Con una carriera diplomatica avviata nel 1989, all’indomani di eventi che hanno ridisegnato la mappa geopolitica mondiale, il Ministro Plenipotenziario Uberto Vanni d’Archirafi porta a Lugano un bagaglio di esperienze maturate tra Europa, Americhe e Nord Africa. Figlio di diplomatici, cresciuto tra Bruxelles, Buenos Aires e Madrid, il Console Generale racconta in questa intervista il senso profondo del suo impegno, il valore della neutralità, le sfide della diplomazia moderna e gli obiettivi del suo mandato in Ticino.
A raccogliere la sua voce è L’ECO, da quasi sessant’anni punto di riferimento per la collettività italiana in Svizzera, che prosegue così il suo impegno nel rafforzare il dialogo tra istituzioni e cittadini italiani all’estero.
Lei è nato a Bruxelles: quanto ha influito crescere in un contesto internazionale sulla sua vocazione diplomatica?
Sono nato a Bruxelles ma poi, come intuisce mi sono spostato in molti Paesi in ragione della professione dei miei genitori, anche loro diplomatici di carriera. Dunque, Argentina e Spagna e poi, dopo l’Università e l’entrata in Carriera, di nuovo Argentina, Tunisia, Canada, Gran Bretagna e Portogallo. Un percorso che fin dall’inizio ha influito sulle mie scelte. Non saprei dire se è stata una vocazione, ma entrare in diplomazia è stato il corollario naturale di sbocco delle mie attitudini e dell’educazione che ha permeato la mia Gioventù.
Quali valori della sua famiglia o della sua formazione porta ancora con sé nel lavoro quotidiano?
Direi grande curiosità per realtà diverse e variegate e apertura mentale alle nuove esperienze. Poi, capacità d’ascolto e di analisi. Non è evidente riuscire a incastonare le informazioni nella giusta posizione nella scala dei nostri interessi. Occorre sviluppare un’attenzione speciale nell’evitare di prendere posizioni nette, ideologiche, altrimenti il giudizio ne verrebbe influito. Un arbitro non pende da una o dall’altra parte dei contendenti ma deve mantenere una posizione di neutralità.. E questo è vero anche in diplomazia. E questo esercizio permette di ottimizzare il ruolo e le potenzialità economiche e sociali del proprio Paese. Dunque, direi che la passione per le novità e non solo geografiche, ma anche per il progresso scientifico e tecnologico ed il rispetto per l’eredità culturale e la sua intrinseca bellezza rappresentano i valori su cui mi sono ispirato e mi sto ispirando in un percorso di continuo divenire nel promuovere il mio Paese.
Come riesce a conciliare vita personale e un lavoro che spesso impone trasferimenti e adattamenti continui?
All’inizio della carriera, non ci sono state grandi difficoltà, anche perché ad esempio, i figli sono cresciuti in un contesto che è parso normale e forse anche congeniale al loro carattere. Cambiare Paesi, scuole e amicizie, sia pure nelle difficoltà contingenti di un cambiamento, è stato uno sprone a conoscere nuove realtà piuttosto che un impedimento. Vivere tanti cambiamenti in tempi relativamente brevi è stato formativo in un percorso di inconsapevole apprendimento. Se si chiudeva un capitolo, se ne apriva immediatamente dopo un altro. Ma sempre affrontato con spirito aperto e dominato dalla curiosità. Forse sono stato fortunato ma le mie tre figlie sono cresciute in maniera sana e ora, chi in un modo e chi nell’altro, sono protagoniste di un mondo che gli appartiene, di cambiamenti repentini e di rivoluzioni epocali, penso a quello digitale ad esempio, che sta permeando sempre di più le nostre società. Ma la professione è in parte una missione della quale la famiglia si sente parte attiva. È un mestiere, quello del diplomatico, che ha bisogno di compattezza familiare e visione d’insieme in cui tutti hanno un ruolo specifico e una missione condivisa. Se non c’è questo la famiglia inevitabilmente soffre e non riesce ad affrontare i continui nuovi equilibri che si impongono. A volte diventa difficile, altre ci si riesce. Io mi reputo fortunato.
Lei è entrato in carriera nel 1989, in un periodo di grandi cambiamenti geopolitici. Quale evento ha segnato di più la sua esperienza professionale?
