Giovannina Da Padova

L’esperienza in Svizzera è stata positiva, rifarei tutto

Arrivai nell’anno 1967 in Svizzera con mio marito. Avevo 20 anni, era il mese di maggio ricordo, e verso agosto trovai lavoro. Lavorai alla Siemens come operaia e mio marito puliva i tram a Zurigo. Lui viveva da tempo in Svizzera con la sua famiglia e fu solo grazie a lui che trovai lavoro. Dopo circa due anni ebbi il primo figlio, Maurizio, e dopo sette anni il secondo, Roberto. La mia vita era molto semplice: casa, figli, lavoro, ma stavamo bene, ci volevamo molto bene. Posso dire che l’esperienza qui in Svizzera è stata positiva e oggi rifarei tutto. Al lavoro eravamo tutti italiani ed era un ambiente simpatico. Con gli svizzeri non abbiamo mai avuto problemi.

Una sera del 1979 mio marito lamentò un forte mal di testa, era il mese di novembre, ma decise di andare ugualmente alla riunione con i genitori della scuola di nostro figlio. Era nel comitato genitori della scuola e in quel momento si stavano orga-nizzando i lavori di Natale. L’incontro si teneva in un ristorante. Lui andò in bagno e non vedendolo più uscire gli amici andarono a vedere e lo trovarono a terra. Corsero subito all’ospedale di Dielsdorf, ma arrivò alla fine. Le sue ultime parole furono “avvisate Giovanna”.

Le sue ultime parole e il suo ultimo pensiero furono per me… Mi raggiunse una telefonata: “tuo marito è in ospedale…”. Mi sembrò di impazzire. Non avevo auto, i bimbi dormivano, non lo potevo raggiungere. Un amico di mio marito venne a casa e mi raccontò l’accaduto. Mio marito fu trasferito dall’ospedale di Bülach a quello di Zurigo dove tentarono un’operazione. Arrivata all’ospedale di Zurigo, il dottore mi venne incontro, mi fece una puntura immediatamente sulla schiena e mi disse che mio marito era morto clinicamente.

Il cuore gli batteva ancora, era forte mio marito. Aspettarono i genitori di lui e poi spensero le macchine. Era il 22 novembre del 1989 alle 22.00. Fu il buio per me. Avevo trent’anni e due bimbi piccoli. Amavo mio marito, eravamo sempre vicini e sempre felici. Mai litigi o discussioni… come farò ora, mi chiedevo. Andai a dargli l’u timo saluto. Vicino a lui c’era un ragazzo di Avellino, morto per un incidente a diciotto anni… Partirono insieme per l’Italia e ricordo quel giorno perché fu veramente una tragedia.

Mio suocero, essendo povero, chiese un aiuto al Consolato di Zurigo per sostenere i costi del trasporto in Italia. Gli furono offerti 300 franchi, ossia una miseria. Mio suocerò li rifiutò. Aveva sempre lavorato sodo in Svizzera e mantenuto moglie e cinque figli. Sulla sua famiglia si abbatté una disgrazia dietro l’altra: un figlio morì di leucemia all’età di dieci anni, un se-condo pochi mesi dopo la nascita e un altro ancora sulla strada travolto da un’auto mentre era in bicicletta. E poi anche mio marito. La madre morì di crepacuore poco tempo dopo, povera donna. In Italia vive l’unica figlia rimasta. Volevo tornare in Italia ma poi, per i figli, per dare loro un futuro, scelsi di restare qui. Questo racconto è tratto dal libro “Donne coraggiose” di Enrica Filippi, Aracne editore

A cura della Redazione

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