Sotto i riflettori delle Olimpiadi Milano-Cortina, un artista invitato, Ghali, diventa invisibile. Perché?
Quanti di voi hanno seguito la cerimonia di apertura delle Olimpiadi invernali? E quanti si sono accorti che uno degli artisti invitati, presenti e annunciati è stato di fatto cancellato dalla scena?
Ghali c’era. Era stato invitato. Faceva parte del programma ufficiale.
Eppure non è stato nominato, non è stato presentato, non è stato inquadrato come qualsiasi altro artista (fanpage). Una presenza resa invisibile. Volutamente.
Qui non siamo davanti a una distrazione. Le cerimonie olimpiche non funzionano così. Ogni immagine è scelta, ogni parola è pesata, ogni silenzio è deciso.
Questo silenzio, quindi, è una scelta.
Vale allora la pena ricordare, per chi non lo sapesse, chi è l’artista di cui parliamo.
Ghali è uno dei musicisti italiani più ascoltati degli ultimi anni, nato a Milano, cresciuto nelle periferie, capace di parlare a una generazione intera. Nelle sue canzoni racconta identità, migrazione, appartenenza, pace, guerra, umanità. Temi scomodi per qualcuno, ma profondamente contemporanei. E soprattutto reali.
Ed è proprio qui il nodo.
Perché invitare un artista se poi non si ha il coraggio di riconoscerlo pubblicamente?
Se la sua voce crea disagio, se ciò che canta disturba, lo si dica apertamente. O non lo si inviti affatto.
Invitare per poi tacere non è neutralità.
È censura.
Una censura elegante, ben pettinata, televisivamente corretta. Ma pur sempre censura.
Non siamo sulla strada giusta se pensiamo che il problema sia l’artista e non il silenzio che gli imponiamo.
Non siamo sulla strada giusta se un evento che parla di pace, dialogo e inclusione non riesce a reggere una voce fuori dal coro.
Cancellare qualcuno senza dirlo apertamente è il modo più ipocrita di esercitare il potere: si evita il confronto e si salvano le apparenze.
Ma le apparenze non costruiscono una società più forte. Costruiscono solo consenso fragile.
O si invita davvero, assumendosi la responsabilità della presenza di un artista.
Oppure si abbia almeno l’onestà di non farlo.
Tutto il resto è scenografia.
E il silenzio, questa volta, fa più rumore di qualsiasi parola.
Maria Bernasconi

