Dalle Marche alla Farnesina, fino al dialogo tra Italia e Cina attraverso la cultura. Paolo Sabbatini Rancidoro, già dirigente dell’Area Promozione Culturale del Ministero degli Esteri e direttore di diversi Istituti Italiani di Cultura nel mondo, è oggi Ambasciatore per le Comunicazioni Culturali Italo-Cinesi. In questa intervista racconta il valore della diplomazia culturale, uno degli strumenti più efficaci di soft power, capace di creare ponti tra civiltà, università, artisti e istituzioni.
Vi proponiamo un’intervista realizzata da Luisa Pavesio, in cui Paolo Sabbatini Rancidoro condivide la sua esperienza nella promozione della cultura italiana nel mondo e il dialogo con la Cina.
Da Dirigente della Farnesina ti ritrovo oggi nell’alto ruolo di diplomatico culturale fra Cina e Italia. Quale definizione daresti al termine di “diplomazia culturale”?
La diplomazia culturale è la forma più duratura e profonda di dialogo tra i popoli. Se la diplomazia tradizionale si occupa di equilibri politici ed economici, quella culturale lavora su un terreno più sottile ma decisivo: l’immaginario, i valori, la memoria collettiva. Non si tratta semplicemente di esportare eventi o promuovere eccellenze nazionali, bensì di costruire uno spazio di riconoscimento reciproco. È un processo di ascolto e traduzione, in cui ciascuna cultura si scopre nello specchio dell’altra. In questo senso, la diplomazia culturale non è un accessorio della politica estera: ne è il fondamento umano.
Vieni dalle Marche, regione di rilievo nella cultura italiana in molti settori, dalla letteratura fino alla pittura e al design. Pensi che la tua origine ti abbia in qualche modo indirizzato verso la tua attività?
Le Marche sono una terra discreta ma profondamente colta. Essere cresciuto in una regione che ha dato i natali a figure come Leopardi o Raffaello significa respirare, quasi senza accorgersene, un senso naturale di dialogo tra locale e universale. In questo senso, mi sento idealmente in continuità con figure come Padre Matteo Ricci, di Macerata, che seppero comprendere l’importanza del rispetto e dell’adattamento culturale come premessa del dialogo. Questa dimensione mi ha insegnato che l’identità non è mai chiusura: è radicamento che permette l’apertura. Forse è proprio questa lezione marchigiana – sobria, concreta, ma capace di grandezza – ad aver orientato il mio interesse verso il confronto tra culture.
Raccontami qualcosa delle tue esperienze di studio e professionali prima del tuo impegno attuale.
Il mio percorso internazionale è stato caratterizzato da incarichi che mi hanno permesso di coniugare dimensione istituzionale e sensibilità culturale. Ho lavorato in contesti multilaterali e bilaterali, maturando la convinzione che ogni negoziato, anche il più tecnico, sia in fondo un incontro tra visioni del mondo. Parallelamente, ho coltivato un interesse costante per le dinamiche interculturali, convinto che la conoscenza delle lingue (ne ho parlate 7, perché sin da ragazzo volevo emulare Winckelmann…) delle tradizioni e dei sistemi simbolici sia uno strumento essenziale per comprendere le relazioni internazionali.
La tua funzione è rivolta precipuamente alla Cina, Paese in cui ti rechi spesso e con le cui istituzioni organizzi manifestazioni di vario tipo. Da dove è nata questa tua passione per l’Oriente, e partendo da quali presupposti riesci a mettere in contatto due culture così lontane?
L’interesse per la Cina è nato dalla curiosità per una civiltà millenaria che ha sviluppato categorie di pensiero profondamente diverse da quelle europee. I miei genitori avevano un rispetto profondo per uno dei più grandi diplomatici del Novecento: il cinese Zhou En Lai, l’immagine della nuova Repubblica Popolare Cinese verso il mondo esterno. Da piccolo contemplavo un manifesto che aveva papà nel suo studio e che ritraeva, appunto, il grande statista. Forse anche questa memoria visiva mi ha instradato verso quel grande Paese.
L’Italia e la Cina non sono soltanto due Stati: sono due tradizioni culturali stratificate, entrambe consapevoli del proprio passato. La distanza geografica non è un ostacolo, ma una risorsa. Quando si mettono in dialogo due culture antiche, come quella italiana e quella cinese, emergono sorprendenti consonanze: il valore attribuito alla famiglia, alla memoria, alla formazione, all’armonia sociale.
Quali sono le esperienze che ti hanno dato maggior soddisfazione contribuendo a stringere i rapporti fra Italia e Cina?
Le soddisfazioni più grandi derivano dai progetti in cui la collaborazione non si limita all’evento, ma genera relazioni durature: scambi accademici, mostre congiunte, programmi di ricerca condivisi. Io disegnai il “Double Degree Management Course” tra università cinesi e italiane quando ero a Shanghai nel 2006, inaugurando un percorso virtuoso che poi è stato replicato tra altre università e altre città. Ho anche contribuito al rodaggio dei due progetti “Marco Polo” e “Turandot” per facilitare l’afflusso di artisti e cantanti cinesi in accademie e conservatori del nostro Paese. Ora sono centinaia.
Quando un’iniziativa culturale diventa occasione per creare fiducia e amicizia tra istituzioni e persone, si percepisce concretamente il valore del lavoro svolto. È in quei momenti che la diplomazia culturale dimostra la sua efficacia silenziosa – e spesso più incisiva di molte dichiarazioni ufficiali.
Il tuo nome è legato anche all’European Center for Peace and Development di Belgrado. Potresti illustrare ai nostri lettori le caratteristiche e gli obiettivi di questa istituzione?
L’ECPD – European Center for Peace and Development nasce con l’obiettivo di promuovere il dialogo interculturale e la cooperazione come strumenti di prevenzione dei conflitti.
La sua attività si concentra su programmi educativi, iniziative di diplomazia parallela e piattaforme di confronto tra accademici, diplomatici e rappresentanti della società civile. L’idea di fondo è che la pace non sia soltanto assenza di guerra, ma costruzione quotidiana di comprensione reciproca.
Quali sono i tuoi prossimi progetti?
I prossimi progetti si muovono lungo due direttrici principali: il rafforzamento della cooperazione culturale tra Italia e Cina, con particolare attenzione ai giovani e alle università, e l’approfondimento di temi legati alla sostenibilità e alla tutela del patrimonio culturale. Credo che la sfida del futuro consista nel coniugare tradizione e innovazione: valorizzare le radici, ma con uno sguardo aperto alle trasformazioni globali.
In fondo, la diplomazia culturale è un’arte paziente: non produce effetti immediati, ma semina relazioni che nel tempo diventano ponti solidi. E i ponti, si sa, sono molto più interessanti dei muri.


