Domenico La Marca e il suo “Oro Rosso”

Quando la solidarietà diventa musica e ritmo

Grazie per il tempo che ci dedica.  Innanzitutto ci racconti un po’ di lei.

Sono Domenico la Marca, classe ’72, sono pugliese e vivo a Manfredonia, in provincia di Foggia. Sposato con quattro figli, sono un assistente socia le e, un po’ per passione e per mestiere, lavoro da circa venticinque anni nel settore dell’animazione, educazione e servizi alla persona. Il mio percorso di studi mi ha visto, prima, studente a Lecce e Piacenza, dei Padri Scalabriniani per otto anni, successivamente, lasciato il Semina rio, mi sono laureato a Bari in Giurisprudenza, Facoltà di Scienze Politiche, con una tesi in sociologia sul l’accoglienza degli stagionali a Borgo Mezzanone, dove svolgevo, nei mesi estivi, quale volontario, attività di accoglienza in una tendopoli di immigrati stagionali.

Ho lavorato nei primi anni nelle scuole quale animatore interculturale e con i bambini Rom. Successivamente, con la Coop. Arcobaleno, abbiamo attivato il Centro Interculturale “Baobab sotto la stessa ombra” di cui sono responsabile a Foggia.

Per quattro anni ho lavorato nelle carceri di Foggia e Lucera, con uno sportello di mediazione culturale. Per sette otto anni ho coordinato delle Comunità educative e di pronta accoglienza per minori italiani e stranieri. In questi ultimi anni, coordino il Pronto Intervento Sociale di Foggia che ha come destinatari i senza fissa dimora e persone in estrema povertà e un progetto contro lo sfruttamento lavorativo e anticaporalato. In questo mondo, mediato e filtrato dai social, lavorare in questo settore mi porta quotidianamente a incontrarmi faccia a faccia, ad incrociare gli sguardi delle storie e della gente. Questi incontri non mi lasciano e non mi hanno lasciato mai così come ero. In fondo ognuno di noi altro non è che il frutto di incontri.

Quando e come nasce il suo amore per la musica?

La musica fin da piccolo mi ha affascinato: avevo uno zio che suonava la chitarra e alcuni cugini a Milano che avevano una band. Volevo studiare musica, ma per mancanza di soldi, non mi fu possibile. In Seminario ho studiato per alcuni anni pianoforte e poi, da autodidatta, la chitarra. Con ho conosciuto il sociale. A sedici anni, a Piacenza, il sabato pomeriggio, dedicavamo del tempo a fare animazione presso una Casa di riposo e la chitarra è stata la chiave di accesso in questo mondo. In seminario, scrivevo canzoni per prendere in giro professori ed educatori, ma poi, da animatore, nei campi estivi mi ha sempre permesso di entrare facilmente in contatto con la gente e con i ragazzi.

È il suo lungo impegno nel socialeche l’ha portata a mettere in musica le storie degli ultimi?

Da alcuni anni, la musica è per me non solo compagna di viaggio, ma ha assunto quasi un valore terapeutico, nel senso che, mettendo parole e musica insieme, ho avuto modo di rileggere quanto giornalmente vivevo, di superare momenti difficili, di direzionare “emozioni positive o negative”, e di guardarmi dentro. In fondo una canzone può aiutarci tanto e spesso in essa possiamo ritrovare tanto di noi. Quasi per gioco, ho ripreso in mano quella chitarra e ho iniziato a raccontarmi e raccontare le storie incontrate, accorgendomi sempre più del valore e della forza della musica nel fare breccia, nel sensibilizzare.

Durante un suo concerto in Svizzera è stato confrontato con le storie dei tanti bambini clandestini che negli anni 50 60, quando non era possibile, per i lavoratori stagionali nella Confederazione, il ricongiungimento familiare. Da questa sua esperienza è nato il brano “I bambini nascosti”. Qualè il parallelismo con quanto accade oggi a chi è costretto a lasciare il proprio paese alla disperata ricerca di un futuro migliore?

