Copertina in stile anni Sessanta del settimanale L’ECO con lavoratori italiani in Svizzera su un cantiere, simbolo dell’emigrazione e dell’integrazione

Anni Sessanta, decennio fondamentale: L’ECO e CISAP (settima parte)

Negli anni Sessanta L’ECO ha rappresentato una voce critica e lungimirante nel panorama dell’emigrazione italiana in Svizzera. In questa prima parte ripercorriamo le analisi e le posizioni del settimanale nei confronti dell’Italia e della Svizzera, tra denunce, riflessioni e proposte di integrazione.

Questo articolo fa parte della serie “Anni Sessanta – Emigrazione italiana in Svizzera”


Parte 7

Nella seconda metà degli anni Sessanta il settimanale L’ECO ha rappresentato in Svizzera, in ambito migratorio, una sorta di coscienza critica nei confronti non solo dell’Italia e della Svizzera ma anche degli stessi immigrati. Chi avesse la possibilità di sfogliare le prime annate della rivista resterebbe sorpreso non solo dell’ampiezza dei temi trattati (problemi migratori, politica italiana e svizzera, vita degli immigrati, associazioni, seconda generazione, ecc.), ma anche dell’obiettività e profondità con cui venivano trattati.

Più sorprendente ancora (soprattutto per chi ha condiviso a lungo una narrazione tipicamente di sinistra di presuntuosi pseudo-storici dell’immigrazione, che hanno sempre inteso l’immigrazione come sfruttamento, discriminazione, limitazione dei diritti civili oltre che politici, xenofobia) si rivelerebbe il punto di vista proattivo del giornale che auspicava (1967) non solo una «coesistenza italo-svizzera», ma «una sempre maggiore comprensione tra Italiani e Svizzeri» fino a proiettare il fenomeno migratorio sul lungo periodo, quando forse «anche i figli degli emigrati diventeranno svizzeri». In quest’ottica L’ECO è stato, soprattutto agli inizi, molto critico.

Critiche all’Italia

Nei confronti dell’Italia la critica era facile perché alla maggior parte degli immigrati sembrava imperdonabile che centinaia di migliaia di italiani fossero stati mandati «allo sbaraglio», «impreparati moralmente e professionalmente», «a guadagnarsi da vivere all’estero» perché «l’Italia aveva interesse ad alleggerire la sua iperbolica disoccupazione e sottoccupazione» lasciando che gli emigrati, «affamati, ansiosi di far fortuna» si trovassero a vivere in ambienti così diversi dai loro. «Non ebbero, moltissimi di essi, neanche il tempo di rendersi conto di quello che stava accadendo, della metamorfosi che veniva ad imporre una forma nuova alla loro vita».

E poi, esclamava in un lungo articolo Domenico Bianco, «Dovete una buona volta smetterla di considerarci unità di forza lavorativa (forza- lavoro)… Venite tra noi [se volete] rendervi conto dei nostri sacrifici, dei nostri disagi». Ma in un altro articolo osava sperare che, nonostante Roma avesse «sempre ignorato o finto di ignorare» i problemi che assillano da molti anni l’emigrato «il povero emigrante» avrebbe continuato ad avere «fiducia in Roma e a dire, senza fingere: “il governo mi considera e mi tutela anche se lontano».

Critiche alla Svizzera

Muovere critiche alla Svizzera era altrettanto scontato perché era soprattutto questo Paese che chiedeva per la sua economia forza-lavoro restando totalmente indifferente ai problemi personali, familiari, sociali di molti immigrati, già raggiunti (specialmente dopo l’accordo del 1964) dai figli in età prescolastica e persino scolastica. Inoltre le limitazioni erano troppe, i sacrifici tanti.

L’ECO è stato anche un giornale molto critico nei confronti della politica di stabilizzazione e d’integrazione, perché comportava nello straniero un «enorme sforzo di adattamento» e quasi nulla in contraccambio. In un articolo del 1967 Domenico Bianco reagì vivacemente di fronte al paradosso: «Continuamente veniamo accusati di assenteismo, di allontanarci dall’ambiente in cui viviamo, di diffidenza», senza rendersi conto del paradosso: «Ci vengono a parlare di integrazione, di assimilazione proprio quando a noi manca la sicurezza, la stabilità del lavoro. Ecco il paradosso! Perché non si pensa prima alla tutela del nostro sacrosanto diritto ad uno stabile lavoro e poi all’assimilazione? Noi siamo sicuri che, a queste condizioni, l’integrazione non rappresenterà più un problema».

L’ECO, tuttavia, non si limitava alle critiche o alle polemiche, ma era propositivo, perché, asseriva: «pesa su di noi, non sui governi, la responsabilità di unirci e confonderci con loro [gli svizzeri] armoniosamente». Ed era sincero quando s’interrogava: «Perché non collaboriamo?»

Segue

Giovanni Longu

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