Illustrazione dedicata agli italiani emigrati in Svizzera negli Anni Sessanta, con lavoratori italiani, bandiera svizzera e riferimenti all’integrazione, alla xenofobia e alla formazione professionale.

Anni Sessanta, decennio fondamentale L’ECO e CISAP (ottava parte)

Nelle precedenti puntate abbiamo raccontato le difficoltà, le speranze e le trasformazioni vissute dagli italiani in Svizzera negli Anni Sessanta. In questa ottava parte emerge invece il ruolo di L’ECO nel dibattito sull’integrazione, nella critica alla xenofobia e nella difesa della formazione professionale come strumento fondamentale per il futuro degli emigrati e delle nuove generazioni.

Questo articolo fa parte della serie “Anni Sessanta – Emigrazione italiana in Svizzera”


Parte 8

Critiche per la mancata integrazione

L’ECO, generalmente molto critico nei confronti della politica migratoria italiana e svizzera, non risparmiava critiche nemmeno agli stessi immigrati, ritenuti disorganizzati e apatici perché non utilizzavano la loro consistenza di mezzo milione di persone per fare pressione sull’Italia e sulla Svizzera («è l’unione che fa la forza!»). Secondo la redazione solo il 10% partecipava attivamente ad una qualsiasi organizzazione, ma «finché resteremo isolati non avremo mai la possibilità di risolvere i nostri problemi».

In questa ottica L’ECO vedeva anche il problema della xenofobia. Pur non rinunciando a contestare radicalmente l’ideologia xenofoba, riteneva inappropriati anche certi comportamenti isolazionistici degli immigrati e invitava ad una «collaborazione aperta e schietta che permetta a noi italiani di innestarci, assimilarci alla società svizzera», soprattutto dopo le agevolazioni previste dall’Accord di emigrazione/immigrazione del 1964. Per questo L’ECO ha dato sempre grande importanza non solo all’apprendimento della lingua e della cultura italiane, ma anche della lingua e della cultura locali.

L’ECO è stato probabilmente anche il primo organo di stampa a grande diffusione tra gli immigrati a sottolineare l’importanza dell’integrazione della seconda generazione. In un accorato articolo del 1967 D.R. scriveva: «è tempo che tanti genitori si rendano conto del vantaggio offerto ai propri figli di vivere, studiare, lavorare qui in Svizzera piuttosto che riportarli a vivere nel desolato Sud Italia. Quello che semineremo oggi sarà raccolto da loro domani».

Critiche della xenofobia

L’ECO non ha risparmiato critiche ai movimenti xenofobi e a Schwarzenbach in particolare, ma le ha mosse con grande lucidità e obiettività. Sia prima che dopo la famosa votazione del 7 giugno 1970, solo L’ECO, almeno nel campo dell’immigrazione, attirava l’attenzione dei lettori sull’inforestierimento «visto da un altro lato», ossia l’invasione massiccia «di giornali, riviste e pubblicazioni provenienti dalla Germania». Se si voleva parlare di pericolo d’influenza straniera, non si dovevano prendere di mira gli italiani, ma i tedeschi perché dalla Germania proveniva «circa il 40 per cento degli stampati» e i tedeschi godevano in Svizzera di un vasto potere economico, politico, giornalistico, culturale, finanziario.

Non è dato sapere se e quanto abbia influito L’ECO sul rigetto dell’iniziativa Schwarzenbach, ma si può presumere che vi abbia influito perché sul settimanale scrivevano le grandi firme dell’italofonia di allora Dario Robbiani, Mario Barino, Marco Cameroni, Sonya Robbiani, Mascia Cantoni, Renzo Balmelli, ecc.

L’ECO e la formazione professionale

Negli anni Sessanta L’ECO si è anche interessato alla difficile situazione di molti immigrati senza alcuna preparazione professionale, in un’Europa in cui si assisteva a cambiamenti importanti nei settori produttivo e commerciale e ai rischi collegati alle iniziative xenofobe. All’editore e alla redazione non sfuggiva il disagio e la preoccupazione di molti immigrati, perché «inevitabilmente l’automazione e una spinta industrializzazione butterà sul lastrico […] la massa di non- qualificati, di senza-mestiere».

In un lungo articolo del 1968 Guido Serena ha affrontato il tema dell’«istruzione tecnico-professionale», riferendo di alcune iniziative avviate specialmente da alcuni Consolati, ma terminando con una domanda drammatica: se dovesse passare l’iniziativa Schwarzenbach, «dove andranno a cercarsi un nuovo lavoro tutti quegli italiani cui la nazione italiana […] non ha saputo, inconsciamente, dare un’adeguata preparazione professionale? A voi, cari lettori, l’immaginare la triste risposta!».

Per fortuna l’iniziativa Schwarzenbach non passò, il clima sociale migliorò, le iniziative per la formazione professionale aumentarono e migliorarono notevolmente, con l’entrata nel mercato del lavoro delle nuove generazioni anche la problematica migratoria mutò radicalmente, l’integrazione nel mondo del lavoro e nella società fu posta su nuove basi, ma gli Anni Sessanta devono ancora raccontare come in realtà cominciò il cambiamento. Per questo ne tratteremo ancora, mettendo a fuoco soprattutto una iniziativa, il CISAP, che costituì per molti un’eccellenza, un fiore all’occhiello, una stella nel firmamento elvetico. (Segue)

Giovanni Longu

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