Il brano “I bambini nascosti” premiato al Cantagiro con il il premio “Sergio Bardotti” è una canzone a cui sono molto legato e affezionato. È stato scritto dopo il concerto tenuto a Berna, presso la Missione Cattolica di lingua italiana di Berna. La canzone ha preso spunto dalla storia di P. Arcangelo Maira, nato in Sicilia e arrivato in Svizzera all’età di sei anni. Sono tanti gli aspetti che accomunano i bambini clandestini emigranti in Svizzera e i tanti bambini che partono con i loro genitori per raggiungere l’Europa. Spesso, durante quei viaggi, quei bambini dimenticano di essere tali, per forza di cose devono essere o diventano invisibili, con la paura di essere scoperti e di ritornare a casa. Ma anche, una volta giunti a destinazione, per diverse settimane, li vedi nei centri di accoglienza, zitti, con ancora negli occhi quelle onde, le grida di un viaggio troppo duro da sembra un sogno.

Certamente, rispetto alle leggi degli anni 50/60 in Svizzera, in Italia le cose sono diverse, ma, comunque, difficile e lungo è il processo di inclusione: per molti la scuola è l’unico momento di socializzazione e quei bambini vivono per lungo tempo in un isolamento e anche, dopo tanti anni, continuano a sentirsi “Né qui né altrove”.

“Oro rosso” è il suo nuovo album musicale. Come nasce, a chi si rivolge e cosa racconta?

“Oro Rosso” nasce dopo “E sarà domani” un lavoro di alcuni anni fa che raccoglieva le canzoni contenute in un musical scritto per festeggiare i 40 anni di “Emmaus” l’associazione di cui faccio parte. Oro rosso è un lavoro importante, nato dopo alcuni anni, dopo il Cantagiro ed è frutto anche di una maturazione nella visione delle cose e del mondo.
Nasce nell’ambito di iniziative promosse dal Centro Interculturale Baobab a Foggia e si è avvalso del contributo della Fondazione Siniscalco Ceci Emmaus, del patrocinio del Comune di Monte Sant’Angelo, di Cantiere Giovani di Napoli, di No Cap, Clab Studios e Noteum Etichetta musicale. Inoltre importante è stata la collaborazione di diversi musicisti e l’arrangiamento di Bruno Gorgoglione.

Oro Rosso raccoglie otto brani, nati tutti da incontri con storie o situazioni particolari. I temi toccati sono tanti: dalla fragilità alla povertà estrema, dalla solitudine alle donne immigrate e alla nostalgia dei tanti emigranti italiani, dal viaggio alla voglia di ritornare, dalla denuncia alla cittadinanza attiva. Oro rosso nasce da un’esperienza importante e forte che stiamo facendo in questi anni nelle campagne foggiane, in quei luoghi infernali che sono i ghetti. Grazie ad un progetto stiamo lavorando per tirare fuori da quelle situazioni di sfruttamento tanti cittadini stranieri attraverso una presa in carico, un alloggio dignitoso, corsi di lingua italiana o formazione professionale, con il lavoro e la ricerca di una casa.

In questo mondo filtrato dai social, spesso abbiamo perso la possibilità di incontrare l’altro faccia a faccia con la sua storia. Di fronte a quanto ci circonda, alle nuove sfide, il peggior atteggiamento è l’indifferenza. Non abbiamo tante scelte. Come dice il filosofo Miguel Bensasayag, “dove siamo noi è il mondo e dobbiamo capire come fa re mondo” e sicuramente potremo farlo riscoprendo quell’umanità perduta.

Quando avremo il piacere di ascoltarla nuovamente in Svizzera?

Sarò in Svizzera, a Berna, ospite della Percore Ribelli, il 29 aprile a presentare il mio nuovo album Oro Rosso… Ci torno molto volentieri, sapendo di rincontrare tanti amici con cui ho con diviso percorsi e condiviso battaglie comuni.

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