Giuseppe Ticchio fotografato a Matera, con vista sui celebri Sassi della città lucana.

Giuseppe Ticchio: una vita per la comunità italiana in Svizzera

Da oltre mezzo secolo, Giuseppe Ticchio rappresenta un punto di riferimento per l’associazionismo italiano in Svizzera. Dall’impegno nelle associazioni regionali lucane al lavoro svolto all’interno del Comites di Zurigo, il suo percorso racconta una lunga storia fatta di partecipazione, volontariato e attenzione verso gli italiani emigrati oltre confine.

In questa intervista per la rubrica Italiani di Svizzera de L’ECO, Ticchio ripercorre le tappe principali della sua esperienza, riflette sui cambiamenti vissuti dalla comunità italiana negli ultimi decenni e affronta temi attuali come il ricambio generazionale, il ruolo delle associazioni e il rapporto dei giovani con l’identità italiana all’estero.

Ne emerge il ritratto di una persona profondamente legata alle proprie radici, convinta che solidarietà, memoria e senso di comunità restino valori fondamentali anche in una società in continua trasformazione.


Giuseppe Ticchio, da moltissimi anni è impegnato a favore della comunità italiana in Svizzera. Come è nato questo suo impegno?

Il mio impegno nasce ancora prima di arrivare in Svizzera. Nel 1968, l’anno delle grandi contestazioni giovanili, pur essendo molto giovane compresi subito quanto fosse importante impegnarsi contro le ingiustizie.

Nel novembre del 1970, dopo aver terminato la scuola dell’obbligo, raggiunsi i miei genitori in Svizzera. Mi stabilii in un piccolo comune del Canton Zurigo e, poco alla volta, iniziai a frequentare Winterthur, una città che mi ha sempre affascinato.

Nella primavera del 1972 incontrai alcuni corregionali lucani che stavano fondando l’Associazione Lucana di Winterthur. In quel momento capii che potevo riprendere il percorso di impegno sociale iniziato nel mio paese d’origine, San Fele, in provincia di Potenza.

Insieme a loro fondammo ufficialmente l’associazione il 28 ottobre 1972. Da allora non mi sono più fermato: sono ormai oltre cinquant’anni di impegno nell’associazionismo regionale e nazionale.

Lei è membro del Comites (Comitato degli italiani all’estero) di Zurigo. È ancora importante il ruolo dei Comites per gli italiani in Svizzera?

Sì, attualmente sono alla mia seconda legislatura consecutiva nel Comites di Zurigo. In realtà, la mia prima esperienza risale già agli inizi degli anni Novanta, quando fui eletto nella circoscrizione consolare di Winterthur.

Per quanto riguarda il ruolo del Comites, ritengo che questi organismi siano ancora fondamentali per gli italiani in Svizzera e nel mondo, ma solo se riescono a rimanere fedeli alla missione per cui erano stati creati.

Se invece diventano strumenti utilizzati per interessi personali o trampolini di lancio verso altri obiettivi, allora perdono completamente il loro significato.

A Zurigo, purtroppo, abbiamo vissuto una situazione molto difficile. Parte delle responsabilità, a mio avviso, ricade anche sul MAECI, che ha interpretato in modo errato la normativa relativa alla circoscrizione di Zurigo. Ho vissuto personalmente questa situazione e lo affermo senza esitazioni.

A questo si aggiunge un forte cambiamento generazionale: molti giovani, soprattutto quelli nati in Svizzera o arrivati recentemente, percepiscono questi organismi come troppo lontani dai loro reali interessi e problemi quotidiani.

Se non ci sarà un cambiamento concreto, temo che le prossime elezioni dei Comites possano registrare una partecipazione ancora più bassa rispetto al passato.

 

L'allora Console Generale d’Italia a Zurigo Gabriele Altana consegna un’onorificenza a Giuseppe Ticchio durante una cerimonia ufficiale.
Consegna dellonorificenza a Zurigo

Nel corso degli anni, quali cambiamenti ha visto nella comunità italiana in Svizzera?

In alcune realtà territoriali si percepiscono disillusione e scoraggiamento, dovuti sia agli errori istituzionali sia al cambiamento generazionale.

I giovani sono spesso meno propensi a impegnarsi nel volontariato e nella vita associativa. Tuttavia, dove esistono ancora persone motivate e attente ai problemi della comunità italiana, si continua a vedere partecipazione e interesse.

Un momento particolarmente difficile è stato rappresentato dalla recente legge sulla cittadinanza, che ha colpito profondamente italiani all’estero di tutte le generazioni.

Molti emigrati storici l’hanno vissuto come un tradimento dopo una vita di sacrifici e di legame con l’Italia. Anche le nuove generazioni hanno percepito negativamente le limitazioni allo ius sanguinis, sentendosi messe da parte dal proprio Paese d’origine.

A mio parere, sarebbe stato importante ascoltare maggiormente le comunità italiane all’estero prima di approvare una legge così delicata.