La caduta del muro di Berlino è stato un atto simbolico, un grido di rabbia contro il modello comunista e statalista in opposizione al modello capitalista. Ovviamente sto semplificando. Ma certamente ha modificato per sempre la contrapposizione ideologica tra est e ovest. La fine di un’epoca di divisione e l’inizio di nuove composizioni geopolitiche e della sperimentazione di nuovi modelli politico economici. Ma anche l’attacco alle torri gemelle con la conseguente sensazione che gli Stati Uniti avessero perso il loro primato di inattaccabilità e ancora, Piazza Tienanmen. Nessun modello è per sempre, occorre ogni volta adattare alle situazioni contingenti e ad accogliere i cambiamenti che il mondo sempre più interconnesso produce. L’allargamento dell’Unione Europea che pur con le sue difficoltà ha permesso all’Europa di vivere 80 anni di pace e che ora in forza dei cambiamenti globali sta mostrando la necessità di nuovi adattamenti, si pensi ad esempio al principio delle decisioni prese all’unanimità. è un altro evento che va letto in un contesto di lungo periodo, magari non così eclatante come quelli che ho citato sopra ma sicuramente esaltante e pieno di nuove sfide. La sfida imposta dai BRICS e dalle economie emergenti, la capacità di crescere in maniera esponenziale da parte di alcuni Paesi che fino a pochi anni fa erano considerati in via di sviluppo e che ora sono fra i Paesi al mondo con maggiore sviluppo. Lungo questi trent’anni si sono manifestate altre grandi e impattanti sfide: il cambio climatico per citarne una ma anche la rivoluzione digitale e l’Intelligenza Artificiale che rappresentano sfide globali e che non possono essere gestite da ciascun Paese individualmente ma devono essere ricondotte ad un esercizio negoziale necessariamente multilaterale.
Come è cambiata la diplomazia rispetto a quando ha iniziato? È più complessa o più diretta oggi?
La diplomazia è profondamente cambiata da 30 anni a questa parte e guai se non lo fosse. Da quando ho giurato fedeltà alla Repubblica nelle mani dell’allora Ministro degli Esteri, Giulio Andreotti, è cambiato tutto. A parte gli assetti geopolitici. In questi anni abbiamo assistito ad una rivoluzione vera. Ogni epoca ne ha avuta una: la Rivoluzione francese alla fine del XVII secolo, quella industriale nel XIX secolo e ora quella digitale che ha modificato integralmente il modo di relazionarci ma in maniera drammatica per il brevissimo tempo col quale ha modificato la percezione della realtà e ha modificato le abitudini soprattutto dei giovani rendendoli tecno dipendenti. La diplomazia pure ha subito l’innovazione tecnologica e se in una prima fase questa era stata accolta con favore (penso all’avvento dei PC, alla semplificazione di alcuni processi) ora convivono due anime contrapposte ma convergenti (si ricorderà delle convergenze parallele? Un ossimoro linguistico che tuttavia si adatta bene all’attuale circostanza). La prima è quella di costruire connessioni e conoscenze che permettano di muoversi agevolmente negli ambienti politici, sociali, economici e culturali dei Paesi di accreditamento e l’altro è la rincorsa frenetica all’informazione sul minuto, spesso condita da fake news. Entrambi appaiono convergenti per scopo e utilità ma il tempo a disposizione è talmente diminuito che il ruolo d’informazione che avevamo è stato completamente denaturato, direi addirittura stravolto. I Capi di Stato e di Governo si conoscono direttamente e si scambiano informazioni sullo sfondo dei social media, parlano fra loro senza intermediari. E dunque facile comprendere come diventi essenziale invece il ruolo di analisi ed il bagaglio di conoscenze dei diplomatici che permette di suggerire percorsi e soluzioni argomentate. La rapidità a scapito della riflessione. E qui entra in gioco la capacità del diplomatico non solo di essere specialista un po’ in tutti i campi ma anche la sua prontezza ad intervenire con rapidità ed efficacia.
Quali sedi o incarichi ricorda con particolare affetto o soddisfazione?
Ho amato tutte le sedi in cui ho prestato servizio. Non posso escluderne nessuna perché ciascuna è stata straordinaria, ciascuna con le sue diversità. Cosi l’Argentina per la sua italianità dominante, così la Tunisia per le sue caratteristiche di Paese moderato in un contesto del mediterraneo meridionale dominato da instabilità politiche e rapidi mutamenti, così il Canada per le sue bellezze naturali peraltro molto simili a quelle Svizzere, così il Regno Unito quale globetrotter economico e sociale globale, così il Portogallo che ho sempre definito la California d’Europa per la somiglianza geografica alla California, con le sue spiagge chilometriche e deserte, per i suoi tramonti di straordinaria bellezza e per la sua gente sempre accogliente sullo sfondo di un oceano che richiama la “saudade”. Come vede è difficile fare delle scelte che strappino un primato, poiché tutte in egual misura, come i figli “so pezzi ‘e core”. Ma soprattutto, fuori da metafora, ognuna di esse mi ha plasmato nella persona che sono oggi.
