Alessandro Otupacca recita Falcone

Giovanni Falcone prende il palco

A 33 anni dalla strage di Capace, si ri-evoca, in modi e in posti diversi la figura di Giovanni Falcone. Come giudice. Come uomo. Come marito che aveva negato alla donna che più amava al mondo di fare figli, per non lasciarli orfani. Un suo triste presentimento? No: una triste realtà nel mondo della giustizia intesa come diritto da applicare e da fare rispettare.

33 anni sono un periodo lungo. Le generazioni che sono seguite nel frattempo hanno la necessità di capire come in pieno giorno venga fatto saltare in aria non solo un giudice, con moglie e scorta, ma tutto un sistema giudiziario. Puf!

Mentre il 26 novembre, Antonello Cracolici, in qualità di Presidente della Commissione parlamentare antimafie all’Ars (Assemblea Regionale Siciliana a Palermo) interverrà al Convitto nazionale “Giovanni Falcone” a Palermo, a Lugano ci saranno le repliche (vedasi locandina).

Alessandro Otupacca, scenografo e attore, utilizza il teatro di narrazione a sfondo storico-politico per raccontare la storia di Giovanni Falcone. Si tratta di un genere teatrale che unisce la narrazione alla rappresentazione di eventi storico-politici, come nel caso della vicenda di Falcone.

Questo tipo di teatro si concentra sulla ricostruzione di storie accadute o ispirate a fatti reali. Alessandro Otupacca utilizza con grande maestria le tecniche dello storytelling — l’arte di raccontare creando empatia e connessione con il pubblico — per coinvolgere e instaurare un dialogo diretto con gli spettatori. E lo fa con piena padronanza. Il pubblico è invitato a riflettere sulla figura di Giovanni Falcone, sulla portata universale della mafia, sul suo impatto e sulle conseguenze socio-politiche di atti di violenza così barbaramente efferati.

Abbiamo incontrato Alessandro Otupacca.

Com’è nata l’idea di mettere in scena un avvenimento di tale spessore?

L’idea di mettere in scena qualcosa che riguardasse la mafia siciliana degli anni Ottanta-Novanta ce l’avevo da tempo. È un fenomeno, e un periodo, che ha segnato la mia adolescenza e la mia giovinezza.

Il tragico attentato a Falcone, in particolare, è un evento che a me – e credo a molti della mia generazione – è rimasto impresso nella memoria. Ho sempre nutrito un senso di grande ammirazione per un uomo che, nonostante avesse perfetta conoscenza dell’inadeguatezza dei mezzi di cui disponeva, non aveva esitato a dedicare tutto se stesso alla lotta alla mafia. E – cosa ancora più significativa – non lo aveva fatto con l’attitudine spavalda dello sceriffo, ma con l’umiltà caparbia di chi voleva impegnarsi a costruire una società più equa. Per “spirito di servizio”, come disse lui stesso in una celebre intervista.

Chi ha scritto la sceneggiatura, chi ha diretto una tale brillante regia?

L’occasione per provare a raccontare il personaggio Falcone mi è stata data da una settimana-progetto sulla legalità organizzata dalla Scuola Media di Caslano. Volevo provare a raccontare, attraverso la sua vita, un po’ della società siciliana e italiana in cui aveva svolto la sua attività di magistrato. E volevo che il racconto parlasse anche a chi, come i ragazzi, quella società non l’aveva vissuta, e del fenomeno mafioso conosceva tutt’al più solo l’eco di certe serie televisive.

Ho cercato quindi di fare in modo che la parte narrativa fosse nettamente prevalente, in modo che prima di tutto nel pubblico si creasse un’immagine delle vicende dell’uomo Falcone, e attraverso quelle della determinazione e del coraggio che metteva nel suo lavoro. La figura di Buscetta, che ha una grossa importanza nel racconto, mi è invece servita per raccontare un po’ l’organizzazione e i meccanismi di Cosa Nostra. Ma era soprattutto importante per me che tutto questo fluisse in un racconto avvolgente che fosse toccante anche per chi quel periodo lo conosceva già.

Vista la mole di materiale a disposizione, ho ristretto il campo delle mie (ri)letture a quelle fonti che provenivano da Falcone stesso e da chi Falcone l’aveva conosciuto anche personalmente: la sorella Maria, il giornalista La Licata, Enzo Biagi e tanti altri. La parte più difficile, ma anche più stimolante e divertente, è stata capire quali dei tanti episodi della vita e della carriera di Falcone (e di Buscetta) era opportuno raccontare, in modo che il pubblico potesse afferrare il filo narrativo e a quello rimanere appeso per tutto lo spettacolo. La prima versione che ho scritto era più lunga di quella che portiamo in scena oggi, ma la reazione di un pubblico ‘difficile’ come quello degli adolescenti mi ha incoraggiato a continuare.

La musica in questo spettacolo riproduce l’atmosfera storica e la consapevolezza dell’accaduto: chi ha scritto la musica, quali strumenti usa e come si chiama il bravissimo musicista?

Ho incontrato il chitarrista e compositore Sandro Schneebeli, che aveva sentito e apprezzato il racconto in una serata che avevo organizzato per amici. Da lì, grazie al suo entusiasmo e alla sua grandissima sensibilità musicale, è cominciata una nuova fase di sviluppo dello spettacolo: la musica e gli effetti che Sandro introduceva non solo arricchivano emotivamente le atmosfere, ma costituivano veri e propri momenti narrativi.

Abbiamo così tagliato delle parti che, con la musica, erano diventate ridondanti, e lavorato molto sulla coesione e l’armonizzazione tra racconto orale e commento sonoro e musicale. La regia dell’amico Chris Guidotti ci ha dato una direzione precisa nella messa scena, puntando con forza sull’impatto emotivo che il racconto poteva avere sul pubblico. Chris, che ci segue nelle repliche come tecnico, è inoltre un grandissimo motivatore: il suo entusiasmo e la sua energia sono sempre uno sprone che ci permette di andare in scena carichi e voglioso di condividere il racconto con il pubblico.

Locandina spettacolo teatrale su Giovanni Falcone e la mafiaCome ti senti nel raccontare la mafia e nel parlare di Giovanni Falcone?

Interpretare Falcone in scena, proprio per quello che dicevo prima, è stato anche un po’ riprendere una passione e un interesse della mia gioventù, una sorta di omaggio a un ragazzo che si affacciava sulla complessità della vita anche attraverso le vicende di Falcone e della mafia. E devo dire che ogni volta che andiamo in scena torno a far vibrare quelle corde: immagino che questo renda più godibile il racconto anche per il pubblico.

Non so ben dire a cosa serva raccontare la storia di Falcone e farlo in un contesto come il nostro. Si possono elencare molti motivi. Per me, l’aspetto centrale, più istruttivo e commovente, è vedere come Falcone abbia preso sul serio la sua missione di magistrato, come abbia saputo rischiare e infine sacrificare la sua vita nel tentativo di permettere all’Italia, e dunque agli italiani, una società più giusta. Un ideale semplice e potente che – in un’epoca in cui noi tutti siamo spesso chini su noi stessi – mi pare molto importante.

Non mi resta che invitare le lettrici e i lettori a non perdere questo spettacolo, applaudendo la bravura degli attori in scena e del regista.

Graziella Putrino

Condividi questo articolo su:

Articoli correlati

SEGUICI SUI NOSTRI SOCIAL