Il documentario di Giulio Regeni racconta la vicenda del ricercatore italiano

Giulio Regeni: chi protegge i nostri ricercatori all’estero?

Il documentario Giulio Regeni – Tutto il male del mondo è stato proiettato a Berna sabato 19 settembre 2026, a dieci anni dal sequestro e dall’omicidio del ricercatore friulano al Cairo. L’associazione “Le Pecore Ribelli” della comunità italiana a Berna ha voluto così commemorare Giulio Regeni e riportare l’attenzione su una vicenda che continua a sollevare interrogativi.

Una serata senza proclami. Tacitamente ha sollevato però tanti interrogativi sulle responsabilità collettive.

Il percorso di Giulio Regeni

Per capire chi era Giulio, bisogna tornare al 2015. Dopo il master in Development Studies (Studi sullo Sviluppo) a Cambridge, ottiene una borsa di dottorato al Girton College di Cambridge. Inizia il dottorato sotto la supervisione di due figure distinte.

A Cambridge la prof.ssa Maha Abdelrahman, sociologa egiziana, esperta di movimenti sociali e sindacalismo nel mondo arabo. Era il suo relatore principale, il supervisor a Cambridge. Doveva guidarne l’impostazione teorica.

Sul campo, al Cairo, il prof. Gennaro Gervasio, storico del Medio Oriente contemporaneo e docente alla British University in Cairo. Era il suo tutor di riferimento in Egitto. Doveva accompagnarlo nell’accesso alle fonti e nel lavoro sul terreno. In tutta sicurezza.

Il Cairo è il punto di arrivo per Giulio di un percorso costruito con sacrificio. Liceo Petrarca di Trieste. A 17 anni borsa al Collegio del Mondo Unito (United World College) in New Mexico. Poi la laurea in Arabic and Politics (Arabo e Politica) a Leeds. Il master in Development Studies (Studi sullo Sviluppo) a Cambridge. Poi uno stage all’UNIDO.

L’UNIDO è l’Organizzazione delle Nazioni Unite per lo Sviluppo Industriale. È l’agenzia ONU con sede a Vienna che promuove lo sviluppo industriale sostenibile nei Paesi in via di sviluppo. E poi un periodo per Oxford Analytica, una società britannica di consulenza geopolitica, fondata da un ex collaboratore della Casa Bianca. Fornisce analisi strategiche a governi e multinazionali.

Ed è proprio per questo che Giulio Regeni torna al Cairo. Il Cairo era il cuore della sua ricerca sul campo. Lavorava sui sindacati indipendenti dopo il 2011. Parlava perfettamente l’arabo. Credeva che la ricerca dovesse essere fatta dove le cose accadono.

Il suo obiettivo era chiaro. Tornare a Cambridge. Finire il dottorato di ricerca. Difendere la tesi. Poi tornare in Italia. Voleva una carriera accademica. Insegnare. Non voleva restare al Cairo.

Il 25 gennaio 2016

Fu proprio Gervasio al Cairo una delle ultime persone con cui Giulio fu in contatto. Era la sera del 25 gennaio 2016. I due dovevano incontrarsi, ma Giulio non arrivò mai.

Da quel mancato appuntamento nasce l’allarme. Quella stessa notte Gervasio chiama l’ambasciatore italiano al Cairo, Maurizio Massari.

Da qui il documentario di Giulio Regeni ci porta al cuore della tragedia. Il messaggio della madre, Paola Deffendi, è il centro di tutto: «Sul corpo di Giulio c’era tutto il male del mondo». Il 5 febbraio 2016 ha riconosciuto suo figlio dalla sola punta del naso. Non oso neanche immaginare il dolore devastante dei genitori.

Accanto a lei, inscindibile, il padre Claudio Regeni. La loro unione ha retto a dieci anni di dolore. E a una macchina del fango spietata. Giulio è stato dipinto come omosessuale, spia, drogato. Calunnie smentite, una dopo l’altra.

La battaglia per la verità

Se i genitori sono la memoria che resiste, è il loro amore genitoriale a volere giustizia e a onorare Giulio. L’avvocata Alessandra Ballerini è l’attacco giuridico che traduce quell’amore in azione. Genovese. Si occupa di diritti umani. È al loro fianco dal febbraio 2016. Ha trasformato ogni calunnia in prova di depistaggi o arbitrarietà.

A dare peso scientifico a quella verità è anche Vittorio Fineschi, ordinario di Medicina Legale alla Sapienza di Roma. Fineschi partecipò agli accertamenti medico-legali eseguiti in Italia sul corpo di Regeni; agli esami partecipò anche il tossicologo forense Marcello Chiarotti.

Le parole di Fineschi restano scolpite: «Sul corpo di Giulio c’erano quasi tutte le torture della letteratura di interrogatorio egiziana».

Si riferisce in particolare a pratiche di tortura che hanno lasciato sul corpo di Giulio segni terribili. Pestaggi sistematici e prolungati, fratture, bruciature, denti rotti, ematomi ovunque.

Il documentario di Giulio Regeni

Il documentario di Giulio Regeni dura 100 minuti. Intensi. Dolorosi. Eppure reali.

Scritto con Emanuele Cava e Matteo Billi, prodotto da Ganesh Produzioni e Fandango, è il primo documentario in cui a raccontare la storia sono proprio i genitori, Claudio Regeni e Paola Deffendi.