Oggi arrivano molti giovani italiani in Svizzera. Quali sono, secondo lei, le principali difficoltà che incontrano?

Le difficoltà cambiano molto a seconda del percorso personale e culturale di ciascuno.

I giovani con minore preparazione linguistica tendono a cercare maggiormente il sostegno della comunità italiana e delle associazioni, chiedendo consigli pratici per inserirsi nella nuova realtà.

Chi invece possiede una formazione più elevata spesso affronta tutto in autonomia, senza però rendersi conto che le strutture associative potrebbero comunque offrire un aiuto prezioso.

La tecnologia facilita molte cose, ma non può sostituire i rapporti umani e il contatto diretto. Molti giovani sembrano autosufficienti, ma spesso le difficoltà emergono con il tempo.

Giuseppe Ticchio insieme ad alcuni dirigenti e collaboratori durante un viaggio in Basilicata
Ticchio primo a sinistra durante un viaggio in Basilicata

Lei è anche presidente della Federazione Lucana in Svizzera. Quanto conta mantenere vive le tradizioni regionali italiane all’estero?

Conta moltissimo. Le tradizioni regionali rappresentano le nostre radici e la nostra identità.

Negli ultimi anni vediamo però un progressivo indebolimento di questo patrimonio culturale. Per oltre mezzo secolo, le associazioni regionali hanno custodito con grande impegno le tradizioni italiane all’estero.

Oggi, invece, molti valori sembrano essersi affievoliti e anche il legame con le proprie origini si sta indebolendo.

Come lucani all’estero siamo sempre stati considerati persone discrete, profondamente legate alla propria terra e alla propria cultura. Oggi il contesto è cambiato e anche il mondo associativo vive una fase di trasformazione molto delicata.

Temo che, senza nuovi ideali e senza un reale ricambio generazionale, molte associazioni rischino di scomparire.

Le associazioni italiane in Svizzera stanno vivendo un ricambio generazionale non sempre semplice. Come si possono coinvolgere maggiormente i giovani?

Il problema del ricambio generazionale riguarda tutto il mondo dell’associazionismo italiano all’estero.

Le associazioni più dinamiche riescono ancora a sopravvivere, mentre molte altre sono già scomparse o stanno vivendo grandi difficoltà.

Le nuove generazioni non si sentono coinvolte da un mondo nato in un contesto storico molto diverso dal loro. Chi emigrava nel dopoguerra cercava riscatto sociale e trovava nelle associazioni un punto di riferimento fondamentale.

I giovani di oggi, cresciuti in una realtà diversa, hanno esigenze e sensibilità differenti. Per questo credo che servano nuove forme associative, più vicine al loro modo di vivere e di comunicare.

A Winterthur, ad esempio, abbiamo creato l’Associazione Doppia Cittadinanza proprio per cercare di coinvolgere i giovani con strumenti più vicini alla loro esperienza.

Non sappiamo ancora quali risultati porterà questa iniziativa, ma ritengo importante tentare nuove strade.

Giuseppe Ticchio interviene durante l’Assemblea del Comitato Cittadino Italiano di Winterthur.

In questi anni ha collaborato con molte realtà associative e istituzionali. Quale esperienza le è rimasta maggiormente nel cuore?

Sicuramente l’associazionismo regionale, perché è lì che ho iniziato il mio percorso.

Ho avuto la fortuna di incontrare persone straordinarie, veri maestri di vita, che mi hanno trasmesso valori importanti e un forte senso di responsabilità verso la comunità.

Quegli insegnamenti mi hanno accompagnato in tutte le esperienze associative successive e ancora oggi cerco di trasmetterli alle nuove generazioni.

Guardando al futuro, quali progetti o iniziative vorrebbe ancora realizzare per la comunità italiana?

Il mio desiderio più grande è che il mondo associativo italiano non venga distrutto e che continui a esistere quello spirito di solidarietà che ha caratterizzato intere generazioni di emigrati.

Oggi vedo crescere un forte individualismo, sia nella società sia nei rapporti quotidiani. È una tendenza che mi preoccupa molto.

Forse i miei sono ideali difficili da realizzare, ma continuo a sperare che i valori della solidarietà, dell’impegno e del rispetto reciproco possano essere trasmessi anche alle nuove generazioni.

Qual è il valore italiano che ha cercato di portare con sé per tutta la vita in Svizzera?

I valori che mi hanno guidato fin dal mio arrivo in Svizzera, negli anni Settanta, sono stati l’onestà intellettuale, la solidarietà verso il prossimo e il rispetto delle proprie radici.

Ho sempre cercato di evitare opportunismi e di restare fedele ai principi ricevuti dalla mia famiglia e dalla mia terra d’origine.

Le tradizioni italiane e lucane hanno rappresentato per me un punto di riferimento costante, così come il senso di responsabilità verso gli altri.

Nel 2022 ho ricevuto dal Presidente della Repubblica Sergio Mattarella il riconoscimento di Maestro del Lavoro e della Socialità, un’onorificenza di cui sono molto orgoglioso.

La Redazione


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