Delmastro Caroccia è una vicenda che continua a far discutere, non tanto per gli sviluppi giudiziari, quanto per una spiegazione che ha lasciato molti increduli: «Se avessi fatto una ricerca su Google, non sarei mai entrato in quella società».
C’è una nuova figura che, a questo punto, meriterebbe una consulenza permanente per la politica italiana: Google. Perché, a sentire Andrea Delmastro, avrebbe saputo fare ciò che un ex sottosegretario alla Giustizia non ha fatto.
La vicenda è ormai nota. Al centro c’è “Le 5 Forchette Srl”, la società costituita per la gestione di un ristorante. Amministratrice unica e titolare del 50% delle quote era Miriam Caroccia, appena diciottenne, figlia di Mauro Caroccia, condannato in via definitiva per aver agevolato il clan Senese.
Davanti alla Commissione parlamentare Antimafia, Delmastro ha spiegato di non sapere chi fosse Mauro Caroccia. Anzi, ha aggiunto che sarebbe bastata una semplice ricerca su Google per scoprirlo e che, se l’avesse fatta, non sarebbe mai entrato nella società.
E qui viene spontaneo chiedersi: davvero?
Nel 2026 basta un clic per sapere se un ristorante è aperto, confrontare il prezzo di un frigorifero, prenotare una visita medica o leggere le recensioni di un albergo. Ma per verificare con chi si decide di costituire una società… niente!
Google, quel giorno, dev’essere rimasto spento.
Nel frattempo la Procura ha chiesto di poter utilizzare le chat intercorse tra Delmastro e Mauro Caroccia. Per acquisirle era necessaria l’autorizzazione della Camera dei deputati. Autorizzazione che il Parlamento ha deciso di non concedere.
Sia chiaro: nessuno conosce il contenuto di quei messaggi e nessuno può attribuire loro significati che non sono stati accertati. Ma resta una domanda che molti cittadini si pongono: perché impedire che vengano esaminati nell’ambito dell’inchiesta? Se la ricostruzione dei fatti è così lineare, la trasparenza dovrebbe essere la prima alleata di chi sostiene la propria estraneità.
Ma torniamo al punto.
Per anni ai cittadini è stato ripetuto che bisogna essere prudenti. Verificare. Controllare. Informarsi. Firmare un contratto solo dopo aver letto ogni clausola. Scegliere con attenzione le persone con cui si fanno affari. Sono consigli sacrosanti. Peccato che, a quanto pare, non valgano sempre per tutti. Forse sarebbe il caso di aggiornare anche il protocollo delle alte cariche dello Stato. Dopo il giuramento di fedeltà alla Repubblica, si potrebbe aggiungere una semplice raccomandazione: «Prima di entrare in società con qualcuno, fate una ricerca su Google.»
Tempo necessario: meno di un minuto. Costo: zero. Effetti collaterali: potrebbe evitare parecchi imbarazzi.
La politica italiana, però, sembra preferire un’altra strada.
Quando emerge un caso delicato, arriva puntuale il grande classico: «Non sapevo.» È una formula straordinaria. Talmente straordinaria che viene voglia di provarla nella vita di tutti i giorni.
«Non sapevo di dover pagare le tasse.»
«Non sapevo che il semaforo fosse rosso.»
«Non sapevo che il limite fosse di cinquanta all’ora.»
Peccato che, per i comuni cittadini, queste spiegazioni non funzionino. Per loro le responsabilità restano. Sempre.
Ed è forse proprio questo il punto che lascia perplessi. Non tanto che un ex sottosegretario alla Giustizia dica di non sapere. Ma che pensi sia sufficiente dirlo perché tutti gli credano. Perché, alla fine, la domanda non è se Google sapesse.
La domanda è se davvero la politica creda che gli italiani abbiano smesso di usare il buon senso.
Maria Bernasconi
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