria e identità, esplorando le fratture della psiche di una donna che non riesce a liberarsi dai suoi demoni. Mara, o Mariele, non sa più distinguere tra la persona che è oggi e quella che è stata. È come se il suo passato non l’avesse mai abbandonata e continuasse a definire il suo presente, facendola oscillare tra il desiderio di redenzione e la paura di essere ancora quella che era.
Un altro tema centrale nel romanzo è la solitudine, fisica e psicologica, che pervade ogni aspetto della vita di Mara. La casa che le è stata assegnata dai servizi sociali diventa una sorta di torre d’avorio, una gabbia che tiene a distanza tutto ciò che potrebbe rivelare la verità. Ma quando il corpo senza vita viene trovato, la torre inizia a crollare, e Mara si rende conto che, forse, non riuscirà mai a fuggire davvero da ciò che ha fatto e da ciò che è. Il romanzo non è solo un thriller avvincente, ma anche una profonda esplorazione della colpa, della redenzione e della lotta per ricostruirsi dopo aver commesso degli errori irreparabili.
La capacità di Paola Barbato di entrare nella mente dei suoi personaggi è straordinaria, e Mara è una protagonista che affascina e inquieta al contempo. Il lettore è costretto a porsi domande sul concetto di responsabilità, su quanto il passato possa davvero essere sepolto e su cosa significhi realmente “cominciare da capo”. Il finale, drammatico e carico di colpi di scena, non lascia respiro. In un gioco psicologico di verità e inganno, La Torre d’Avorio si conferma un thriller ad alta intensità, capace di tenere il lettore con il fiato sospeso fino all’ultima pagina. Un romanzo che mescola sapientemente suspense, psicologia e riflessioni morali, perfetto per chi ama storie complesse e avvincenti. Ci entri dentro e fatichi a venirne fuori.
Di Giovanna Coppola