Com’è cambiata la presenza italiana all’estero negli ultimi anni?
Radicalmente, oserei dire. Nel 1989, quando sono entrato in carriera esistevano ancora i discendenti degli emigrati e le Associazioni anche di Mutuo Soccorso erano legate alle tradizioni, agli usi ed ai costumi appresi dai nonni dell’epoca senza che vi fossero dei reali cambiamenti, come invece già allora le regioni di appartenenza avevano vissuto. Sembrava come se i cambiamenti anche epocali in Italia non avessero inciso sulle famiglie emigrate e dunque le tradizioni erano ferme al periodo di emigrazione. Oggi, per lo più, l’emigrazione è costituita da professionisti in tutti i campi del sapere; dalla medicina, alla scienza, dall’Architettura alla musica. Se negli anni ‘80 si celebrava il sacrificio dei genitori e dei nonni per trovare uno sbocco alla crisi economica, oggi celebriamo il genio italico, una sorta di rinascimento culturale dove i connazionali offrono le loro capacità professionale alla crescita dei Paesi dove si trovano, una sorta di Ambasciatori d’Italia nel proprio campo di competenza. Vorrei sottolineare come l’Italia sia conosciuta nel mondo grazie a tutte le ondate di emigrazione a partire dall’Unità d’Italia. Vi sono storie di successi enormi e ovviamente anche di povertà e sacrifici che hanno fatto grande l’Italia. Il “made in Italy” è un brand di qualità e di eccellenza e racchiude in se tutte le storie degli italiani con il loro bagaglio di speranze, di fallimenti e di successo.
Quali sono le principali sfide del suo mandato come Console Generale a Lugano?
Vorrei imprimere maggiore fiducia della collettività nei servizi consolari. Il personale del Consolato Generale lotta quotidianamente per rendere un servizio efficiente in tutti i settori della vita amministrativa dei connazionali e non c’è di peggio che non vederselo riconosciuto. In un mondo come quello attuale dominato in parte anche dai social, basta una sola critica per smantellare un percorso virtuoso. Ci stiamo adoperando senza sosta affinché tutti i servizi consolari siano all’altezza di una amministrazione moderna e veloce. Certo abbiamo un concorrente pressoché impossibile da battere, quello svizzero, ma cerchiamo di prendere esempio anche da loro e adottare procedure al passo coi tempi. Mi riferisco in particolare ai Passaporti e alle Carte di Identità Elettroniche. Sono settori che soffrono la maggiore pressione esterna. Stiamo comunque lavorando per diminuire sensibilmente i tempi di attesa anche grazie alle continue innovazioni del Ministero degli Esteri, nelle procedure e nell’utilizzo delle piattaforme informatiche. Si tratta di implementare alcuni accorgimenti che ci permetteranno, a numero di personale invariato, di venire incontro a più esigenze ed a soddisfare un numero più elevato di richieste. Lo scopo è quello di avvicinare il Consolato Generale alle esigenze dei cittadini italiani. Vorremmo essere parte integrante di una grande famiglia.
Cosa consiglierebbe a un giovane che sogna una carriera diplomatica?
Di concentrarsi sulle materie d’esame del concorso: Storia delle relazioni internazionali a partire dal Congresso di Vienna; Diritto internazionale pubblico e dell’Unione europea; Politica economica e cooperazione economica, commerciale e finanziaria multilaterale; Lingua inglese; altra lingua straniera scelta dal candidato. E questo per le prove d’esame scritto. E’ poi necessario non apprendere a livello nozionistico, ma occorre avere una mente aperta che permetta di fare collegamenti fra le diverse materie del concorso. Partendo dalla storia, occorre essere in grado di collegare i fatti alla situazione economica del momento ed alle circostanze politiche internazionali. Dunque, occorre essere in grado di discernere gli aspetti salienti e di sintetizzarli facendo comprendere che si è in grado di dominare le materie, i fatti e le circostanze in cui esse si sono svolte. Se si sceglie di fare il concorso per vocazione occorre fin dal liceo impegnarsi nell’apprendimento, imparare anche viaggiando durante l’Università. La Carriera è lo specchio delle circostanze storiche del momento e degli avvenimenti che hanno condotto a tali circostanze. Dunque occorre anche essere sempre informati sugli avvenimenti del momento perché sono frutto di un percorso di relazioni economiche, politiche e storiche fra gli Stati. Poi le lingue che sono una necessità. Almeno l’inglese lo spagnolo, ma c’è chi ne conosce molte altre. Insomma, il concorso è una prova che mette in luce il percorso pluriennale di apprendimento. Certo, anche la fortuna conta ma occorre che sia ben sostenuta da una solida base di conoscenze nelle materie del concorso.
La Redazione

