Persone in attesa su un binario ferroviario con valigie e borse, sullo sfondo montagne innevate

La memoria smarrita degli italiani in Svizzera

Un viaggio nella memoria dell’emigrazione italiana in Svizzera, tra sacrifici dimenticati, conquiste di diritti e una comunità che rischia di perdere il filo della propria storia.

I più anziani tra i nostri lettori ricorderanno bene quando in Svizzera negli anni ’50 e ‘60 del secolo scorso vigevano regole ferree sull’immigrazione come quelle che non consentivano i ricongiungimenti familiari poiché non si voleva che gli stranieri mettessero le loro radici in questo Paese; quando si preferiva che la forza lavoro degli stranieri fosse soprattutto quella degli stagionali da ospitare nelle famose baracche di legno costruite a ridosso dei cantieri di lavoro, cioè lavoratori con un permesso di nove mesi al massimo nell’arco dell’anno ovviamente rinnovabile ma preferibilmente non oltre il quadriennio per evitare che, con cinque stagioni consecutive, maturassero i 45 mesi necessari per l’ottenimento del permesso di residenza “B”; quando l’automobile – men che meno l’aereo – non era certamente un mezzo di trasporto per arrivare in Svizzera e rientrare per le ferie ai propri villaggi in Italia, bensì vi era solo l’utilizzo del treno che, in quegli anni, congiungeva le principali città elvetiche al nord delle Alpi con Lecce o Palermo.

Sempre i più anziani ricorderanno quando in Svizzera – con la proliferazione di apparecchi ricetrasmittenti di radio e tv – nacquero per gli emigrati dei programmi, ad hoc per loro in lingua italiana, diffusi anche oltre San Gottardo da radio Monte Ceneri e dalla televisione ticinese. Come pure queste persone ricorderanno quando, fin dagli anni ’60 e ’70 sempre del secolo scorso, comparvero in Svizzera: le prime sedi di alcuni patronati italiani (Acli, Inas, Inca, Ital) per assistere e tutelare i diritti socio-presidenziali dei lavoratori italiani; i primi settimanali cartacei in lingua italiana (Il Corriere degli Italiani, L’Eco, Emigrazione Italiana, Avvenimenti/Reporter/La Pagina, Rinascita) – diffusi soprattutto nei Cantoni a nord delle Alpi – che dedicavano grande spazio alle informazioni di carattere sociale, sia a riguardo di normative italiane che elvetiche, di particolare interesse per gli emigrati italiani nonché alle iniziative dell’associazionismo italiano; le prime pizzerie e ristoranti italiani che contribuirono a diffondere e a far apprezzare anche dagli autoctoni le prelibatezze della cucina italiana; i primi negozi italiani di generi alimentari, di mobili, di abbigliamento di monomarche italiane già diventate famose nel mondo e perfino le prime Imprese di pompe funebri per riportare in patria le salme di emigrati defunti che tradizionalmente i familiari volevano tumulare nei propri villaggi di origine.

In pratica tutte iniziative imprenditoriali di qualche coraggioso emigrato che seppe cogliere al balzo l’opportunità di mettersi in proprio ed anche, per tanti di loro, di avere un certo successo imprenditoriale e che, in molti casi, con le loro inserzioni pubblicitarie, consentirono la sopravvivenza finanziaria dei settimanali sopra citati.

Un “mondo di italianità” solidale e unito in un associazionismo di carattere culturale, regionale e politico – diffuso capillarmente in ogni Cantone elvetico – che con il suo impegno contribuì alla conquista, in quegli anni, di molteplici diritti loro negati sia sul fronte italiano che elvetico.

Ancora oggi esiste in Svizzera un “mondo di italianità”. Basti pensare che, su una popolazione di oltre 9 milioni di persone residenti ivi compresi i 2’478’700 stranieri, tra questi ultimi la comunità italiana è ancora oggi quella maggioritaria nella Confederazione con ben 660’320 italiani iscritti all’AIRE di cui 346’981 doppi cittadini italo-svizzeri. Quindi una comunità tuttora certamente importante numericamente, alimentata annualmente da una decina di migliaia di nuovi immigrati (non solo i così detti “cervelli in fuga”) che compensa i decessi ed i rimpatri dei vecchi emigrati; una comunità ormai ben integrata che raramente pensa a rimpatriare, tanto che da qualche anno nei cimiteri locali aumenta sempre di più il numero dei tumuli e loculi con nomi italiani; una comunità dove le attuali generazioni, figli/nipoti/pronipoti dei primi emigrati, purtroppo hanno ormai scarse nozioni della lingua di Dante; una comunità in cui praticamente è scomparso l’antico reticolo associativo sostituto (sic!), magari dai più giovani, dall’utilizzo dei social come avvenuto per i settimanali cartacei; una comunità dove quella di origine migratoria di vecchia data non frequenta e non conosce quella immigrata negli ultimi lustri; una comunità italiana che ignora (oppure ha volutamente dimenticato?) la storia migratoria della propria famiglia in questo Paese con i sacrifici, le sofferenze e le angherie subite dai loro avi sino a qualche decennio fa, una comunità che neppure si rende conto che, oggi, sta godendo dei diritti conquistati da quelle generazioni.

Un vero peccato poiché questa mancanza di memoria storica dei nostri italiani in Svizzera, e non solo, impedisce a tanti di loro di avere un po’ più di comprensione ed umanità verso i nuovi flussi migratori provenienti da Paesi oggi disastrati come lo è stata l’Italia nei decenni dell’immediato Secondo Dopoguerra!

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