David Sesa è cresciuto con un pallone fra i piedi. Inevitabile, perciò, che il ragazzo diventasse calciatore: Zurigo, Servette, Lecce, Napoli, la nazionale rossocrociata e poi, al tramonto di una carriera importante, Aarau, Palazzolo, Spal e Rovigo. Una lunga esperienza vissuta accanto a grandi interpreti del calcio degli Anni Novanta.
È figlio di un emigrante campano, partito da Sant’Angelo dei Lombardi, in provincia di Avellino, giunto in Svizzera nei primi anni ’70 e di mamma cittadina svizzera, figlia di un friulano. Nel 2022, dopo una breve parentesi alla guida del Bellinzona è diventato allenatore del Rapperswil-Jona. Ed è proprio da lì, dallo stadio Grünsfeld, che parte la nostra intervista con David Sesa. Sabato 16 settembre, la sua squadra, ha festeggiato il più grande successo nella sua giovane storia in Coppa Svizzera battendo l’Yverdon per 1-0. Subito dopo la partita abbiamo incontrato l’esultante, disponibile e simpatico allenatore.
Gli articoli di giornali parlano di lei come “lo zurighese”. A noi piace ricordare, e ne siamo fieri, che lei ha radici italiane. Cosa ha rappresentato per lei, a livello umano e calcistico, una volta diventato professionista, aver giocato in Italia?
Sono andato a giocare in Italia nel 1998 quando il calcio italiano aveva raggiunto altissimi livelli sia tecnici sia tattici. Come sappiamo, in Italia il calcio è molto seguito, molto di più che in Svizzera. L’Italia vive il calcio. Per me, giocare in Italia è stata un’esperienza fantastica, sia sotto l’aspetto professionale che umano.
Dove si è sentito più “a casa”?
Sono stato due anni a Lecce, quattro a Napoli e sono stato molto bene. L’Italia è meravigliosa da nord a sud. La sua bellezza è imparagonabile. La gente del sud è molto accogliente e solare. Ma devo dire che mi sono trovato bene anche al nord. Infatti, ho una casa a Ferrara dove mi sento ben accolto.
Cosa le ha lasciato la sua esperienza calcistica?
Adesso faccio l’allenatore e provo a trasmettere la mia esperienza ai ragazzi. Non soltanto sotto l’aspetto calcistico, ma anche a livello educativo. C’è bisogno anche di quello. In squadra ci sono moti giovani. È chiaro che non sono il padre, ma li vedo un po’ come miei figli. A volte, quando percepisco la loro delusione per qualche insuccesso, so che hanno bisogno di essere rincuorati e sostenuti. In questo, la mia esperienza di calciatore mi aiuta molto. Anch’io ho vissuto le loro stesse emozioni. So cosa si prova quando l’allenatore ti lascia in panchina, ti sostituisce...
Dunque, è quasi superfluo chiederle se si sente a suo agio come allenatore di questa squadra.
Ho firmato il mio primo contratto quando avevo 17 anni. Sono un privilegiato perché ho avuto la possibilità di trasformare quello che era il mio hobby nella mia professione ad altissimo livello. Ora che ho 50 anni, il fatto di poter continuare a vivere il mondo del calcio è per me un piacere. Stare con i ragazzi sul campo, mi rende felice e mi sento appagato.
Finora ci ha parlato di esperienze belle e positive. Nel cassetto dei suoi ricordi c’è anche qualche esperienza meno bella?
Qualche brutta esperienza c’è. È inutile negarlo. Come nella vita privata, ci sono degli alti e bassi. Un periodo molto difficile é stato quello nel Napoli. La squadra è retrocessa dalla serie A alla B e dopo c’è stato il fallimento della società. Ma, come dicevo prima, questo fa parte della vita.
È stato difficile conciliare la sua vita privata con la professione che l’ha portata a girare il mondo?
Si, non è stato facile. Vede, quando allenavo l’Anderlecht, mia figlia, che oggi ha 23 anni, mi ha raggiunto a Bruxelles. Lì ha iniziato i suoi studi dovendoli poi continuare in altri Paesi. Ora è laureata in scienze della salute. Un commento sulla partita di oggi? Sono molto contento. Sono felice per i ragazzi che oggi hanno dato davvero tanto. Abbiamo avuto anche un pizzico di fortuna, ciò che non guasta mai. Ora andremo a festeggiare la vittoria.
A cura della Redazione



