Perchè Amo la Felicità in Alcune Culture e un pò Meno in Altre – Riflettiamo insieme su cosa vuol dire felicità
Sì, proprio così, hai letto bene; e questo, specialmente per chi di noi è nato in culture che valorizzano più il successo individuale che la collettività, può sembrare insolito.
Infatti la definizione di felicità cambia da un paese all’altro, da una cultura all’altra. E per cultura, intendo non solo la cultura del nostro paese ma anche le sottoculture di cui facciamo parte, inclusa la cultura aziendale, del nostro circolo di amici e persino la nostra cultura di genere.
Nella pratica questo vuol dire che le parole, le idee e i modi con cui sentiamo ed esprimiamo la sensazione di felicità non sono gli stessi ovunque.
In alcune società, la felicità è un’emozione intensa e breve; in altre, può essere una sorta di obbligo morale, un dovere di irradiare positività a tutti i costi. In altri luoghi, la felicità – che potrebbe avere un nome completamente diverso – è più connessa alla condivisione o al far parte della comunità che ci circonda.
Nella mia esperienza, esplorare queste diverse aspettative intorno alla felicità è un viaggio che offre strumenti pratici e importanti per realizzare se stessi ed avere un impatto positivo sugli altri.
Il lato bello della felicità
Come dicevamo, in alcuni luoghi la felicità può essere vista come un’impresa collettiva. In tutto il mondo, le parole trasmettono tipi “locali” di felicità, segmentando come percepiamo il mondo in modo diverso. I danesi, familiari con il “hygge“, celebrano il comfort e la serenità nella loro semplicità. In olandese, “gezellig” può riferirsi a un’atmosfera o situazione accogliente, piacevole o godibile, che coinvolge la socialità.
“X?n m?n yì zú” in Cina significa “cuore pieno e completamente soddisfatto”, e ragazzi, questa sì che è una sensazione che fa bene alla salute!
Alcune culture del Sud-Est asiatico offrono una visione più olistica (chissà perché non sono sorpreso): la felicità non è tanto qualcosa di personale; più che altro è intrecciata con i bisogni della comunità, del contesto e, quando siamo molto fortunati, con la politica. Questi approcci brillano perché al meglio di sé danno priorità alla sostenibilità rispetto alle tendenze passeggere.
Per qualcuno come me, che si occupa di come ci sentiamo, ci comportiamo e intessiamo relazioni in un ambiente pieno di culture diverse, queste differenze sono meravigliose, e apprezzarle è proprio come lasciarsi avvolgere da un abbraccio.
Le differenze infatti offrono sfumature e possibilità nuove di riconoscere che stiamo bene, che siamo felici, anche quando questa felicità non corrisponde al modello che ci è stato insegnato.
Concretamente significa che puoi imparare a riconoscere il tuo benessere e la tua soddisfazione perché sei andato a correre nel bosco con i tuoi bambini, perché hai ottenuto il lavoro che volevi, ma anche perché il tuo team brilla per aver raggiunto un obiettivo importante, o perché hai il tuo gatto in grembo mentre leggi una rivista. In breve, hai più canali per riconoscere che stai vivendo un’esistenza realizzata e felice senza necessariamente paragonarti agli altri.
Il lato oscuro
Poi ci sono ambienti culturali in cui la felicità sembra… obbligatoria. In alcune culture che idealizzano il costante essere allegri e felici (qualsiasi riferimento a una particolare cultura pop è puramente casuale), c’è una regola non detta: se non sei felice, È COLPA TUA. Quindi è meglio che tu lo nasconda. E non è raro vedere sorrisi a quarantadue denti che mascherano stress, dubbi o esaurimento.
Quando la felicità diventa un obbligo, perde ovviamente il suo scopo. Peggio ancora, sopprime, per vergogna, emozioni essenziali come la tristezza o la rabbia – emozioni che, ironicamente, pongono le basi per una felicità più profonda e radicata. Questa versione della felicità suona meno come una situazione piacevole e più come essere in piazza per il Giorno della Vittoria a Pyongyang.
Interessantemente, alcuni studi suggeriscono che mentre l’aumento dei livelli di felicità nelle culture individualistiche potrebbe aumentare la produttività, potrebbe anche diminuire la nostra capacità di empatia e di gioia condivisa, riducendo in ultima analisi proprio la soddisfazione che si andava cercando. Come spesso accade è una questione di gradienti e di contesto. Cosa vuol dire?
Beh, un po’ di sale nella zuppa e persino nella panna cotta la rende buona, troppo le rende entrambe piuttosto orribili. E quanto è troppo? Esatto. Dipende!
I miei tipi di felicità preferiti? Varietà e Autenticità
Nel mio lavoro quotidiano, ho scoperto che comprendere la felicità attraverso diverse culture e abbracciarla come uno spettro che va da differenze sottili o enormi, spesso migliora la nostra qualità della vita, incluso il modo in cui ci relazioniamo agli altri.
Le culture comunitarie e collettiviste, che enfatizzano il contributo alla comunità e il mantenimento dell’armonia di gruppo, ci ricordano che la felicità non è necessariamente festeggiare alla grande, binge watch una serie tv o vincere alla lotteria (sì, sto parlando con te!) – la felicità può essere contentezza, gioia simpatetica, per la felicità altrui, momenti di calma, cura o altruismo.
Ma ovviamente ogni cultura porta con sé i suoi rischi, in questi casi ci si confronta con il rischio della soppressione dei desideri individuali, dell’evitamento dei conflitti e alla possibile tendenza al “group thinking” ovvero quello che capita quando tutti in un gruppo iniziano a pensare allo stesso modo, spesso ignorando idee diverse o critiche. Questo può portare a decisioni anche molto sbagliate perché nessuno valuta i possibili rischi o alternative.
Nelle culture più individualiste invece, la felicità è spesso legata al successo personale, all’autorealizzazione, alla libertà individuale e alla gioia edonistica. Questi tipi di felicità, però, possono essere effimeri e dare origine a confronti e invidie, così come all’isolamento sociale e all’adattamento edonistico. Cioè, un modo elegante di dire che diventa difficile mantenere la soddisfazione a lungo termine perché ci abituiamo rapidamente alle cose buone e smettiamo di apprezzarle.
Questo equilibrio – tra luce e ombra, gioia e tutte le altre sfumature e qualità così diverse – risuona profondamente in me. La felicità, al suo meglio, è una riconciliazione generativa di vari aspetti. Che ci piaccia o meno la realtà è complessa, caotica e solo parzialmente sotto controllo.
Il sole è fantastico, ma hey! anche la pioggia ha i suoi vantaggi – per esempio, senza di essa, non esisteremmo nemmeno.
E tu? Quale significato dai alla felicità?
Ecco il mio invito: rifletti su cosa vuol dire felicità per te.
È una presenza tranquilla o qualcosa di più vibrante e festoso?
Si trova nel successo personale o nelle esperienze condivise? Dove e come la senti se fai attenzione alle sensazioni del tuo corpo?
Qualunque sia la tua risposta, va bene; ricorda questo: la felicità, è come i cani, non ha una sola taglia e non ha una sola forma.
Ed è proprio questo che la rende interessante. Se volete condividere i vostri pensieri ed esperienze o avete domande su questo articolo mi trovate su LinkedIn con il mio nome o su Facebook e Instagram come Alice Zagato – KeepOnExploring.
Di Alice Ginger Zagato

