La storia di Antonio, una scelta sofferta ma giusta

Entrambi giovanissimi, ma desiderosi di costruire una famiglia…

Il sole di Gavoi, piccolo paese della Sardegna, incendiava le rocce della Barbagia quando io, Antonio, e mia moglie Maria convolammo a nozze. Il nostro amore era sbocciato tra i vicoli del paese e cullato dai canti dei pastori. Dopo il servizio militare, entrambi giovanissimi, ma desiderosi di costruire una famiglia, pronunciammo il fatidico “sì”

La nascita di Francesca riempì la nostra casa di gioia. Ma la felicità era offuscata da una dura realtà: in Sardegna non c’era lavoro.

Un giorno, il parroco del paese, Don Giovanni, uomo saggio e di grande cuore, conoscendo la nostra situazione, mi chiamò a colloquio. “Figliolo,” mi disse “la Svizzera offre opportunità che qui non possiamo neanche immaginare. Tante nostre compaesane hanno trovato fortuna oltre le Alpi. Tua moglie potrebbe partire, lavorare e cercare un lavoro anche per te che presto potresti raggiungerla”.

L’idea di dividere la famiglia ci tormentava, ma il pensiero di un futuro migliore per la nostra famiglia ci spinse a prendere, seppur dolorosa, una decisione. Anche mia moglie, pur con il cuore spezzato all’idea di separarsi da me e dalla bambina, capì la necessità di questo sacrificio.

Maria scrisse a una sua conoscente, Anna, emigrata da tempo in Svizzera, nel Canton Zurigo. Le chiese di aiutarla a trovare un lavoro. Le settimane trascorrevano lente e angoscianti, finché, finalmente, arrivò la risposta: Anna aveva trovato lavoro a mia moglie. Il contratto di lavoro di una fabbrica tessile arrivò da li a pochi giorni. Era il 1970.

Il viaggio di mia moglie richiedeva denaro che non possedevamo. L’unica possibilità era rivolgersi a un usuraio che, fortunatamente, ci prestò i soldi con interessi ragionevoli.

Il giorno della partenza arrivò come un uragano che strappa le foglie dagli alberi. Maria, con il dolore che le serrava il cuore, salì sul treno che la portava verso l’ignoto. Lasciava me e la nostra piccola Francesca tra le mie braccia a vegliare sui sogni infranti e sulle speranza di un futuro migliore e di un ricongiugimento non troppo lontano.

Mia moglie mi raccontò che i giorni furono durissimi. La fabbrica era un luogo alienante, il lavoro massacrante, la nostalgia lacerante. Maria si sentiva sola e spaesata.

Dopo un paio di settimane decisi di raggiungere mia moglie. Si ripresentava il problema dei soldi e, ancora una volta, dovetti chiederli in prestito. Ricevuti i soldi presi una valigia e ci misi dentro quanto più potevo.

Partii in treno la sera, per viaggiare durante la notte e arrivare a destinazione la mattina seguente. Naturalmente, il distacco dalla mia bambina fu doloroso. Prima, anche se la mamma era lontana, c’ero io; ora, invece, mi allontanavo anche io, ed era un grande dolore. La piccola aveva solo un anno e aveva bisogno dei suoi genitori. Ma quando il destino è duro e crudele, e si accanisce così duramente sulle persone, non ci sono la-crime che possano mutare il corso della vita.

Come altre volte mi era capitato, strinsi i denti e inghiottii l’amaro che mi rimase in bocca, quell’amaro che nei momenti difficili della vita fa ingrossare la lingua e appesantire il nostro organo più vitale, il fegato.

Come un soldato che parte per il fronte, abbracciai più volte la mia bambina, baciandola. Poi, raccomandai a mia suocera di fare la massima attenzione possibile per la piccola, mentre la salutavo.

Dal paese mi accompagnarono a Porto Torres dove presi il traghetto per Genova. Da lì proseguii in treno verso Milano per prendere il treno che mi avrebbe portato direttamente a Zurigo. A Chiasso il treno fece sosta e salirono un mucchio di guardie di finanza per i controlli, dopodichè, lentamente, il treno si rimise in movimento percorrendo il suolo svizzero.

Finalmente, dopo un estenuante viaggio, il treno entrò nella stazione di Zurigo. Era il 4 febbraio del 1970. Per terra c’era la neve, non sulle strade perché lo spazzaneve, passando, la lasciava ammucchiata sui marciapiedi fino a che i grandi camion la porta-vano via. Io feci in tempo a vedere poco, perché dovevo prendere l’altro treno che mi doveva portare a destinazione.

La gente che scendeva dal treno si dirigeva in tutte le direzioni e i marciapiedi erano affollatissimi. Gente di ogni razza. Per me vedere una così grande stazione con una fila interminabile di treni era cosa nuova.

Quando vidi mia moglie mi accorsi subito che in poche settimane era molto dimagrita. La sua amica mi disse che non faceva altro che piangere e che sperava che ora si calmasse altrimenti si sarebbe ammalata. Ci avviammo verso l’abitazione, condivisa con altri connazionali.

