La nuova legge sulla cittadinanza – appena approvata – riaccende una questione che riguarda da vicino milioni di italiani all’estero, figli e nipoti di emigrati. L’intenzione del legislatore è chiara: rafforzare i criteri di accesso alla cittadinanza, chiedere più impegno sul fronte della lingua, della conoscenza civica, dell’integrazione concreta. E diciamolo senza ipocrisie: non si può negare che una maggiore chiarezza nelle regole fosse necessaria.
La cittadinanza non può essere ridotta a una formalità. È un patto, un atto di reciproca fiducia tra una persona e uno Stato. Pretendere requisiti chiari e controlli rigorosi è legittimo. Chi chiede di diventare cittadino italiano – o svizzero, francese, tedesco – deve dimostrare non solo di vivere sul territorio, ma anche di far parte della comunità. Questa è una responsabilità condivisa, e va riconosciuta.
Ma c’è un punto della nuova legge che lascia l’amaro in bocca, soprattutto a chi – come tanti nostri lettori – vive tra due Paesi, due lingue, due cuori: la limitazione della doppia cittadinanza.
Qui non possiamo tacere. Perché se da una parte è giusto chiedere serietà nel processo di naturalizzazione, dall’altra non si può ignorare la realtà di migliaia di cittadini pienamente integrati che mantengono un legame affettivo, culturale, a volte familiare con il Paese d’origine. Costringerli a scegliere tra una cittadinanza e l’altra è un errore, e non solo politico: è umano.
La doppia cittadinanza non è un privilegio, ma un ponte. Un modo per dire: appartengo a entrambe le realtà. E chi meglio di noi italiani nel mondo può capirlo? Molti di noi hanno figli nati all’estero, famiglie miste, carriere costruite in contesti internazionali. Rinunciare a una parte della propria identità – anche solo simbolicamente – non è una prova di lealtà. È un sacrificio che non dovrebbe essere richiesto.
In un’Europa sempre più interconnessa, dove i confini sono (almeno in teoria) meno rigidi e le persone si spostano, lavorano e si amano oltre le frontiere, la doppia cittadinanza è una risorsa. È il segno di un mondo che cambia, che non si chiude, che non dimentica le radici ma guarda avanti.
In questo contesto, è inutile e persino dannoso limitarsi a contestare. I rappresentanti degli italiani all’estero dovrebbero evitare l’atteggiamento sterile della lamentela e piuttosto impegnarsi a proporre soluzioni concrete. Si lavori su correttivi intelligenti, su migliorie giuridiche, su garanzie praticabili. Si ascoltino le storie reali e si traducano in proposte. È questo il compito della buona politica, soprattutto quando si tratta di diritti e cittadinanza.
Sì, serve rigore. Ma anche buon senso. E soprattutto serve rispetto per quei percorsi di vita che uniscono, invece di dividere. Perché essere cittadini non significa cancellare il passato, ma costruire insieme il futuro.
La Redazione