Non è un dettaglio secondario. Il regista Simone Manetti ha voluto che diventasse così, in accordo con i genitori di Giulio, i quali, come la madre ha dichiarato, hanno detto tanti no a proposte precedenti, rispondendo sì invece a questa proprio perché il lungometraggio sarebbe diventato «un documento del processo».

La dichiarazione è stata resa da Paola Deffendi in occasione dell’anteprima nazionale del documentario al Cinema Anteo – Palazzo del Cinema di Milano, lunedì 26 gennaio 2026, serata di presentazione moderata da Fabio Fazio.

Un documentario che ha ottenuto il Nastro della Legalità 2026.

Non è un premio qualsiasi. È il riconoscimento speciale che da otto anni il Direttivo nazionale del Sindacato Nazionale Giornalisti Cinematografici Italiani (SNGCI), presieduto da Laura Delli Colli, affianca ai Nastri d’Argento. Segnala le opere che si distinguono per valore civile e impegno nella lotta per la verità e la giustizia.

La reazione dei genitori

La reazione dei genitori di Giulio alla presentazione è stata composta. Vedere il documentario per loro, da un lato, avrà permesso un’elaborazione dell’accaduto e del loro dolore. Dall’altro, avrà dato loro la carica necessaria per rivendicare la verità sull’orrore inflitto al figlio e per sperare che gli autori vengano finalmente penalizzati dalla giustizia.

La consegna è avvenuta il 30 gennaio 2026 al Cinema Anteo di Milano. In sala erano presenti appunto Paola Deffendi e Claudio Regeni, con l’avvocata Alessandra Ballerini. Hanno accolto il Nastro con commozione trattenuta. Senza retorica.

Colpisce così la loro determinazione di continuare a lottare per il loro figlio e la nobiltà d’animo nel loro linguaggio pacato.

Un padre e una madre che non si sono mai arresi. Che nella ricerca della verità hanno sfidato apertamente la dittatura militare di Abdel Fattah al-Sisi.

Paola ha ripetuto quella frase che è il cuore del film:

«Ho visto sul suo volto tutto il male del mondo».

Gli interrogativi emersi a Berna

Il documentario di Giulio Regeni viene accolto dal pubblico a Berna, sabato scorso, con degli applausi che esprimono sgomento, paura, supporto e impotenza davanti a tanto dolore e disumanità. Certo, gli applausi riconoscono la bravura e il coraggio del documentario, testimonianza di cronaca.

Delle domande fondamentali restano aperte e meritano un approfondimento in un’altra sede:

  1. Qual è oggi il ruolo delle Università e dei docenti che accompagnano le carriere accademiche all’estero?
  2. Quale sistema di protezione preventiva esiste davvero per i nostri ricercatori?

Inaccettabile, in questo senso, l’assenza a Berna di rappresentanti delle istituzioni consolari e dell’Ambasciata italiana, così come del nuovo dirigente scolastico. Alla serata non era presente alcun rappresentante delle istituzioni italiane. Non una presenza. Non un messaggio. Non un segno.

Mentre una comunità italiana si stringe attorno al caso Regeni e si interroga, con angoscia, su come proteggere i propri figli studenti e ricercatori all’estero, chi dovrebbe rappresentare lo Stato sceglie il silenzio e la sedia vuota.

Un vuoto istituzionale che pesa più di una semplice mancata partecipazione: è la cartina di tornasole di un disimpegno. E pone una domanda amara: chi dovrebbe tutelare i nostri giovani quando lo Stato non si presenta nemmeno a ricordarli?

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Il ruolo dell’Università di Cambridge

A dieci anni di distanza resta aperto anche il tema delle responsabilità e della protezione garantita dalle istituzioni accademiche ai ricercatori impegnati sul campo.

L’Università di Cambridge, alla quale Giulio Regeni apparteneva come dottorando, è intervenuta pubblicamente più volte sulla vicenda, chiedendo verità e giustizia e dichiarando la propria collaborazione con le autorità italiane.

Resta però una domanda più ampia: quali strumenti possono e devono mettere in campo le Università per tutelare i propri ricercatori quando il lavoro accademico li porta in Paesi e contesti potenzialmente pericolosi?

Giulio Regeni aveva ricevuto da Cambridge la borsa di ricerca per il suo dottorato. Non era un dottorando di un’università italiana.

Studiare all’estero e proteggere i giovani

È un tema che ci tocca da vicino. Gli attuali programmi Erasmus, Erasmus+, Horizon Europe, Marie Sk?odowska-Curie Actions, DAAD, Swiss-European Mobility Programme (SEMP) restano una chance straordinaria per i nostri figli.

Ma l’esperienza Covid ci ha anche insegnato altro. Oggi si possono conseguire titoli accademici e presentare le proprie ricerche tramite le nuove tecnologie. Come Zoom e altre piattaforme. E questo senza correre rischi.

Perché tutto il male del mondo non può ricadere su chi si sacrifica negli studi. O segue la passione della ricerca. E non può traumatizzare, con i tanti “se” e “ma” e con scenari orrendi, i familiari di questi giovani. Per decenni. A vita.

Giulio Regeni aveva appena compiuto 28 anni. Ricordiamocelo.

Il processo a Roma

Un’ultima nota, che nel film non viene citata. La data della sentenza attesa – lunedì 28 settembre 2026 – è stata fissata dalla Prima Corte d’Assise di Roma.

Lì è in corso il processo di primo grado contro quattro appartenenti alla National Security egiziana.

Graziella Putrino


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