L’intelligenza artificiale nell’insegnamento delle lingue sta cambiando rapidamente il modo in cui studenti e docenti affrontano lo studio, anche nelle scuole svizzere. Chatbot, traduttori automatici e strumenti digitali sono ormai entrati nella quotidianità e ignorarli sembra sempre meno possibile. La domanda, quindi, non è più se utilizzarli, ma come utilizzarli senza rinunciare all’apprendimento vero e proprio.
L’IA è già arrivata nelle scuole
Gli insegnanti svizzeri sembrano esserne consapevoli. L’intelligenza artificiale viene già utilizzata nella preparazione delle lezioni e sta modificando persino il modo di valutare il lavoro degli studenti.
Beat Schwendimann, dell’associazione degli insegnanti della Svizzera tedesca LCH, ha spiegato a Keystone-ATS che l’IA viene impiegata nell’insegnamento ogni volta che se ne presenta la possibilità.
Anche la valutazione sta cambiando. Non conta più soltanto il risultato finale di un compito: assume maggiore importanza il percorso attraverso il quale lo studente è arrivato a quel risultato.
Una conseguenza quasi inevitabile quando, con pochi clic, è possibile tradurre un testo, correggere una frase o chiedere a un chatbot di scriverla completamente.
Imparare le parole serve ancora?
È probabilmente questa la domanda che molti studenti si pongono. Se il telefono può tradurre istantaneamente una frase, perché imparare decine o centinaia di vocaboli?
La risposta degli insegnanti è piuttosto chiara: la tecnologia può aiutare, ma non può sostituire la conoscenza della lingua.
Per padroneggiare realmente un idioma continua a essere necessario costruire un proprio vocabolario, conoscere le strutture grammaticali e soprattutto essere capaci di utilizzare la lingua senza dipendere continuamente da uno strumento digitale.
La sfida della scuola diventa allora trovare il giusto equilibrio.
Non vietare l’IA, ma insegnare a usarla
Pensare di eliminare chatbot e traduttori dalle aule potrebbe essere poco realistico. Sono strumenti che gli studenti hanno già a disposizione e che continueranno probabilmente a utilizzare anche nella vita professionale.
Più interessante è quindi insegnare quando e come servirsene.
L’IA può spiegare immediatamente il significato di una parola, suggerire la pronuncia corretta, simulare una conversazione oppure creare esercizi personalizzati. Uno studente può, per esempio, dialogare virtualmente nella lingua che sta imparando senza preoccuparsi di commettere errori davanti ai compagni.
Per gli insegnanti significa anche poter adattare più facilmente alcuni esercizi alle capacità e agli interessi dei singoli allievi.
E copiare diventa più facile
Naturalmente esiste anche l’altra faccia della medaglia.
Con l’intelligenza artificiale è diventato estremamente semplice consegnare un testo apparentemente perfetto senza averlo realmente scritto. Ma proprio questa possibilità potrebbe obbligare la scuola a ripensare alcuni esercizi tradizionali.
Se un compito può essere svolto integralmente premendo il pulsante di un traduttore automatico, forse è il compito stesso a dover cambiare.
Acquistano così maggiore importanza le capacità difficilmente delegabili a una macchina: parlare spontaneamente, argomentare, spiegare una scelta, sostenere una conversazione e risolvere un problema insieme agli altri.
Una questione particolarmente svizzera
In Svizzera il tema assume un significato particolare. Viviamo in un Paese con quattro lingue nazionali, nel quale la conoscenza linguistica non rappresenta soltanto una materia scolastica, ma anche uno strumento di comunicazione tra regioni e culture differenti.
Italiano, tedesco e francese non sono semplicemente parole da tradurre attraverso uno smartphone. Conoscere la lingua dell’altro significa anche comprenderne meglio la cultura e, in qualche misura, avvicinarsi a chi vive dall’altra parte di un confine linguistico.
È proprio qui che emerge il limite più evidente della tecnologia.
Quello che un chatbot non può insegnare
Un chatbot può correggere una frase in pochi secondi. Può conversare in tedesco, francese, italiano o inglese senza stancarsi mai. Può persino adattare il livello della conversazione allo studente.
Ma manca qualcosa che appartiene ancora all’insegnante e al rapporto tra persone: l’empatia, la capacità di motivare, l’intuizione di capire quando un allievo è in difficoltà e il piacere di comunicare realmente con un altro essere umano.
Probabilmente, quindi, l’intelligenza artificiale non renderà inutile imparare le lingue.
Potrebbe invece costringerci a ricordare perché le impariamo.
Non soltanto per tradurre delle parole, ma per parlare con gli altri e comprenderli.
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