Mia moglie, con il turno serale, rientrava la sera verso le undici. Poi ci perdevamo in chiacchiere, e così si facevano sempre le ore piccole. Ma eravamo giovani e abbastanza forti.

Maria non vedeva la Svizzera di buon occhio. Non le piaceva. Diceva: lavoriamo un paio d’anni, mettiamo da parte qualcosa e rientriamo in Italia, nella nostra terra”. Io pensavo che non appena avremmo potuto portare qua la nostra bambina avrebbe cambiato idea.

Il giorno dopo il mio arrivo mi misi a cercare lavoro. Lo trovai dopo quattro giorni in una fabbrica come tornitore. Nonostante la paga fosse molto bassa accettai d buon grado e chiesi di iniziare subito. Mi dissero di presentarmi il giorno dopo.

Rientrai a casa, ad aspettare mia moglie, per dirle che dopo quattro giorni di Svizzera, senza lettere di raccomandazione, senza telefonate da parte di alti prelati, senza l’intervento del sindaco del paese e senza lettere del convento dove mia zia dedicava la sua vita a Dio, avevo trovato un lavoro con le poche parole che conoscevo e con l’aiuto dei gesti delle mani.

Si lavorava sodo. La domenica, qualche volta, si andava a vedere qualche film (quando era in italiano). E così, durante la proiezione ci si illudeva di essere nel nostro paese. Ma la realtà arrivava alla fine della pellicola.

Il nostro obiettivo, ora, era quello di mettere da parte un po’ di soldi per trovare un’abitazione tutta per noi dove poter portare la nostra bambina dopo le ferie di luglio. Trovai una camera ammobiliata con un piccolo cucinino ad un prezzo ragionevole. Ero felice di aver trovato finalmente un posto dove avremmo potuto vivere in pace e tranquillità. Non vedevo l’ora di portare la nostra bambina in Svizzera.

Dopo le ferie, tornammo in Svizzera con Francesca. Sapevamo di non poterla tenere con noi per più di tre mesi, ma con l’aiuto della moglie del mio datore di lavoro, alla quale sarò per sempre riconoscente, ottenemmo il permesso di tenere con noi la piccola per sempre.

Ora si trattava di cercare di guadagnarci la fiducia di questo popolo che ci aveva ospitato. Gli anni passarono in fretta. Io appresi bene il mestiere di tornitore e mi conquistai la simpatia di tutti i colleghi svizzeri. Ho dovuto sfoderare educazione, serietà, gentilezza, spirito di adattamento, rispetto delle leggi. Adattarmi agli usi e costumi del posto. Mantenere un contegno cordialie e buoni rapporti con i colleghi di lavoro e con la gente con cui si era in contatto. È ciò che si dovrebbe fare sempre, ma a maggior ragione quando si vive in un paese straniero e si vuol essere accettati.

Dopo nove anni nella stessa piccolissima casetta con una sola stanza da letto (nostra figlia aveva ormai 10 anni), discutendo con mia, moglie prendemmo la decisione di cercare un appartamentino più grande e, a poco a poco, arredarlo come piaceva a noi. Per fare ciò mi occorreva una paga più alta che il mio datore di lavoro non mi concesse. Fui costretto a cercarmi un lavoro meglio retribuito. Iniziai a lavorare nella nuova fabbrica ad agosto del 1979.

All’inizio, lavorare nella nuova fabbrica fu difficile. Il ritmo era molto più sostenuto e il lavoro era più complesso. Mi sentivo perso e spaesato. Ma i miei colleghi mi aiutarono ad adattarmi. Mi spiegarono le loro mansioni e mi insegnarono i trucchi del mestiere.

La Svizzera era diventata la mia nuova casa. Avevo un lavoro, una famiglia e degli amici. Ero felice.

La tranquillità che desideravo si avverò. Mi sentivo finalmente realizzato. Avevo trovato un lavoro che mi gratificava e mi permetteva di vivere dignitosamente.

Dopo il duro lavoro e i sacrifici fatti, la Svizzera è diventata davvero la mia nuova casa. Sia io che Maria ci siamo ben integrati nella comunità locale, stringendo amicizie e partecipando alle attività del paese.

Nostra figlia è cresciuta felice e spensierata, in un ambiente sicuro e stimolante. Ha avuto la possibilità di frequentare buone scuole e di giocare con altri bambini.

Non mi sono mai pentito della scelta di emigrare in Svizzera. Qui ho trovato una seconda opportunità per me e per la mia famiglia, una vita migliore e piena di serenità.

Naturalmente, non è stato sempre facile. Ci sono stati momenti di nostalgia per l’Italia e per la famiglia lontana. Sapevo, però, di aver fatto la scelta giusta per i miei cari. In Svizzera ho trovato un luogo dove sentirmi a mio agio e dove realizzare i miei sogni.

Non abbiamo mai dimenticato la nostra terra d’origine. Ci siamo tornati spesso, per riabbracciare i parenti e gli amici, per respirare l’aria del Barbagia e per immergerci nei profumi della Sardegna.

Di Antonio

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