Cosa significa vivere tra Giappone, Sicilia e Roma? Come cambia la scrittura quando si attraversano culture e generazioni? Dacia Maraini, icona della letteratura italiana, ci racconta la sua vita, le sfide creative e il suo sguardo sul mondo. Un’intervista esclusiva da non perdere realizzata da Luisa Pavesio.
Impossibile sintetizzare la carriera di una scrittrice così prolifica e di successo. Fra le opere di Dacia Maraini: “La lunga vita di Marianna Ucria” (1990), “Bagheria” (1993), “Buio” (racconti, 1999), “Voci” (1994), “Il treno dell’ultima notte” (2008), “Tre donne” (2017) e “Trio” (2020). Attiva anche nel campo della saggistica e del teatro, la sua opera ha ricevuto fra i molti altri premi il Campiello, lo Strega, il Fregene, il Flaiano, nonché svariati riconoscimenti alla carriera e cittadinanze onorarie.
Cara e ammirata Dacia, fare delle domande a un mito della letteratura italiana non è facile, anche se già ci conosciamo. Comincerò dalla tua biografia, che incuriosisce e impressiona. Figlia di Fosco Maraini e della principessa Alliata, nonni con origini siciliane, ticinesi e inglesi, cresciuta in Giappone. A tutto questo seguono i tuoi lunghi soggiorni in Sicilia e a Roma. Quali sono gli elementi biografici che ti hanno maggiormente segnata?
Quello che mi ha segnato di più è l’esperienza del campo di concentramento giapponese di Nagoya, in cui ho patito dal ’43 al ’45. Morivamo di fame e di freddo. Avevamo tutti i giorni le bombe addosso e in più minacciavano di tagliarci la gola appena avessero vinto la guerra. Cosa che per fortuna non è avvenuta, ma la paura era tanta.
La tua Sicilia de “La lunga vita di Marianna Ucria”, di “Bagheria” e di “Trio” resta indimenticata. Ma la tua “sicilianità”, grazie anche alle esperienze di cui parlavamo, è diventata internazionalissima. Mi piacerebbe che commentassi la ricezione della tua opera in altri Paesi, dove ti senti più amata e compresa.
Non so sinceramente dove sono più amata. I Paesi in cui sono più tradotta sono la Spagna e la Germania, ma ci sono anche Paesi lontani come il Vietnam e pochi mesi fa la Tailandia hanno tradotto i miei libri, e la prima a sorprendermi ero io.
La lunga intesa con Moravia ha forse influito sulle tue scelte e magari anche sulla tua scrittura, quanto meno nelle fasi iniziali. E quel periodo coincise anche con l’ingresso a pieno titolo nei circoli letterari della capitale. Ora, dopo così tanti anni e una carriera alle spalle che definire brillante sarebbe un eufemismo, come rivivi nel ricordo quegli anni?
Quando ho conosciuto Moravia già scrivevo da anni. A 13 anni pubblicavo sul giornale della scuola a Palermo. Poi ho fondato una rivista, e quando ho cercato Moravia per una prefazione avevo già scritto il mio primo romanzo. Per fortuna a lui è piaciuto e mi ha scritto la prefazione. Semmai chi mi ha formato è stato mio padre, con una forte impronta antropologica che fa parte del mio approccio al mondo. Comunque quegli anni erano molto vivi e creativi e c’era una grande mobilità fra le diverse generazioni.
Nelle tue opere ci sono romanzi storici (“Trio”, per esempio, è ambientato nella Sicilia del ’700), storico-biografici (ancora settecentesca la narrazione della tua antenata Marianna Ucria) e perfino il giallo di indagine, in “Voci”… In quale genere – anche se parlare di generi ai tempi nostri può sembrare superato – ti senti più a tuo agio?
Direi che il romanzo è il genere che mi sta più vicino. Ma amo molto il teatro. Ho cominciato al collegio della Santissima Annunciata a 12 anni scrivendo testi per le mie compagne e poi ho sempre continuato. Adesso i miei testi girano per il mondo. In questi giorni un mio testo sta in rappresentazione in un teatro universitario di Los Angeles e un altro in un teatro peruviano. E infine, la saggistica. Mi piace approfondire e analizzare il talento altrui.
Come intellettuale ti sei sempre interessata a tematiche di attualità sociale, soprattutto per quel che riguarda la condizione femminile. Allora si parlava di parità, oggi di femminicidi e violenze, e le opinioniste sono ormai più criminologhe che intellettuali. Secondo te, ha ancora senso ai giorni nostri parlare di femminismo?
Finché esistono delitti di uomini contro donne compiuti in famiglia e in nome dell’amore si deve parlare di femminismo. E i femminicidi avvengono in tutto il mondo. In Messico 10 alla settimana, in Francia, più che in Italia. Ci sono degli uomini deboli, terrorizzati dall’autonomia femminile, uomini che preferiscono uccidere piuttosto che accettare la libertà delle donne che dicono di amare. È una realtà ed è giusto parlarne.

